Del secondo riporto il testo della bandella, che ho tratto con grande piacere da un mio precedente pezzo pubblicato su questo blog ai tempi dell'edizione digitale.
Niente
stoffe leggere è il titolo balzachiano che Domenico Calcaterra ha voluto
dare alla corposa selezione di recensioni e microsaggi apparsi su varie riviste
negli ultimi anni.
Colpiscono subito, in queste
pagine, la compatta coerenza di sguardo e di approccio che supera agilmente il
rischio dell’occasionalità non estraneo a tal genere di operazioni, e il
collante di uno stile che si nutre di un lessico squisitamente letterario, in
particolare consoliano. Forte di una formazione critica di prim’ordine, Calcaterra
“spazzola”, esigente e insieme fiducioso, le “stoffe” della produzione
letteraria di oggi, in cerca di un tipo di narrativa e di una sensibilità che non
si accodino alle mode e alle convenzioni del presente, che siano altro dal “racconto
in presa diretta della società” secondo il “mimetismo esasperante” in voga.
Come critico-lettore, Calcaterra
rivendica il “desiderio fortissimo di un ricongiungimento, l’appassionato bisogno”
di ricondurre la letteratura alla vita; l’ambizioso compito che si pone (“strappare
l’arte, la letteratura, dal proprio orto concluso, in apparenza
autoreferenziale”, per “restituirla all’endogeno magma che l’ha generata”) è un
percorso a ritroso, un’ermeneutica che diventa, fecondamente, maieutica. E di
questo ha in fondo bisogno chi scrive: di critici che lo inquadrino non in un
genere ma in una tradizione, che scovino attinenze, che frughino nella sua
inconsapevolezza, nella sua cattiva memoria, nel marasma delle sue esperienze,
e ne tirino fuori un senso. Sempre
che ci sia qualcosa da tirar fuori, naturalmente.


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