mercoledì 31 luglio 2013

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Monsieur Hulot all'inferno"



Riporto l'inizio del pezzo che si può leggere da ieri nella mia rubrica "Da una provincia di confine", sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" (http://www.zibaldoni.it/). Il titolo è "Monsieur Hulot all'inferno" (ma anche il titolo alternativo sul link, "L'uomo della fame", suona particolarmente efficace, oltre che in sintonia con l'immagine scelta, un Totò che si abbuffa di pastasciutta).
Quassù, dalle mie parti, vivono personaggi che vale la pena braccare. C’è ad esempio un tizio, un vecchietto tutto rughe, pallido come un agonizzante, che si fa spesso vedere ai vernissages e alle premières – ovunque ci sia da scroccare cibo e vino gratis. Non gli importa nulla di quadri, libri, conferenzieri: se ne sta in disparte e aspetta che l’evento abbia fine per buttarsi prima di tutti gli altri sul buffet. Si ficca in bocca manate di salatini e dolciumi, senza fare distinzione, e reclama bicchieri di vino dal cameriere – e man mano che l’alcol lo rende audace, la voce gli si fa sempre più imperiosa, le richieste sempre più ostinate. Quello che non ingurgita lì per lì se lo preme nelle tasche dell’impermeabile, poco importa se si tratta di roba unta. Non lascia avvicinare gli altri: piccolo e gracile com’è, si impone a tutti, e corre da un punto all’altro della tavolata dei rinfreschi per mettersi davanti ai convenuti e impedire loro di allungare la mano sui vassoi.
Certi miei amici artisti hanno finito per considerarlo una mascotte. Se non lo vedono arrivare alle loro presentazioni ci rimangono male, e, per effetto di quella insinuante superstizione che coglie anche i più sofisticati, finiscono per divenire pensosi, pessimisti, distratti, scostanti. Tra loro, inteneriti, nei salotti, si raccontano gli exploit del vecchietto, si dilungano sullo sguardo, su quel suo passo incerto, sulla forza prodigiosa che sa tirare fuori inaspettatamente quando crede che qualcuno gli voglia sottrarre le pizzette. Io, quel vecchio scroccone, lo detesto. Più di una volta l’ho mandato via di malo modo, e una volta – ma non ne vado fiero, lo racconto solo per amor di verità – ho cercato pure di lanciargli in faccia un mio libro, mancandolo. I miei amici, invece, gli regalano i loro libri o i loro quadri, e non sanno che lui, invece di leggerli, li venderà per comprarci le sigarette.
Bene, oggi ho deciso di seguire il vecchio scroccone. Lo pedinerò di nascosto, per ore, finché non scoprirò tutti i suoi segreti. So dove trovarlo: di solito ciondola nei pressi della saletta ristoro della biblioteca, dove scrocca caffè e panini e sigarette agli avventori più sprovveduti. Ha un modo tutto suo di guardarti negli occhi, con un’espressione umida e dolente, che ti fa sentire un criminale se non gli allunghi gli spiccioli per un caffè o mezzo pacchetto di sigarette, che poi lui arraffa senza dir grazie, per passare poi a inumidirsi gli occhi dinanzi a qualcun altro. I ragazzi stranieri che passano i pomeriggi in biblioteca perché non sanno dove altrimenti andare ci cascano subito: non hanno quasi soldi in tasca per sé, ma quel parassita mellifluo li costringe a tirar fuori il poco che hanno.
Lo trovo lì, infatti, che fa la posta a un paio di studenti universitari. Questi, per toglierselo dalle balle, gli hanno appena allungato un euro, che lui ha infilato subito nella macchinetta dei panini. Ora pigia pulsanti un po’ a caso, sconcertato che tutto quello che desidera maggiormente costi di più di un euro. Sta per elemosinare un altro euro agli studenti, ma questi, che hanno finalmente capito, se ne vanno. Lui resta lì, vicino alla macchinetta, in attesa di qualcun altro a cui spillare quel che manca.
Lo osservo da dietro l’angolo. Cammina in cerchio, nervoso, le mani incrociate dietro alla schiena. Sotto la luce impietosa della saletta, il suo spolverino appare sudicio, la sua testa incrostata, le scarpe sfondate. Ora si mangia un’unghia, ora un’altra. Passa dalle unghie alla pellicola attorno alle unghie, poi alla pelle annerita dei polpastrelli. Il suo sguardo cade spesso alla merendina che ha prescelto, ma che non scende ancora. Lui gira su se stesso. Gli animali allo zoo fanno così – quelli che la cattività ha reso folli.
Arriva finalmente un tizio di mezz’età che è tutto uno sbadiglio. Non fa in tempo ad avvicinarsi alla macchinetta del caffè che il vecchio gli si butta addosso e con una vocetta querula lo implora – gli impone – di aggiungere un euro al distributore delle cibarie. La sua giustificazione, che dal mio angolo è inintelligibile, dura qualche minuto, e sembra stordire ancora di più il nuovo arrivato, che alla fine estrae dal portamonete un euro e lo inserisce nella macchietta. Lo sguardo avido del vecchio parassita segue quell’euro fino a che non sparisce nel distributore. È pronto per richiedere con un dito il panino imbottito, e a seguirne la caduta fino al contenitore in fondo.

Vi invito a leggere il seguito e a commentare qui: http://www.zibaldoni.it/2013/07/30/luomo-della-fame/

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