lunedì 12 maggio 2014

Da Letteratitudine: Benjamin Britten, "La musica non esiste nel vuoto"


“La musica non esiste nel vuoto” di Benjamin Britten (Castelvecchi, 2013, a cura di Luca Scarlini) è un libretto gustoso, ma così striminzito! Davvero non si poteva aggiungere qualche altro scritto tra quelli (occasionali, d’accordo, ma sempre importanti) lasciati dal maggiore compositore britannico del Novecento? Insomma, si resta con l’acquolina in bocca, come dopo un pranzo raffinato ma fatto di soli assaggi.
Emerge bene, comunque, un’idea affabile della musica, una disponibilità ad adattarsi alle circostanze, un mettersi al servizio degli altri (del pubblico, anche del pubblico infantile, dei committenti pubblici e privati) che non è mai un venir meno alle proprie esigenze compositive ma un modo per esprimerle al meglio. In questo Britten è esponente sincero, anche ironico e dotato di un considerevole understatement (come ci si aspetta da un inglese, anche a costo di sfiorare il cliché), di quella linea che nel Novecento insiste sull’artigianalità più che sull’arte, sulla concretezza del “fare” più che sulla vaghezza del “sentire”, e che pure (e nonostante ciò, verrebbe da aggiungere) ha dato risultati altissimi: Stravinsky, Hindemith, e appunto Britten, accanto a molti altri che andrebbero ricordati tutti.
Britten non voleva essere un ricercatore, uno sperimentatore: eppure finiva per esserlo, in piena libertà, svincolato dalle scuole e dai dettami delle avanguardie. Di sicuro non era un conservatore, tanto meno un sentimentalone propenso ai facili effetti (nessuno lo accuserebbe più di questo, oggi). E che fosse un acuto osservatore delle faccende interne ad altre discipline artistiche, e in particolare alla letteratura, si nota bene nell’ultimo brano della raccolta, nel quale, non senza amabile sornioneria, discetta sulla presenza della musica nella narrativa di E. M. Forster, suo amico e collaboratore.


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