venerdì 5 agosto 2011

Un frammento (2)

Il seguito (possibile) del frammento di racconto apparso il 7 aprile di quest'anno.

Va bene, va bene: sfogliamo le pagine della cronaca nera, in cerca di omicidi, come dice Pallanza. Di mio non ne saprei inventare, mi manca la fantasia. Dovrebbe essere motivo di vanto, questa mia mancanza, o almeno di consolazione, invece tutti mi guardano come se dovessi vergognarmene. Non sapresti nemmeno inventare un modo per farmi fuori e scamparla, mi dice la mia fidanzata ridendo. Chissà cosa penserebbe di te tuo padre, mi dice con un sospiro mia madre. Cerchiamo, allora, sulle pagine interne della cronaca, tra i trafiletti, nel mondo delle periferie e dei centri storici, nei piani interrati, nelle soffitte, nei monolocali affittati a prezzi esorbitanti, negli ambienti dei pensionati e dei disoccupati, delle famiglie esasperate dalle tensioni, delle aziendine governate da piccoli tiranni, delle scuole abitate da teppisti di minore età. Segno diligente su un quaderno i casi più singolari, le uccisioni più pittoresche. Resto colpito dagli omicidi tra vecchi. Si scannano tra loro per un niente – beghe passionali, liti su centimetri di proprietà contesa, sguardi storti mal interpretati, dispetti subiti e ricambiati vent’anni prima. Nelle rare foto hanno lo sguardo cocciuto di chi lo rifarebbe subito, di chi magari si pente di non essere stato efferato a sufficienza. Il carcere non li spaventa – hanno poco da vivere ancora, e lì dentro contano di mangiar bene e stare al caldo, magari di ritrovare vecchi amici.
Potrei trovare in loro qualcosa da raccontare? mi chiedo, concentrato su quegli occhi cocciuti. Non ci trovo nulla, nulla, anche se cerco a lungo.

Non va meglio con i giovani – ne scovo che si sono buttati da una finestra della loro scuola ma forse sono stati buttati o almeno spinti o convinti a farlo; oppure che si sono accoltellati per una coetanea all’uscita da una balera; o che si sono tagliati la gola per il possesso di un paio di scarpe costose. Sguardi fissi nel vuoto, stupiti che qualcuno abbia considerato grave il loro gesto. Abbronzati e pettinati come manichini, già un po’ atticciati, le sopracciglia ridisegnate a vanvera. Leggo distrattamente la trascrizione dei loro farfugli, e mi diverto (blandamente) al cader dalle nuvole dei loro vecchi, che tentano difese d’ufficio, attaccano le vittime dando ad esse dei provocatori, promettono querele. Mi concentro sui genitori – in assenza di interesse per i loro figli, la cui espressività mi pare quella di un soprammobile, provo a immaginare i pensieri dei genitori. Hanno più o meno la mia età, noto. Molti sono professionisti o impiegati del terziario. Hanno partorito mostri di cui han rinunciato quasi subito a comprendere le ragioni, e hanno preferito esiliarsi in salotto o in cucina, o negli orti dietro casa, lasciando campo libero alla prole. Mi disgustano come personaggi da cattiva letteratura.

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