giovedì 11 agosto 2011

Letture: Iman Humaydan Younes, "Donne di Beirut"


Le neonate Edizioni La Linea inaugurano la collana Tam Tam con un importante romanzo della scrittrice e giornalista libanese Iman Humaydan Younes, “Donne di Beirut”, che risale al 1997 e nel corso di questi anni ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali. A noi giunge finalmente nella bella, limpida e intensa traduzione di Monica Ruocco.
Il romanzo intreccia le voci e le storie di quattro donne, che danno anche titolo alle quattro sezioni: Liliane, Warda, Camilia, Maha. Sono figure insieme forti e fragili, unite, oltre che dagli eventi, da stretti legami di amicizia, di complicità, di solidarietà, di pietà. Le loro vite sono tese alla ricerca di un senso, di una dimensione accettabile, nel mezzo della sanguinosa e insensata guerra civile che tra il 1975 e il 1991 ha ridotto Beirut e l’intero Libano a una distesa di macerie. Di fronte al rischio costante, alla morte, alla violenza (spesso solo implicita, non per questo meno dolorosa) degli uomini armati, dei posti di blocco, delle irruzioni e dei bombardamenti, reagiscono ora con una smania di andarsene, di emigrare, ora rintanandosi nella ridotta dimensione dei loro appartamenti e aggrappandosi alle piccole, piccolissime cose (oggetti, affetti, piaceri, gesti, spazi) della quotidianità. L'indigenza a cui le riduce la guerra le rende attente ai più piccoli stimoli; l’emergenza acuisce i loro sensi (l’olfatto in particolare, sensibilissimo radar di emozioni e intenzioni altrui, traduttore di impulsi e passioni nascoste).
Le loro storie sono anche le storie dei luoghi in cui abitano e hanno abitato, da cui sono fuggite, in cui tornano ostinatamente. A percorrerlo con attenzione, il romanzo restituisce una geografia precisa di quel mondo femminile in cui i maschi sono spesso degli intrusi, dei ficcanaso, delle minacce (a meno che non siano morti: in tal caso il pensiero torna a loro con desiderio fortissimo). È un mondo diviso tra gli interni, le stanze in cui le donne cercano di preservare un ordine, un decoro, la memoria di vite passate, e un esterno in rovina, percorso da combattenti di opposte fazioni, tagliato da confini e da muri; ed è un mondo in cui scorre sempre sottotraccia la memoria di uno splendore e di un’armonia lontana, che rende ancora più straziante il presente. Ma di quel mondo lontano sembrano rimanere, nelle vite delle protagoniste, oltre alle macerie, solo le pedanterie della tradizione, gli interminabili rimproveri di genitori e vecchi che non si sono allontanati dai villaggi natii, anche se vi hanno perso tutto.
Ci si adatta a vivere tra le rovine, a convivere con il rischio di perdere la vita affacciandosi o uscendo di casa – le donne forti e fragili di questo romanzo lo dimostrano. Ci si adatta a vivere con niente, senza perdere la dignità, e a delibare con attenzione le poche cose rimaste. Si lascia sviluppare una sensibilità emotiva che mescola memoria e speranza, veglia e sogno, e che talvolta scivola nella follia (una follia privata, che non è altro che la reazione pietosa a una follia collettiva più grande). E si cerca – e si osserva crescere con stupore, come una cosa viva – quel sentimento di solidarietà tra donne che diventa dipendenza quasi amorosa. Iman Humaydan Younes racconta tutto questo con pacata partecipazione, si tiene lontana dall’enfasi e dal melodramma (il suo è senso vero del dramma), non rinuncia alla leggerezza dell’umorismo: e attraverso le storie private dei suoi personaggi delinea, pagina dopo pagina, la storia dell’intero Libano.

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