Riporto l'inizio del pezzo che si può leggere da ieri nella mia rubrica "Da una provincia di confine", sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" (http://www.zibaldoni.it/). Il titolo è "Monsieur Hulot all'inferno" (ma anche il titolo alternativo sul link, "L'uomo della fame", suona particolarmente efficace, oltre che in sintonia con l'immagine scelta, un Totò che si abbuffa di pastasciutta).
Quassù, dalle mie parti, vivono personaggi che vale
la pena braccare. C’è ad esempio un tizio, un vecchietto tutto rughe, pallido
come un agonizzante, che si fa spesso vedere ai vernissages e alle premières
– ovunque ci sia da scroccare cibo e vino gratis. Non gli importa nulla di
quadri, libri, conferenzieri: se ne sta in disparte e aspetta che l’evento
abbia fine per buttarsi prima di tutti gli altri sul buffet. Si ficca in bocca
manate di salatini e dolciumi, senza fare distinzione, e reclama bicchieri di
vino dal cameriere – e man mano che l’alcol lo rende audace, la voce gli si fa
sempre più imperiosa, le richieste sempre più ostinate. Quello che non
ingurgita lì per lì se lo preme nelle tasche dell’impermeabile, poco importa se
si tratta di roba unta. Non lascia avvicinare gli altri: piccolo e gracile
com’è, si impone a tutti, e corre da un punto all’altro della tavolata dei
rinfreschi per mettersi davanti ai convenuti e impedire loro di allungare la
mano sui vassoi.
Certi miei amici artisti hanno finito per considerarlo
una mascotte. Se non lo vedono arrivare alle loro presentazioni ci rimangono
male, e, per effetto di quella insinuante superstizione che coglie anche i più
sofisticati, finiscono per divenire pensosi, pessimisti, distratti, scostanti.
Tra loro, inteneriti, nei salotti, si raccontano gli exploit del vecchietto, si
dilungano sullo sguardo, su quel suo passo incerto, sulla forza prodigiosa che
sa tirare fuori inaspettatamente quando crede che qualcuno gli voglia sottrarre
le pizzette. Io, quel vecchio scroccone, lo detesto. Più di una volta l’ho
mandato via di malo modo, e una volta – ma non ne vado fiero, lo racconto solo
per amor di verità – ho cercato pure di lanciargli in faccia un mio libro,
mancandolo. I miei amici, invece, gli regalano i loro libri o i loro quadri, e
non sanno che lui, invece di leggerli, li venderà per comprarci le sigarette.
Bene, oggi ho deciso di seguire il vecchio scroccone.
Lo pedinerò di nascosto, per ore, finché non scoprirò tutti i suoi segreti. So
dove trovarlo: di solito ciondola nei pressi della saletta ristoro della
biblioteca, dove scrocca caffè e panini e sigarette agli avventori più
sprovveduti. Ha un modo tutto suo di guardarti negli occhi, con un’espressione
umida e dolente, che ti fa sentire un criminale se non gli allunghi gli
spiccioli per un caffè o mezzo pacchetto di sigarette, che poi lui arraffa
senza dir grazie, per passare poi a inumidirsi gli occhi dinanzi a qualcun
altro. I ragazzi stranieri che passano i pomeriggi in biblioteca perché non
sanno dove altrimenti andare ci cascano subito: non hanno quasi soldi in tasca
per sé, ma quel parassita mellifluo li costringe a tirar fuori il poco che
hanno.
Lo trovo lì, infatti, che fa la posta a un paio di
studenti universitari. Questi, per toglierselo dalle balle, gli hanno appena
allungato un euro, che lui ha infilato subito nella macchinetta dei panini. Ora
pigia pulsanti un po’ a caso, sconcertato che tutto quello che desidera
maggiormente costi di più di un euro. Sta per elemosinare un altro euro agli studenti,
ma questi, che hanno finalmente capito, se ne vanno. Lui resta lì, vicino alla
macchinetta, in attesa di qualcun altro a cui spillare quel che manca.
Lo osservo da dietro l’angolo. Cammina in cerchio,
nervoso, le mani incrociate dietro alla schiena. Sotto la luce impietosa della
saletta, il suo spolverino appare sudicio, la sua testa incrostata, le scarpe
sfondate. Ora si mangia un’unghia, ora un’altra. Passa dalle unghie alla
pellicola attorno alle unghie, poi alla pelle annerita dei polpastrelli. Il suo
sguardo cade spesso alla merendina che ha prescelto, ma che non scende ancora.
Lui gira su se stesso. Gli animali allo zoo fanno così – quelli che la
cattività ha reso folli.
Arriva finalmente un tizio di mezz’età che è tutto
uno sbadiglio. Non fa in tempo ad avvicinarsi alla macchinetta del caffè che il
vecchio gli si butta addosso e con una vocetta querula lo implora – gli impone
– di aggiungere un euro al distributore delle cibarie. La sua giustificazione,
che dal mio angolo è inintelligibile, dura qualche minuto, e sembra stordire
ancora di più il nuovo arrivato, che alla fine estrae dal portamonete un euro e
lo inserisce nella macchietta. Lo sguardo avido del vecchio parassita segue
quell’euro fino a che non sparisce nel distributore. È pronto per richiedere
con un dito il panino imbottito, e a seguirne la caduta fino al contenitore in
fondo.
Vi invito a leggere il seguito e a commentare qui: http://www.zibaldoni.it/2013/07/30/luomo-della-fame/

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