venerdì 19 luglio 2013

Da "FuoriAsse" n. 8: Michele Mari, "Di bestia in bestia"


Riprendo, dal n. 8 di "FuoriAsse" di Cooperativa Letteraria, il mio pezzo sul primo romanzo di Michele Mari, "Di bestia in bestia", recentemente ripubblicato da Einaudi; e vi invito ancora una volta a leggere ogni pagina di questa eccellente rivista culturale.


Il primo romanzo di Michele Mari, “Di bestia in bestia”, esce nel 1989 per Longanesi. Mari, all’epoca, è soprattutto uno studioso, i cui interessi (letterari, filologici) si muovono nell’ambito della letteratura italiana tra Sette e Ottocento; la sua produzione non accademica (il risvolto di copertina la definisce “privata”), fatta di racconti, traduzioni, disegni, versi, è ancora per l’appunto privata, non ha ancora avuto uno sbocco editoriale. Credo sia importante, per parlare del “Di bestia in bestia” uscito recentemente per Einaudi dopo un lavoro di revisione a cui accenneremo, fare riferimento a quella prima edizione, all’apparizione di questo strano, sontuoso, inquietante oggetto che è stato il primo romanzo di Mari. Un romanzo “di genere” dentro e fuori da tutti i generi, maniacalmente ipercolto, provocatoriamente fuorimoda, già spiazzante in un mondo editoriale che si avviava ad applicare massicciamente criteri di industria e di marketing alla filiera della pubblicazione. Piacque, non a caso, a lettori come Giorgio Manganelli, che lo definì “un libro che se ne sta appartato, dispettoso, non facile, con il fascino di cosa venuta fuori dal nulla”.
Il romanzo è davvero tutto, e tutto insieme. È, all’inizio, un’avventura alla Verne (i personaggi di Mari hanno, delle figure di Verne, l’eccentricità, la verbosità, la petulanza), in una geografia ostile che preserva la sua fantastica indeterminatezza pur nell’abbondanza di riferimenti; è, all’occorrenza, indagine poliziesca alla Poe o alla Conan Doyle, ovvero applicazione ostinata di una sorta di logica ad avvenimenti che si sottraggono alla logica; è, soprattutto, recupero di ogni elemento proprio della narrativa gotica, ombre, larve, castelli e manieri (o se non altro recupero dell’armamentario delle parole, anche quando indicano un palazzone isolato), ritratti di defunte somiglianti a donne viventi, pipistrelli enormi, isolamento, segrete, cunicoli, rumori inspiegabili, tuoni e fulmini, popolazione locale di bruti, sdoppiamenti in gemelli; bestie che seducono donne, sospetti che sospettano di altri sospetti, ipotesi che si inerpicano caparbie su verosimiglianze sempre più esili e scivolose; è narrativa d’appendice, nelle chiuse invitanti dei capitoli, in certe formule d’effetto (“Attenzione adesso… attenzione perché ora viene l’orrore…”, ma ecco, l’orrore si rivela subito una grottesca pochade), è avventura, o meglio citazione di avventure pescate a piene mani dalla letteratura popolare (Verne e Poe, si diceva, ma anche Machen, Mary Shelley, Stoker…). È anche, e forse soprattutto, un libro sui libri: non solo il palazzo isolato in cui si svolgono le avventure racchiude una splendida, ricchissima biblioteca, ma i libri compaiono ovunque, nella realtà e nei sogni, nella memoria colta dei personaggi, nei discorsi in particolare del padrone di casa, Osmoc (quante note a piè di pagina nelle sue parole, quanti libri meravigliosamente inventati mescolati ad altri veri!). “Io non ho un fratello, ne ho sessantamila… sessantamila fratelli in ventiquattresimo e in-folio…” dice non a caso il padrone di casa ai suoi ospiti.
