giovedì 8 maggio 2014

Da "FuoriAsse" n. 11: Balestrini-Cortellessa, "Il romanzo sperimentale - Col senno di poi"

A pagina 66 del numero 11 della rivista FuoriAsse, nella sezione dedicata alle recensioni, compare questo pezzo sulla riedizione de "Il romanzo sperimentale".
La vivace casa editrice romana L’Orma ha pubblicato nel 2013, nella rinata collana fuoriformato, la ristampa anastatica degli atti del convegno palermitano del 1965 editi da Feltrinelli l’anno successivo a cura di Nanni Balestrini con il titolo “Il romanzo sperimentale”: e ha corredato la riedizione con un’ampia sezione curata da Andrea Cortellessa, “Col senno di poi”, nella quale l’oggi si confronta con quei primi anni sessanta – e lo fa raccogliendo le voci dei protagonisti di allora (i “reduci”), e quelle di critici e autori giovani e meno giovani (i “postumi”). Il doppio volume propone insomma un dialogo fitto e articolato, quasi mai cavilloso, spesso divertito, non nostalgico, rinverdendo quell’idea di dibattito perenne e di continua verifica critica che, oltre a riflettere sull’operato del Gruppo 63 in occasione del cinquantenario, illumina e decifra i cambiamenti nei decenni successivi, fino ai nostri anni più recenti.
Proviamo a procedere con ordine. Negli interventi della prima sezione sorprendono la pluralità delle voci, le distanze marcate tra le diverse posizioni, la vis già polemica; posizioni distinguibili da subito, già a Palermo, ben prima che le incomprensioni si inasprissero e si accentuassero i dissapori personali. A tal proposito, Furio Colombo ammette oggi che quel “breve impeto sperimentale” avrebbe avuto bisogno di un “terzo occhio, uno sguardo estraneo e lucido senza tifoserie e militarismi”. E Umberto Eco, esagerando un po’, definisce “col senno di poi” quella discussione un “campionario di reciproci e ferocissimi insulti, anche se formulati in belle maniere”. Anche Cortellessa, conversando con Nanni Balestrini, osserva: “Altro che prescrittività, normatività, omologazione dell’avanguardia. Litigavate su tutto e il contrario di tutto!”
Sentiamo in sostanza che in questo non essere gruppo, in questa condizione già palese di dissidenza sta uno dei tratti più forti dell’esperienza collettiva del Gruppo 63. Uno dei pochi punti in comune, forse l’unico, sta nell’individuazione del bersaglio nel romanzo naturalistico, nell’avversione per il carattere mimetico del narrare; invece sulla risposta, cioè sulla definizione di romanzo sperimentale e sull’edificazione di una nuova narrativa, le strade divergono subito. È rilevante comunque che proprio attorno al romanzo (allo statuto, alla tradizione, alla lingua del romanzo, cioè attorno a questioni che nella cultura italiana si sono fatti sentire in ritardo rispetto a quanto avvenuto in altre culture europee) si siano maggiormente accesi i confronti interni.
In molti degli interventi di allora si avverte un prevalere del discorso teorico sulla pratica della scrittura, su quella che Domenico Scarpa definisce “il linguaggio dell’artigiano”. Davvero, come si è insinuato per anni, la qualità delle proposte narrative (o, se vogliamo, “organismi testuali”) è inferiore alla densità del dibattito sulle forme del romanzo? Al tema (lo ricorderete) di recente si è anche dedicato Massimiliano Borelli, che in “Prose dal dissesto” (Mucchi, 2013) ha voluto misurare la tenuta di un certo numero di quei testi. Anche la risposta di Cortellessa è, in questo senso, rassicurante: “Se solo si abbia l’onestà intellettuale di leggerli, si deve ammettere che restano: perché meritano di restare”.
E il rapporto con l’oggi? Molte pagine della sezione “Col senno di poi” sono dedicate, oltre che alla riflessione sul passato, a ciò che ai giorni nostri, nel “diluvio presente”, in questa stagione letteraria e editoriale, possono ancora rappresentare (stavo per scrivere “insegnare”) l’insoddisfazione, l’irritazione, l’insofferenza degli scrittori e dei teorici raccolti attorno al Gruppo 63. E qui troviamo diverse possibili risposte alla domanda su quale senso abbia riproporre la pubblicazione de “Il romanzo sperimentale” adesso, al di là della celebrazione del cinquantenario.
Tra i “reduci”, Carla Vasio, nel suo breve intervento ospitato nella seconda parte del libro, sintetizza efficacemente: “Non è rimasto niente, ma niente è più come prima”. Non è rimasto niente, neanche il “desiderio del cambiamento”: eppure, aggiunge per fortuna la Vasio, si sente oggi, isolato, un “brusio”, nelle opere “meno accreditate, più singolari e diverse”, quel brusio che prelude forse a una nascita. Dal canto suo Balestrini, nell’intervista a cura di Cortellessa, osserva con amarezza che “uno scrittore che abbia voglia di scrivere a modo suo e senza condizionamenti, con l’editoria di oggi, non ha senso”. Di sicuro molti dei vezzi editoriali e letterari contro cui gli intellettuali di rottura si sono scagliati allora sono ancora vivi (anzi, gode di ottima salute il romanzo di consumo, mimetico, standardizzato, rassicurante, “ben fatto”).
E come i “postumi”, cioè gli esponenti più o meno giovani chiamati a riflettere sull’esperienza del Convegno di Palermo e più in generale sulla narrativa sperimentale di quegli anni, leggono quell’allora, e il loro poi rispetto a quell’allora? C’è chi resta impressionato dalla qualità e dalla passione del dibattito (e qui pesa il confronto il nostro presente). C’è chi si interroga sugli spazi rimasti attualmente aperti per la sperimentazione – spazi angusti, ça va sans dire – e chi auspica una maggiore familiarità dei giovani autori dei giorni nostri con “i problemi posti in campo da quel dibattito che la lontananza nel tempo… non sminuisce, né nell’attualità né nell’urgenza” (Giorgio Patrizi). C’è chi gioca con il linguaggio stesso dell’avanguardia e ripropone (lo fa Massimiliano Borelli) un alfabeto di concetti e parole chiave. E chi si chiede come mai quel dibattito così fervido, quella tensione di idee, sono in breve tempo “collassati”,  come mai quella tensione sperimentale non si è “normalizzata” (sebbene, a dire il vero, già in alcune relazioni del ‘65, per esempio in Eco, in Giuliani, si affrontasse il tema del superamento della sperimentazione, e dei rischi connessi a uno sperimentalismo mainstream). C’è chi misura la distanza filosofica del romanzo degli anni duemila dalla teoria sul romanzo che emerge frastagliata nelle relazioni del ’65, e prova a rintracciare una possibile filiazione pratica, tecnica dalle avanguardie (lo fa il collettivo critico 404: File Not Found, senza citare però autori italiani). E ancora, chi sottolinea i collegamenti  tra la ricerca degli anni sessanta e l’esperienza delle avanguardie di inizio secolo, come se da quelle avanguardie storiche fosse partita un’onda lunga che dopo vari decenni continuava a produrre consistenti effetti. Chi, infine, enumera gli assenti o si sofferma sulle figure più defilate del convegno palermitano.

Le posizioni insomma sono molte, ma nessuna rinuncia a vedere nel fermento di quegli anni (sia pure polemico, insofferente, malato di iper-teoricismo) un riferimento forte, in gran parte rimosso se non frainteso, da riconsiderare senza preconcetti.

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