mercoledì 3 agosto 2011

"Il sangue del tiranno": l'intervista di Fabrizio Fulio-Bragoni

Fabrizio Fulio-Bragoni, in preparazione dell’incontro del 22 luglio a Moncalieri dedicato al noir politico (erano presenti anche Luca Rinarelli e Piero Calò), mi aveva inviato alcune domande sul mio “Il sangue del tiranno”. Propongo di seguito le sue domande e le mie risposte – presto saranno leggibili anche sul bel blog di Fabrizio, http://hotmag.me/nonsolonoir/, che vi consiglio di tenere d’occhio.

Nel tuo romanzo dipingi molto bene le tensioni interne i rapporti tra professori ecc. Qual è la tua relazione con l'ambiente accademico?
È una relazione indiretta, fatta di lontani ricordi, letture e conoscenze, visto che non frequento l’università da molti anni. Diciamo che nel costruire l’ateneo di provincia pretenzioso e scricchiolante in cui ho ambientato le vicende del romanzo mi sono basato un po’ sulla documentazione e un po’ sull’immaginazione. In fondo quelle tensioni interne sono comuni a tutti gli ambienti chiusi, si alimentano di rivalità e incomprensioni.

Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo proprio nell'ambiente universitario? Ti pare che rappresenti meglio di altri luoghi l'idea dell'eccellenza tradita, è solo un luogo dove tensioni spesso nascoste sotto la superficie sono più visibili...?
È un mondo in crisi (almeno in Italia), logorato dall’interno e seriamente minacciato dall’esterno (tagli di fondi, ecc.). Nel romanzo avevo bisogno di situare le vicende in un microcosmo così, fosse un ospedale, una caserma, un liceo (no, questo no, già ci lavoro). L’università presentava proprio il discutibile vantaggio di essere il luogo in cui emergono meglio lo svilimento delle eccellenze, l’umiliazione delle intelligenze. L’idea (la speranza) era poi quella di dare ad essa un valore simbolico, di farne una sorta di paradigma di una situazione molto più generale – e qui le tensioni interne per il mantenimento o il raggiungimento del potere hanno il loro peso.

Il tuo romanzo appare, da un punto di vista “giallistico”, incompiuto. Ora, a me pare che questa forma incompleta sia, almeno per quanto riguarda quella che tradizionalmente si chiama letteratura d'intrattenimento, una delle maggiori acquisizioni degli ultimi anni. È una scelta stilistica e formale che spinge in senso fortemente realistico - spessissimo la realtà resta "inspiegata", o almeno parzialmente oscura. A che cosa è dovuto il suo uso nel tuo romanzo? È il risultato di una scelta teorica, risponde alle richieste di editori e curatori di collana o è una forma che ritenevi adatta alla storia che volevi raccontare?
Ma io amo l’incompiutezza! La pratico come forma di espressione e di costruzione narrativa da sempre, nei miei romanzi. Detto tra noi, amo anche le zone oscure della narrazione, le ellissi, il non detto, pure i tempi morti e l’inerzia, sebbene nel caso di questo romanzo io abbia dovuto farne a meno per non rinunciare a una certa velocità. E detesto le forme impeccabili, gli universi narrativi perfettamente organizzati, in cui alla fine tutti i dubbi sono risolti, tutti i nodi vengono al pettine, ecc. Era il problema del romanzo poliziesco classico, almeno dal mio punto di vista: tutto troppo rassicurante, tutto troppo spiegabile, tutto troppo “orizzontale”, unidirezionale. La realtà, hai perfettamente ragione, è spesso così intricata e ambigua da sfuggire a ogni tentativo di spiegazione esaustiva, di conclusione definitiva. Che se ne sia accorta anche la letteratura di intrattenimento mi fa piacere – e anche qui hai ragione, quando parli di acquisizione, perché l’incompiutezza arricchisce un testo, lo stratifica, fa risuonare più in profondità, lo rende, in un certo senso, parte di un testo immaginario molto più vasto e complesso.
Il noir, per quel che ne so, si presta più di altri generi ad accogliere questa incompiutezza, proprio perché ha spostato l’attenzione dai meccanismi dell’indagine ad altri aspetti (la psicologia dei personaggi, il contesto sociale…). Detto questo, so bene che il mio resta, nonostante i miei sforzi, un noir “anomalo”, “eccentrico”, “stravagante”, come è stato definito: ma a me interessava preservare la componente politica più di quella diciamo “poliziesca”, come credo sia anche nel progetto della collana “Inchiostro rosso”. D’altro canto potevo contare sulla competenza di Matteo Di Giulio, che della collana è il responsabile – e prima ancora su quella delle prime persone a cui ho sottoposto il manoscritto.

Parlando di letteratura d'intrattenimento, qual è il tuo rapporto con la letteratura poliziesca, noir e gialla?
Credo, banalizzando un po’, che chi scrive debba usare i generi, non esserne usato. Credo anche che il miglior modo per rendere omaggio alla vitalità dei generi sia attingere liberamente ad essi, contaminarli, forzarli, contraddirli anche. In passato mi è già capitato di ispirarmi senza troppo timore reverenziale a temi e situazioni della ghost story, con “Nora e le ombre”, del romanzo gotico, con “Le larve”, in parte del romanzo storico o diaristico con “Rapsodia su un solo tema”. Ora che ho reso un mio personale omaggio al noir, posso passare ad altro (al romanzo picaresco e d’avventura, ad esempio).
Quanto alla produzione noir e gialla, non la frequento molto spesso, lo confesso. Ma credo che si possa riconoscere un’attitudine noir nella mia visione delle cose e in quello che scrivo.

