A pagina 66 del numero 11 della rivista FuoriAsse, nella sezione dedicata alle recensioni, compare questo pezzo sulla riedizione de "Il romanzo sperimentale".
La vivace casa editrice romana
L’Orma ha pubblicato nel 2013, nella rinata collana fuoriformato, la ristampa anastatica degli atti del convegno
palermitano del 1965 editi da Feltrinelli l’anno successivo a cura di Nanni
Balestrini con il titolo “Il romanzo sperimentale”: e ha corredato la
riedizione con un’ampia sezione curata da Andrea Cortellessa, “Col senno di
poi”, nella quale l’oggi si confronta con quei primi anni sessanta – e lo fa
raccogliendo le voci dei protagonisti di allora (i “reduci”), e quelle di
critici e autori giovani e meno giovani (i “postumi”). Il doppio volume propone
insomma un dialogo fitto e articolato, quasi mai cavilloso, spesso divertito, non
nostalgico, rinverdendo quell’idea di dibattito perenne e di continua verifica
critica che, oltre a riflettere sull’operato del Gruppo 63 in occasione del
cinquantenario, illumina e decifra i cambiamenti nei decenni successivi, fino
ai nostri anni più recenti.
Proviamo a procedere con ordine. Negli
interventi della prima sezione sorprendono la pluralità delle voci, le distanze
marcate tra le diverse posizioni, la vis
già polemica; posizioni distinguibili da subito, già a Palermo, ben prima che
le incomprensioni si inasprissero e si accentuassero i dissapori personali. A
tal proposito, Furio Colombo ammette oggi che quel “breve impeto sperimentale”
avrebbe avuto bisogno di un “terzo occhio, uno sguardo estraneo e lucido senza
tifoserie e militarismi”. E Umberto Eco, esagerando un po’, definisce “col
senno di poi” quella discussione un “campionario di reciproci e ferocissimi
insulti, anche se formulati in belle maniere”. Anche Cortellessa, conversando
con Nanni Balestrini, osserva: “Altro che prescrittività, normatività,
omologazione dell’avanguardia. Litigavate su tutto e il contrario di tutto!”
Sentiamo in sostanza che in questo non essere gruppo, in questa condizione
già palese di dissidenza sta uno dei tratti più forti dell’esperienza
collettiva del Gruppo 63. Uno dei pochi punti in comune, forse l’unico, sta
nell’individuazione del bersaglio nel romanzo naturalistico, nell’avversione
per il carattere mimetico del
narrare; invece sulla risposta, cioè sulla definizione di romanzo sperimentale
e sull’edificazione di una nuova narrativa, le strade divergono subito. È rilevante
comunque che proprio attorno al romanzo (allo statuto, alla tradizione, alla
lingua del romanzo, cioè attorno a questioni che nella cultura italiana si sono
fatti sentire in ritardo rispetto a quanto avvenuto in altre culture europee)
si siano maggiormente accesi i confronti interni.
In molti degli interventi di allora
si avverte un prevalere del discorso teorico sulla pratica della scrittura, su quella
che Domenico Scarpa definisce “il linguaggio dell’artigiano”. Davvero, come si
è insinuato per anni, la qualità delle proposte narrative (o, se vogliamo,
“organismi testuali”) è inferiore alla densità del dibattito sulle forme del
romanzo? Al tema (lo ricorderete) di recente si è anche dedicato Massimiliano
Borelli, che in “Prose dal dissesto” (Mucchi, 2013) ha voluto misurare la
tenuta di un certo numero di quei testi. Anche la risposta di Cortellessa è, in
questo senso, rassicurante: “Se solo si abbia l’onestà intellettuale di
leggerli, si deve ammettere che restano: perché meritano di restare”.
E il rapporto con l’oggi? Molte
pagine della sezione “Col senno di poi” sono dedicate, oltre che alla
riflessione sul passato, a ciò che ai giorni nostri, nel “diluvio presente”, in
questa stagione letteraria e editoriale, possono ancora rappresentare (stavo
per scrivere “insegnare”) l’insoddisfazione, l’irritazione, l’insofferenza
degli scrittori e dei teorici raccolti attorno al Gruppo 63. E qui troviamo diverse
possibili risposte alla domanda su quale senso abbia riproporre la
pubblicazione de “Il romanzo sperimentale” adesso, al di là della celebrazione
del cinquantenario.
Tra i “reduci”, Carla Vasio, nel
suo breve intervento ospitato nella seconda parte del libro, sintetizza
efficacemente: “Non è rimasto niente, ma niente è più come prima”. Non è
rimasto niente, neanche il “desiderio del cambiamento”: eppure, aggiunge per
fortuna la Vasio, si sente oggi, isolato, un “brusio”, nelle opere “meno
accreditate, più singolari e diverse”, quel brusio che prelude forse a una
nascita. Dal canto suo Balestrini, nell’intervista a cura di Cortellessa,
osserva con amarezza che “uno scrittore che abbia voglia di scrivere a modo suo
e senza condizionamenti, con l’editoria di oggi, non ha senso”. Di sicuro molti
dei vezzi editoriali e letterari contro cui gli intellettuali di rottura si sono
scagliati allora sono ancora vivi (anzi, gode di ottima salute il romanzo di
consumo, mimetico, standardizzato, rassicurante, “ben fatto”).
E come i “postumi”, cioè gli esponenti
più o meno giovani chiamati a riflettere sull’esperienza del Convegno di
Palermo e più in generale sulla narrativa sperimentale di quegli anni, leggono
quell’allora, e il loro poi rispetto a quell’allora? C’è chi resta impressionato
dalla qualità e dalla passione del
dibattito (e qui pesa il confronto il nostro presente). C’è chi si interroga
sugli spazi rimasti attualmente aperti per la sperimentazione – spazi angusti, ça va sans dire – e chi auspica una
maggiore familiarità dei giovani autori dei giorni nostri con “i problemi posti
in campo da quel dibattito che la lontananza nel tempo… non sminuisce, né
nell’attualità né nell’urgenza” (Giorgio Patrizi). C’è chi gioca con il
linguaggio stesso dell’avanguardia e ripropone (lo fa Massimiliano Borelli) un alfabeto di concetti e parole chiave. E
chi si chiede come mai quel dibattito così fervido, quella tensione di idee,
sono in breve tempo “collassati”, come
mai quella tensione sperimentale non si è “normalizzata” (sebbene, a dire il
vero, già in alcune relazioni del ‘65, per esempio in Eco, in Giuliani, si affrontasse
il tema del superamento della sperimentazione, e dei rischi connessi a uno
sperimentalismo mainstream). C’è chi
misura la distanza filosofica del
romanzo degli anni duemila dalla teoria sul romanzo che emerge frastagliata
nelle relazioni del ’65, e prova a rintracciare una possibile filiazione
pratica, tecnica dalle avanguardie
(lo fa il collettivo critico 404: File Not Found, senza citare però autori italiani).
E ancora, chi sottolinea i collegamenti tra la ricerca degli anni sessanta e l’esperienza
delle avanguardie di inizio secolo, come se da quelle avanguardie storiche
fosse partita un’onda lunga che dopo vari decenni continuava a produrre consistenti
effetti. Chi, infine, enumera gli assenti o si sofferma sulle figure più
defilate del convegno palermitano.
Le posizioni insomma sono molte, ma
nessuna rinuncia a vedere nel fermento di quegli anni (sia pure polemico,
insofferente, malato di iper-teoricismo) un riferimento forte, in gran parte
rimosso se non frainteso, da riconsiderare senza preconcetti.

Nessun commento:
Posta un commento