Nei libri i personaggi cercano ostinatamente ogni (possibile) spiegazione ai misteri e agli orrori del loro presente. I loro discorsi dotti sono postille e glosse che filtrano una realtà che li farebbe altrimenti stramazzare di paura. In fondo sono uomini di scienza e di lettere, e così si presentano (“non v’è nulla al mondo, assolutamente nulla che la scienza non abbia il dovere di investigare portandolo alla luce del sole”), costretti però a convivere con l’insolito e l’inspiegabile, e affascinati da esso, come caricature di positivisti. La cultura classica (erudizione, più che cultura, si direbbe) li aiuta a ricondurre il mistero dei luoghi e la barbarie senza nome in cui si muovono a rassicuranti riferimenti, ne addomestica e stempera l’orrore.
Sono insomma personaggi citazionisti, Osmoc in testa, e sono essi stessi somma di citazioni: Mari stesso ci appare, man mano che ci addentriamo nella lettura, come un citazionista affetto da quella sorta di dongiovannismo goloso e insieme ironico che animava, che so, Stravinskij: come Stravinskij, Mari si appropria di generi già storicizzati, con freddezza solo apparente, in realtà con voluttà accumulatoria, passando dall’alto al basso, dallo squisito al popolare, dal clin d’oeil specialistico al ricorso parodistico ai cascami più vieti, senza negarsi nulla. Come il suo personaggio Osmoc nel suo palazzo (o “castello”, o “maniero”), Mari è impegnato a “inventariare, significare, ordinare” fatti su fatti, parole su parole.
Bisogna stare attenti ai falsi segnali che Mari dissemina in questo gioco intricato di piste echi ammiccamenti allusioni: Osmoc, nonostante il nome troppo facilmente e ingannevolmente decifrabile, è un’intelligenza catalogatrice e accumulatrice più che ordinatrice. Parallelamente Asoc, il suo doppio misterioso, il gemello tutto istinto e zero intelligenza che compare nella seconda parte dopo una vertiginosa (e deliziosamente incongrua, tra rapimenti stilnovistici e petrarcheschi, inquietudini protoromantiche, moti foscoliani e ripiegamenti leopardiani, con un linguaggio che tocca Dante, Vico, Tommaseo e chissà chi altri) tirata di Osmoc sull’amore, è tutt’altro che “caotico” nella sua bestiale rozzezza: piuttosto, è semplice come un bruto, elementare come un animale, o un gigantesco bambino (“caso” allora, più che “caos”). Dei due, il vero “caos” è quello eretto da Osmoc nel suo mondo esclusivo e labirintico – la semplicità della vita di Asoc contraddice l’ammiccamento del nome (nomen non omen, insomma, e per chiarire). Ad ogni modo, è lui, Asoc, delle “bestie” a cui rimanda il titolo, la più ingombrante narrativamente: è lui il Morlocco, il Calibano, il mister Hyde, l’Entità che promana dalla mente di Morbius ne “Il pianeta proibito” (e qui ci fermiamo, perché le nostre cartucce sono assai più modeste di quelle di Mari).
E poi, poi c’è la lingua del romanzo, o meglio ci sono le lingue, che vivono una vita parallela, che non collima sempre con la natura delle vicende. È una lingua che recupera l’italiano dei secoli passati, si intride di citazioni dai classici, si imbambola estaticamente in sequenze di arcaismi. In “Io venia pien d’angoscia a rimirarti” (Longanesi, 1990, poi Marsilio e infine Cavallo di Ferro, 2013) il sistematico ricorso agli arcaismi (ai leopardismi, ovvio) aveva un senso e uno scopo, un valore mimetico, vista la materia narrativa. In questo “Di bestia in bestia” non basta l’erudizione dei personaggi, Osmoc in testa, a giustificarne l’uso – la lingua qui vive di vita propria, appunto, prende strade solo sue, rifiuta la verosimiglianza e la congruenza, smentisce il genere o i generi del romanzo, si colora piuttosto di lirica e di trattatistica, oscilla capricciosa per lo più tra Seicento e Ottocento ma non disdegna la grammatica dei secoli precedenti – e tutto questo mentre il romanzo, di impostazione parodisticamente ottocentesca, contiene allusioni a un’epoca assai più vicina a noi. È un’altra storia, insomma, un’altra avventura, quella delle parole rispetto ai fatti, un’avventura fatta di attriti continui con la materia trattata – una caratteristica cara a Mari, come sa bene chiunque abbia letto il diario militare della “Filologia dell’anfibio” (Bompiani, 1995, poi Laterza, 2009) sorprendendosi e divertendosi dinanzi allo scarto tra l’italiano aulico (quasi sempre) e il racconto “basso” della naja.