So che i paletti proposti dai curatori di collana sono piuttosto rigidi: com'è andata la tua collaborazione con loro? Avevi già in mente questo romanzo, o la stesura è stata in qualche modo segnata da una vostra collaborazione?
Avevo da tempo in testa questa idea: un vecchio capo tirannico gravemente malato (boss, primario, dirigente, o appunto rettore) ritorna proprio quando nessuno se lo aspetta, scatenando reazioni nei dipendenti (uno spunto nato dalla devozione a un classico come “Les diaboliques” di Clouzot, ma anche dalla rilettura di “Le Roi se meurt” di Ionesco: almeno il primo, vedi, è ascrivibile al mondo del noir). Quando Matteo Di Giulio mi ha proposto di scrivere una cosa per la neonata collana “Inchiostro rosso” io ho avanzato questa idea, che a lui e agli altri di Agenzia X non è dispiaciuta, e da lì è nato tutto. Certo ne avrei fatto qualcosa di diverso, di meno legato all’attualità, e di meno immediato, se, partendo dallo stesso spunto, avessi scritto un romanzo al di fuori delle caratteristiche della collana: diciamo che alla fine “Il sangue del tiranno” è un buon compromesso tra le esigenze dell’editore (e le peculiarità del genere) e le mie. D’altra parte Matteo sapeva i rischi che correva a proporre a me di scrivere un noir. Amo pensare che l’incontro (l’attrito, anche) tra le due concezioni (la mia, la loro) abbia prodotto qualcosa di nuovo, di particolare, con un piede dentro il noir e uno fuori, ma comunque con una solida matrice “politica”, se non “militante”, come richiede la collana.

Cosa puoi dirmi sul ruolo della violenza -e sull'uso che i tuoi personaggi ne fanno o vorrebbero farne- all'interno del tuo romanzo?
Curiosamente, è una violenza sempre raccontata, o immaginata, mai rappresentata. Tutto quel sangue versato non lo si vede mai. Lo si immagina, e immaginarlo amplifica l’effetto, moltiplica quel sangue per così dire. Il fatto che il rettore La Sansa non sia davvero morto, e continui ad agonizzare, nonostante tutto quel sangue, amplifica l’effetto da teatro dell’assurdo. Il campione di questo approccio visionario alle cose è il professor Calandrone, che con il progettare tentativi di far fuori il vecchio tiranno, cioè il rettore, si proporrà come il sospettato principale. Ma anche il narrante, il professor Villani, è uno che ipotizza, rimugina, prova a ricostruire gli eventi con quel poco che sa.
La vera violenza sta piuttosto nei rapporti professionali e anche umani all’interno di quel mondo chiuso. È violenza psicologica, certo, ma mi pare non meno crudele di quella fisica. Tra parentesi, i rapporti umani giocati sul piano della tensione, del conflitto, sono uno dei temi più ricorrenti anche nei miei romanzi precedenti.

Il tuo romanzo si conclude, classicamente, con un esilio, come di fronte a un tirannicidio fallito. Ma il concetto che viene fuori è ben altro. Secondo te, davvero non c'è speranza per la cultura in Italia?
La chiusa pessimistica, con i protagonisti in esilio a Parigi, ha anche un valore parodistico, oltre ad essere un omaggio all’ultimo romanzo di Stéphanie Hochet, una mia amica scrittrice francese purtroppo non ancora tradotta in Italia (l’intero “Sangue” è disseminato di omaggi a questa scrittrice di grande talento e alla letteratura francese). Comunque sì, il romanzo è pessimistico – ma il noir è costituzionalmente pessimistico, no? Il pessimismo della ragione, diciamo: quello che ci fa dire che la ragione non arriva a spiegare fino in fondo quel che davvero è accaduto, ma sa avanzare molteplici congetture, o almeno ne illumina l’inspiegabilità. L’essenziale, nella vita come nel mondo dell’invenzione letteraria, è che il pessimismo non diventi disperazione, non si traduca in inazione, in indifferenza.
Tu però mi hai fatto una domanda precisa, e difficile. Lo stato di degrado culturale dell’Italia di oggi è spaventoso. E non credo che dipenda tanto dalle responsabilità e dalla fragilità del mondo culturale – responsabilità che pure ci sono – ma da un appiattimento di tutta la società, un livellamento profondo e generale. Oggi per molti dare dell’intellettuale è formulare un insulto. Degli operatori culturali (degli insegnanti innanzitutto) si diffida, ci si prende gioco. Molti enti culturali vengono messi nelle condizioni di non poter più operare. L’eredità culturale del passato viene dimenticata, banalizzata, fraintesa. Siamo rappresentati a diversi livelli da persone che menano vanto della propria ignoranza, e che alla pazienza della ragione hanno sostituito l’urgenza delle pulsioni primarie. Sì, c’è da demoralizzarsi – ma si può sempre sperare che questa fase sia appunto solo una fase, uno stallo profondamente umiliante ma provvisorio.

1 commento:

fabriziofb ha detto...

con gravissimo ritardo, provvedo a ripubblicare... (e a breve spero di inserire anche la recensione).
fabrizio