sabato 6 luglio 2013

Da "Letteratitudine": Luciano Berio, "C'è musica e musica"

Che emozione quando ho scoperto in libreria le dodici puntate di “C’è musica e musica” di Luciano Berio in una bella confezione di due DVD più un libro! Le ha pubblicate da pochissimo Feltrinelli nella collana Real Cinema, a cura di Angela Ida De Benedictis.
Ricordo ancora bene (mi perdonerete se in questa recensione indulgerò a qualche flash autobiografico) quello che significò nel 1972 quel ciclo di trasmissioni sulla musica contemporanea. Era uno stile originale, eclettico, che mescolava sperimentalismo e divulgazione d’alta classe, momenti giocosi e riflessioni ardue, concertisti e marionette, alto e basso, in un flusso che avrei ritrovato in certe dinamiche interne delle composizioni più ampie di Berio stesso, che so, “Coro”, la “Sinfonia”, “Rendering”. Ecco, “C’è musica e musica” era una partitura, gigantesca, ambiziosa, vorace, fatta di musiche (tutte le musiche di tutti i tempi e tutti li luoghi) e voci (tutte le voci, dai vecchi leoni della musica del primo Novecento ancora in vita ai barbutissimi studenti universitari ancora in fermento); dal punto di vista del linguaggio televisivo, era qualcosa di profondamente innovativo, come mettono bene in luce il denso saggetto di Ulrich Mosch e il contributo di Michele dall’Ongaro, che di Berio è oggi in televisione l’affabile continuatore.

L’eclettismo di Berio si manifesta subito, nella scelta di far parlare non solo gli esponenti più o meno rigorosi dell’avanguardia degli ultimi anni (Maderna, Boulez, Cage, Stockhausen…), ma anche quei contemporanei che avevano scelto altre vie senza rinunciare a un linguaggio più tradizionale (Menotti, Bernstein…); compaiono i grandi vecchi del Novecento, commoventi (Milhaud, Messiaen… di Stravinsky vengono proposte le immagini delle esequie, in una breve sequenza che mi fa venire ancor oggi i lucciconi); ci sono il pop, il rock, la musica elettronica, la musica concreta, colonne sonore cinematografiche, soprattutto (inevitabile, visto che Berio dirige il tutto) il folk di tutto il mondo, studiato con l’attenzione che merita un patrimonio musicale alla pari con ogni altra forma espressiva. Alla base di questo ciclo di puntate è presente un’idea di armonizzazione più che di contaminazione; Berio non gioca a sovrapporre o mescolare in un crossover alla lunga superficiale e stucchevole, ma tesse trame, collega, rivela parentele inaspettate, lavora sulle polifonie (“Una polifonia di suoni e immagini” è, non a caso, il titolo del volumetto che raccoglie testimonianze attorno alla trasmissione e riporta la provvidenziale trascrizione di tutte le puntate a cura di Federica Di Gasbarro).
Nelle puntate è un continuo interrogarsi su alcuni aspetti cruciali: il rapporto con il grande pubblico, ad esempio, o, se allarghiamo un po’ il discorso, con la società, o ancora il rapporto con la tradizione. Secondo uno stile che oggi a noi sembra lontanissimo (il dibattito perenne, la vita vissuta come assemblea, qualcosa del genere) tutte o quasi tutte le personalità coinvolte si esprimono sulla necessità che la musica non perda il legame con  gli ascoltatori: dei quali si ascoltano i pareri, pazientemente.
Non era musica facile, anzi era musica che percorreva strade erte, che esplorava territori nuovi, ma lo faceva sempre ragionando, spiegandosi insistentemente, organizzando concerti nelle fabbriche, nelle piazze o nei luoghi di ritrovo più frequentati, ispirandosi a temi che reputava vicini al popolo. In quegli anni, il pubblico, quello giovanile soprattutto, ascoltava ancora, accettava la sfida di questa musica di ricerca, se ne sentiva anzi una componente attiva, e partecipava davvero. L’avversario comune, in quei primi anni settanta, era piuttosto la musica standardizzata e innocua che si affacciava nei programmi televisivi del sabato sera o ai Festival di Sanremo, erano i prodotti di consumo pensati per una società in via di massificazione (ne fa le spese, nella prima puntata, la povera Orietta Berti, di cui si sente il celebre “Tipitipitì” proprio quando Luigi Nono, intervistato da Berio, accenna alle musiche di “totale evasione o di totale rincretinimento”).
Questo intento comunicativo della musica d’avanguardia non solo lo si legge nelle partiture ideologicamente connotate di Nono, ma lo si coglie anche nella testimonianza di altri musicisti esteticamente più lontani, come Sylvano Bussotti: a una domanda della Ottolenghi se esista una “frattura tra la musica contemporanea e il più largo pubblico” Bussotti risponde  subito “Io direi assolutamente di no”, e la sua non suona  come una boutade, ma come l’espressione di un bisogno. Lo si coglie , l’intento comunicativo, nella piacevolezza a cui compositori come Berio non sanno rinunciare (il termine piacevole appare in una breve introduzione di Umberto Eco al volume) pur nell’ardua complessità dei loro riferimenti linguistici. Non c’è nessuna torre d’avorio attorno a questi eroi della ricerca, non fiorisce alcun hortus conclusus, nessuno pratica o teorizza una nuova Arcadia – non c’è spazio, insomma, per il comodo cliché del musicista colto d’avanguardia irrimediabilmente avulso dal mondo. Quelli erano compositori che lavoravano con le mani, artigianalmente, non temevano di sporcarsi, e non perdevano mai il senso della praticità (gli americani forse più degli altri, empirici, concreti); guardateli mentre sperimentano con i primi, ingombranti, giganteschi computers (la s finale è d’obbligo).
Quanto al rapporto con la tradizione, ogni puntata di “C’è musica e musica” dimostra come non vi sia rottura tra la ricerca e il passato, ma piuttosto un fecondo, talvolta amoroso, talvolta ironico dialogo. La dimostrazione più netta è senza dubbio contenuta nella settima puntata, tutta dedicata all’analisi della Terza Sinfonia di Beethoven, l’Eroica: Berio, che è stato un grande trascrittore di musiche del passato, oltre che un profondo conoscitore della storia della musica (è perfino banale dirlo), rovista tra gli appunti di Beethoven, gli abbozzi, recupera pentimenti e versioni alternative, rivelando battuta dopo battuta come la Terza non sia certo un esemplare monumentale di sinfonismo di maniera, ma sia fatta piuttosto di guizzi imprevedibili, di rimandi sotterranei, di scarti rispetto ai codici del tempo, di continue sorprese rispetto alle attese del pubblico – sia cioè un’opera di ricerca, nata dal lavorio incontentabile di uno degli sperimentatori più estremi della storia della musica.

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