giovedì 25 agosto 2011

"Il sangue del tiranno": la lettura di Marta Raviglia

(Marta Raviglia, la musicista e vocalist di cui si è parlato spesso in questo blog, mi ha fatto avere le seguenti righe, che contengono le sue riflessioni dopo la lettura del mio "Il sangue del tiranno". Le pubblico volentieri.)

Mi fa sempre lo stesso effetto. Ho paura. Questa è la verità. Leggo. Vado a letto rimuginando. Dormo male. Sono perseguitata dai suoi personaggi. Sento che incominciano a vivere. Dentro di me. Con me. Non sono capace di abituarmi. Non so gestire questa inquietudine leggera, eppure profondamente radicata.

Il Sangue del Tiranno, quarto romanzo di Claudio Morandini, è un noir che resta felicemente irrisolto. Morandini è un narratore lucido, spietato nel negare al lettore il piacere di cercare l’immedesimazione coi personaggi, di rintracciare in essi brandelli di umanità. I suoi non sono superuomini e tantomeno uomini ma, piuttosto, scarti dell’umanità, inetti che, anziché tentare di reagire ad un destino predeterminato e lacerante, fuggono da se stessi e da ciò che procura ansie e mina l’equilibrio precario su cui si reggono le loro vite. Il Sangue del Tiranno, dunque, narra le vicende di luoghi, situazioni e stati d’animo.
Luogo del delitto, o meglio, dei delitti è un decadente ateneo di provincia e, come spesso accade nei romanzi di Morandini, il suo nome è tanto negato quanto irrilevante, come se nomi di luoghi e persone potessero compromettere l’universalità delle vicende narrate: non possiamo non dargli ragione. Di fatto l’uso massiccio dei cognomi, così impersonali e spersonalizzanti, suggerisce una chiave di lettura interessante: non è importante tanto chi sia coinvolto in certe situazioni e quale sia la sua storia, quanto come queste si sviluppino e quali conseguenze provochino.
Morandini è un umanista coraggioso, poiché non si interessa degli uomini e delle loro potenzialità, ma delle loro pulsioni; soprattutto quelle più becere, quelle che danno origine all’orrore, all’osceno di cui si ha vergogna, che si cerca invano di reprimere ma che, in fondo, muove le passioni. La Sansa, Villani, Calandrone, Marecchia Forbis, Maderna sono tipi, intrappolati nei loro ruoli, impossibilitati ad evolvere e ciò che li rende tanto affascinanti e che, contemporaneamente, ci impedisce di provare disgusto nei loro confronti è la loro impotenza. Vagano distratti, si incontrano e si scontrano, intuiscono la sofferenza, ma evitano il contatto diretto: i loro corpi sono mortificati dalla malattia, dalla nevrosi, dalla solitudine. Non sanno e non possono risolvere i conflitti, si lasciano vivere poiché l’inerzia li governa e nega la possibilità.

Marta Raviglia
http://www.martaraviglia.com/

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