In “Peter Grimes”, la prima grande
opera di Benjamin Britten, potentemente messa in scena all’Opéra de Lyon da
Yoshi Oida con le scene di Tom Schenk e la direzione di Kazushi Ono (e
l’interpretazione intensa di Alan Oke nella parte del protagonista), colpiscono
la miriade di riferimenti, la densità di connessioni con la tradizione
operistica da una parte, con il linguaggio musicale più moderno dall’altra.
Britten dimostra, in quest’opera dalla lunga gestazione (soprattutto per via
delle vicissitudini legate al libretto, più che per la stesura della musica),
di essere un compositore dalla larghissima tavolozza, ma non un eclettico: nel
senso che nella sua musica convivono molto naturalmente,
senza stridori, senza attriti, elementi molto antichi e molto moderni,
procedimenti innovativi e moduli tradizionali, Berg e Stravinskij, Puccini e
Purcell, e chissà chi altri.
“Peter Grimes” è l’opera della
ricostruzione, della presa di coscienza, dell’orgoglio anche, sia pure virati
in tragedia: concepita negli anni della seconda guerra mondiale a partire da
alcune pagine di “The Borough”, un poemetto del 1810 di George Crabbe,
lungamente elaborata nel libretto affidato a Montague Slater, la cui stesura
non dev’essere stata pacifica, finalmente messa in musica con relativa velocità
tra il ‘44 e l’inizio del ’45, l’opera racconta assai modernamente un intreccio
di conflitti: tra ciò che si è e ciò che gli altri (cioè la comunità del
villaggio di mare del Suffolk in cui si ambientano le scene) vorrebbero che si
fosse, innanzitutto; tra impulsi contrastanti e dilanianti interni a ogni
natura umana, poi; tra singolo e folla; tra uomo e natura, per forza (e la
natura qui è il mare, che impone una dura vita di sacrifici e di violenza); tra
odio e amore, tra desiderio di costruire e vertigine del distruggere; tra
scelte personali e destino; tra legge e verità.
È un’opera di amaro pessimismo,
illuminata però qua e là, nelle scene di massa, laddove per un attimo le figure
dei compaesani riescono a dire la loro, da lampi di comicità quasi farsesca
(ecco, se volete, un altro conflitto). La musica di una bellezza insolita (ed ecco
un ulteriore conflitto, fecondamente lasciato irrisolto) accompagna una vicenda
di degradazione e dannazione – soprattutto di esclusione, come spesso in
Britten. Peter Grimes è il pescatore rifiutato dalla comunità, perseguitato
dalla sfortuna, che gli fa perdere il controllo e lo rende violento e ingiusto,
provoca la morte dei ragazzi che gli fanno da aiutanti, lo porta a rifiutare
anche l’amore dell’istitutrice, lo spinge alla fine a un suicidio in mare che
può ricordare il Wozzeck di Berg.
Nel poemetto di Crabbe, Peter
Grimes è un avido pescatore che ignora le leggi e le regole della comunità,
quando non può pescare saccheggia le proprietà altrui, vive solo in una capanna
dove sfrutta senza pietà, e fino alla loro morte, gli orfanelli che ha comprato
per farne degli schiavi. Se ha un’ombra di scrupoli (non di rimorso, sarebbe
troppo) dopo il processo che gli intentano in seguito alla morte dell’ennesimo
giovanissimo apprendista, questa scompare non appena torna a farsi sentire
l’avidità amorale e quasi belluina ch’egli si porta addosso come una malattia.
La tragicità (in senso classico) del personaggio come lo concepisce Britten
eleva Peter Grimes da quel ruolo originario di bruto: Grimes è stato pensato,
nota dopo nota, per la voce e la presenza scenica di Peter Pears, e vuole
essere la vittima straziante di un destino personale e, in senso più generale e
anche politico, dell’ingiustizia sociale. L’avidità dell’originale di Crabbe
diviene una sorta di ambizione dilaniante e angosciosa, destinata al fallimento
(e opportunamente i curatori delle pubblicazioni del festival Britten di Lione
riportano in appendice i versi de “L’albatros” di Baudelaire, in cui la
bellezza altezzosa dell’uccello di mare diventa per i marinai, sul ponte delle
navi, motivo di derisione, di vendetta e di rifiuto). Solo, abbandonato alla
fine anche dagli ultimi amici rimasti, Peter Grimes non potrà che porre fine ai
suoi giorni prendendo il largo e affondando la sua barca:
“What harbour can embrace
Terrors and tragedies”
declama alla fine, in una
trasparente metafora,
“Her breast is harbour too
Where night is turned to day, to
day.”
Così d’altra parte gli suggerisce
lo stesso Balstrode, l’unico amico rimasto (suggerimento che nasce forse dalla
constatazione che non vi sono altre vie per sfuggire a un possibile linciaggio,
ma che suona come una condanna senza appello).
La vocalità di Britten, quella
particolare musicalità che lo rende inconfondibile, e che spesso si trasferisce
anche al tessuto strumentale, sì che sembra di sentir parlare pure gli strumenti dell’orchestra, nasce dalla prosodia
della lingua inglese, come riconosce lo stesso compositore: dal desiderio di
tornare a far cantare in piena libertà la lingua e di coglierne i frutti
dell’estro improvvisativo, che sono già musica.
La musica orchestrale, spesso
sontuosa (l’autore stesso ne ha tratti quattro Interludi che si eseguono spesso
in concerto, indipendentemente dall’opera), avvolge il canto dei personaggi più
che accompagnarli; e non è insolito che proceda per conto suo, come a suggerire
(non a descrivere!) la presenza sempre schiacciante di una natura che è mare
agitato, vento, tempesta, e che impone all’uomo un regime di lotta perpetua, in
cui la sopravvivenza sembra essere l’unico premio. Sa assottigliarsi fino a
tacere, anche, quando un senso infinito di solitudine rimpicciolisce l’uomo
sulla scena spoglia: bastano allora pochi cenni di percussione, una linea
melodica spezzata di un solo strumento, o, come verso la fine, il riverbero
della lontana sirena di una nave riprodotta dal basso tuba.
Questi momenti di intensità
sospesa, questi silenzi in cui la voce si agita scoperta, disarmata, e affronta
volute temibili senza il sostegno di nulla, diventeranno una delle
caratteristiche più riconoscibili del Britten maturo. Ne abbiamo avuto un
saggio a Lione nel corso della rappresentazione del “Curley River”, del 1964, la
prima delle tre “Church Parables”, una singolare commistione tra mistero
medievale e suggestioni del teatro dell’estremo Oriente su libretto di William
Plomer, attorno alla storia dolorosa (ma, infine, non disperata) della ricerca
del figlioletto scomparso (e poi, si scoprirà, morto) da parte di una Folle. A
Lione la regia di Olivier Py ha accentuato gli elementi simbolici e religiosi
del libretto, sottolineando il carattere di sacra rappresentazione (e ha anche
trasformato il personaggio del Viaggiatore in un doppio dello stesso Britten, testimone commosso delle vicende della
madre Folle); la direzione musicale di Alan Woodbridge ha messo ordine in una
partitura ostica, in cui gli elementi linguistici propri di Britten, ripartiti
tra soli sette strumentisti, si sono prosciugati fino a rimanere in forma
detritica, e a prevalere sono le voci austere tutte maschili (anche quella
della Folle, perché il dolore per la perdita che diviene follia non ha sesso, e
in ogni caso perché tali sono le convenzioni di tanto teatro tradizionale, compreso
quello giapponese che ha ispirato il compositore).



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