Gilles Verdiani
“La nièce de Fellini” (La nipote
di Fellini)
Éditions Écriture, 2014
“La nièce de Fellini”, il
primo romanzo di Gilles Verdiani, che di cinema si è occupato a lungo come
critico e sceneggiatore, racconta solo in parte i tentativi di una cineasta
(Anita Sorbello, immaginaria nipote di Federico Fellini) di recuperare credito
e attenzione dopo il flop del secondo film per poterne girare un terzo. Il
libro si apre quasi subito ad altre storie e finisce per descrivere la
laboriosa e complessa dedizione all’arte di un piccolo gruppo di esteti
talentuosi e un po’ sconnessi dal mondo: Andreas Karyophoros, che compare prima
come autista della Sorbello e si rivela subito giornalista e scrittore (ma,
classicamente, uno scrittore che non ha mai scritto una riga di romanzo); Franz
Berthold, un dotatissimo compositore allievo di Messiaen che rimane recluso nel
suo appartamento, dove compone musiche di rara bellezza che nessuno, tranne sua
sorella e i suoi rari ospiti, ascolterà mai (anche questo, se vogliamo, un
ripiego piuttosto classico dinanzi all’ottusità dei tempi); altri ancora
(galleriste, artisti, attrici). Anita Sorbello, si diceva, giunta a Parigi per
partecipare a una trasmissione televisiva e cercare di coinvolgere in un suo nuovo
progetto cinematografico alcuni produttori, finisce per rimanere piacevolmente
invischiata in questa compagnia di Eloi che
non hanno nulla del bohémien, ma semplicemente si esimono dall’avere contatti
troppo stretti e costanti con un mondo imbarbarito e deprivato di senso per la
bellezza. L’effetto generale è quello di una sorta di Arcadia in cui ingegni
superiori hanno deciso di esiliarsi per coltivare, tra pochi intimi, il frutto
della loro ricerca artistica – solo ogni tanto, per necessità, o per superiore sense of humour, o per solidarietà
affettuosa, scendono a qualche compromesso con la società che li ignora o li
fraintende.
C’è dell’altro,
ovviamente, nella trama di questo romanzo, ma non ne parleremo, perché è giusto
che la sorpresa resti una prerogativa del lettore (e di chi, in Italia, vorrà
interessarsi al libro di Verdiani). Voglio invece soffermarmi su alcuni aspetti
che mi hanno intrigato, come la distanza rispetto al nome (importante,
ingombrante) evocato nel titolo. Quanto c’è di felliniano, insomma, in questo
romanzo? C’è un inizio panoramico e visionario, in cui si descrive Parigi non
più come centro planetario, ma come “capitale del tempo”, ovvero, in
sostituzione di un’espansione nello spazio, come concentrato di tutte le
epoche: e questo inizio può ricordare un certo sguardo di Fellini su Roma
(compresa la Roma di “Toby Dammit” o del “Satyricon”, film questo a cui i
personaggi del romanzo dedicano qualche battuta non casuale). Ci sono anche
situazioni che anche Fellini ha esplorato, intuendone il decadere: l’incontro
tra arte e televisione (interviste banali, frettolose o capziose, in mezzo a
personaggi potentemente insignificanti), che nel romanzo diventa anche incontro
impossibile tra cinema indipendente e cinema di cassetta (ecco allora il
produttore di film commerciali, ossessionato dai film d’azione, dal noir,
ecc.). Ci sono anche momenti di attesa prolungata e di spleen estenuato, “tempi morti” contemplativi assai suggestivi (spesso
in auto, come in “Roma”, in “Toby Dabbit”).
Ma – ora che abbiamo
soddisfatto questa nostra curiosità un po’ oziosa – notiamo che gli omaggi veri
o presunti a Fellini sono parchi e ben nascosti, e le differenze sono molte. Innanzitutto,
l’opera di Verdiani predilige dialoghi da commedia sofisticata, e davvero qui
siamo lontani dal cinema di Fellini (e anche da molto cinema italiano
contemporaneo, che diversi personaggi del romanzo perfidamente danno per morto
o quasi). Il racconto anzi procede soprattutto attraverso queste pagine di
dialogo di impeccabile leggerezza, questi recitativi brillanti in cui ogni
personaggio ha subito la battuta più efficace, scova nei tempi giusti la frase
che verrebbe voglia di segnarsi per sfoderarla in occasioni simili. Insomma,
anche se ammiccante a diversi generi cinematografici (compresa una breve e
sorprendente scena di erotismo assai esplicito), “La nièce de Fellini” non sembra
un testo pensato per il cinema, e resta solidamente romanzo, anche nel
nascondere, nell’elidere, nello sfumare, nell’intrattenere una sfida giocosa
con l’intelligenza del lettore.


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