lunedì 29 agosto 2011

"Dalla nonna": ancora qualche riga.

(Il racconto "Dalla nonna", che si può leggere integralmente in http://www.scuole.vda.it/Ecole/supp86/10%20-%20Morandini.pdf, prosegue così)

La nonna viveva da sola, e si teneva compagnia borbottando tra sé. Usciva a ore insolite, la mattina presto o sotto il sole del primo pomeriggio, e si perdeva in lunghi giri tra i campi, da cui tornava con le sporte cariche di erbe, funghi, uova d’uccello, lumache. Non mi voleva con sé, quando usciva, memore delle raccomandazioni dei miei: mi chiudeva allora a chiave dentro la casa piena di odori, dopo avermi salutato in fretta, come se avesse avuto un appuntamento misterioso.
Attraverso le feritoie degli scuri la osservavo allontanarsi tra i prati, accucciarsi ogni tanto a raccogliere una cicoria, a rovistare tra l’erba più alta di lei in cerca di radici, finché non spariva alla vista. Talvolta litigava con altre donne già intente a spigolare cicorie, e le scacciava a grandi gesti teatrali, che mi ricordavano lo sbattere d’ali delle cornacchie quando vogliono allontanare dal cibo altri uccelli. Quelle donne si facevano da parte quasi subito, proprio come fanno gli uccelli, e rimanevano distanti a guardarla e a dirle male parole, mentre lei raccoglieva quanto le serviva, indifferente. Qualcuna, più coraggiosa, le lanciava addosso un sassolino, o un mazzetto di erbacce.
Sapevo che la attiravano quei cerchi d’erba più scura che disegnavano i prati e che lei diceva provocati dai fulmini scaricatisi a terra. Lì, tra i ciuffi più verdi, era capace di scovare funghi minuscoli e odorosi, che strappava con le unghie e a cui rivolgeva parolette affettuose. Come potesse lei, dalla vista così debole, scoprire quei funghetti restava un enigma – immaginavo che li rintracciasse seguendo le tracce degli odori, come un animale. Se le capitavano sotto le mani funghi velenosi o che non conosceva, invece, era lesta a pestarli, a schiantarli con ferocia, come se l’avessero sfidata. Quei funghi – quelli buoni, intendo – li avrebbe poi cucinati in sughetti scuri e via via più brodosi, che avrei sentito fino a notte abbarbicati alle mucose delle narici.
Tornava carica di erbe e radici, dicevo, e di animaletti che avrebbe cotto a lungo, a finestre chiuse, intridendo l’aria di odori insopportabili. Talvolta tornava di corsa, inseguita da uno o due cani, e saliva rantolando. Sapevo allora che era stata a rubare in qualche orto, o nei frutteti che si allungavano a sud lungo la ferrovia, dopo i prati. Buttava nel lavandino le pere minuscole che aveva strappato dai rami, e che ripuliva alla bell’e meglio dal disinfestante. Erano dure e asperrime, al punto che le gengive parevano ritirarsi dopo un paio di morsi, e i denti si rivestivano di una scorza acida. Lei mangiava quei frutti striminziti con ingordigia, e uno sguardo incantato, forse più per l’eccitazione dell’impresa andata a buon fine che per il sapore di quei bocconi. Sotto, al portone, i cani che l’avevano inseguita avrebbero ancora raspato a lungo, frustrati.

(A proposito, la citazione "Etre écrivain, c'est errer dans l'espace avec un crayon", che titola l'antologia di cui fa parte "Dalla nonna", è una frase, per la verità non memorabile, di Pascal Quignard)

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