“Un dolce imbarazzo l’impegno
del sogno dileguato in schegge”
Come si legge un libro di
poesie? Si procede pagina dopo pagina, per coglierne l'insieme, la struttura,
d'accordo, ma si torna subito indietro, a ritrovare parole, a tessere
corrispondenze, e a cercare di dare qualche risposta alle numerose domande;
soprattutto si apre e si legge ("tolle, lege, tolle, lege", come in
Agostino), in modo da riallacciare con impazienza un dialogo rimasto per un
attimo in sospeso. Io, almeno, faccio così, e così ho fatto anche con le
liriche di “Varco di respiro” (Campanotto, 2013) la più recente raccolta di
Elio Grasso e l’ultima, per ora, di una corposa serie di opere poetiche.
Come in “E giorno si
ostina” (puntoacapo, 2012), anche in “Varco di respiro” Grasso impone un’architettura
generale, costruendo sezioni, a loro volta articolate in sottosezioni, che si
suddividono in liriche numerate dalla struttura geometrica (di ugual numero di
terzine, quartine, ottave – con qualche rilevante deviazione qua e là). È in
questa architettura solida, anzi per lunghi tratti inflessibile, che Elio
Grasso infila il suo vivido rimuginare poetico, tutto fatto di accelerazioni e
decelerazioni, di spinte avanti e trattenimenti, di riprese (gli incipit delle
liriche di ogni sottosezione sono identici, come a riavviare un discorso
interrotto), secondo un sistema di scrittura “lineare di tipo modulare”,
definizione che dall’amato Adriano Spatola attraverso Carlo Alberto Sitta
arriva a Anna Ruchat, autrice della prefazione a questo volume.
“Come fare ad affievolire
l’invariabile gioia
la ferrea composizione
dei corpi le giovani
tremanti inchiodate come
tutto l’amore…”
L’impressione (la mia impressione)
è quella di un flusso di coscienza lasciato colare in formelle metalliche e
solidificatosi in formule di vitrea fragilità: o, se vogliamo tornare a usare
certi termini dell’analisi di Carlo Alberto Sitta a “E il giorno si ostina”, il
gioco di inclusione della “forma” coinvolge “praticamente tutto, anche
l’informale, talvolta l’informe”.
Colpisce, come già nella
precedente raccolta, ma con maggiore ampiezza di struttura (un “romanzo”
rispetto alla “novella” rappresentata da “E giorno si ostina”, secondo Anna
Ruchat), quell'emergere continuo del corpo, della anatomia, della fisiologia,
dell’intimità, del desiderio, della femminilità; Grasso ce ne lascia scorgere
il sobbollire costante, il comprimersi della musica del corpo attraverso la
grata dell'impianto metrico (ce ne fa percepire, insomma, attraverso qualche
“varco”, il “respiro”):
“Nell’affogo dei corpi
contro
l’insana spartizione
delle chiavi
e decorando lo stupefatto
freddissimo folto
del ventre offerto a chi
sa esordire
l’elenco dei denti lungo
le arcate
le mani vantate un corpo
maniacale
che gratta nella
polvere…”
E questa corporalità
frammentata impressiona anche perché, oltre a essere trattenuta dalla forma
poetica, subisce continuamente le interferenze dei detriti linguistici della
realtà, delle cose della
quotidianità, talvolta del ciarpame dei mezzi d’informazione, del bla bla delle
conversazioni qualunque, oltre a contaminarsi anche con inaspettati indizi
paesaggistici, con avvisaglie di interni in penombra, infine con una meditazione
(ellittica, meravigliata) sul fare poesia:
“Poesia luminaria nella
pancia
prevista voluta come una
parola
sganciata dalle arterie
la natura funebre…”
oppure:
“La natura del nodo
sonnolento
poesia scompenso annuale
scomponendo i mesi dentro
il piacere…”
o ancora, e per finire:
“Poesia che apre la
lingua nel solco
fecondante lo sforzo potente
dell’uovo si annida nell’analisi del rettile…”.
dell’uovo si annida nell’analisi del rettile…”.
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/05/12/varco-di-respiro-di-elio-grasso/


2 commenti:
sono grato a claudio per la puntuale, ottima lettura. elio
questa scrittura modulare, per accelerazioni, pause, riprese, rallentamenti, è anche "circolare": una marea che cresce, sale, si abbassa, e poi ritorna in maniera ciclica, costante, con i ritmi e i movimenti tipici dell'amore. amore fatto di carnalità, di una fisicità piena, di un "toccare" che è anche "sentire", in cui il pensiero forma, a posteriori, quello che il corpo suggerisce. amore che è rincorsa di memorie, scarti bruschi, pause di silenzio, ed essenzialmente parola che si fa Vita. Scrittura che trae la linfa vitale dalla geografia ricostruita di un percorso amoroso, dove occhi e mani incrociano le tracce e le memorie del cuore.
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