Per l’edizione Einaudi (223 pagine fitte, contro le 265 altrettanto fitte dell’edizione Longanesi), Michele Mari mette mano a quel primo romanzo, ne lima certi eccessi, ne asciuga le ossessività parodistiche; attraverso una “serie continua e capillare di tagli”, lavorando “come un editor”, doma la vera “bestia”, insomma, la bestia più temibile, quella che si annidava nello stile, nel gioco ipercolto e ossessivo, ne addomestica le ombrosità, la riconduce a sentieri meno remoti. Già dal frontespizio scompare il sottotitolo “Una storia vera tra languore ed ardore”. Cito poi ad apertura di pagina: “Finalmente, tra una correzione e un’addenda, arrivammo” diventa “E finalmente arrivammo”. Similmente nei dialoghi, in particolare, direi, nelle battute di Osmoc: “Dunque dunque dunque. Dov’era. Ah sì. Ho trovato qualcosa che potrà interessarci” si riduce a “Ho trovato qualcosa che…” Ma adesso basta, non esageriamo, non siamo nipotini di Osmoc.
A fare le spese di questo laborioso editing, direi, è soprattutto questo personaggio, il più mostruoso, l’erudito intrattenibile, che non sa esprimersi “senza retorica e senza insieme irriderla nell’atto stesso di farne impiego, come un oratore che si eserciti nel proprio studiolo saggiando la bontà degli strumenti di cui disdegna già l’uso” (una definizione-specchio in cui Mari sembra riferirsi anche a se stesso). Con la nuova stesura, l’autore ha operato un distacco forte e (non poteva essere altrimenti) puntiglioso da quella prima stagione, da quel se stesso, anche dall’urgenza di molti degli eccessi “nevrotico-feticistici” dello stile “alto e sublime” che si era imposto come registro dominante negli anni ottanta. Ma noi ce ne avvediamo solo se ci prendiamo la briga di comparare la versione Einaudi con la più antica, come i manzonisti fanno mettendo a confronto la “ventisettana” e la “quarantana” (questa è mia), o gli esegeti di Glenn Gould le registrazioni delle “Variazioni Goldberg” del 1955 e del 1982 (questa è di Mari), perché, nel panorama editoriale di oggi, Mari resta un unicum di stile e una voce personalissima, sia pure fatta dell’eco di mille altre voci.
Tra tante asciugature, vi è un’aggiunta, alla fine, scritta nello spirito e nello stile delle pagine che precedono, la finale “Nota del professor ***”, ironico e affabile racconto filologico delle vicende editoriali di “Di bestia in bestia”, dalle primissime, abnormi stesure, ai rapporti con Mario Spagnol, il primo editore, fino agli interventi successivi. Dalla lettura di questa nota si esce impressionati dall’accanito lavoro di revisione (quasi sempre “a togliere”) che Mari ha a più riprese compiuto sul suo primo libro, l’unico che non abbia voluto ristampare “meccanicamente”. Alla fine, l’edizione Longanesi e quella Einaudi sono presentate come “momenti di un unico e continuo processo evolutivo”: come una scultura in un blocco di marmo, “l’attuale versione, in ogni sua oltranza di lingua e di stile, era già tutta nella prima”.

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