giovedì 31 luglio 2014

Da Letteratitudine News: Sergio Bizzio, "Borgestein"

L’ultimo nato di Tam Tam, la collana di narrativa delle edizioni La Linea di Bologna, è un romanzo di un prolifico autore argentino già conosciuto in Italia, Sergio Bizzio. E/O ha già pubblicato a suo tempo “Reality” nel 2010, e Donzelli “Rabbia” nel 2009. Quest’ultimo romanzo, “Borgestein”, pubblicato in Argentina nel 2012 e tradotto in italiano con precisa sensibilità e opportuno sense of humour da Raul Schenardi, gioca efficacemente con le atmosfere sospese, con il senso di attesa, con la distribuzione di alcuni colpi di scena; l’inquietudine palpabile ma non chiaramente definibile, l’aleggiare di un senso di minaccia che si contamina con uno stralunato umorismo fatto soprattutto di intrusione di elementi incongrui, hanno convinto certa critica a tirare in ballo i film di Lynch e Von Trier. Chissà che cosa penserà Bizzio, che è anche sceneggiatore e regista, di questi riferimenti di comodo, se vogliamo anche un po’ scontati, soprattutto il primo, per quanto non scorretti. Di certo, il suo romanzo vive di vita propria, e presto, cioè dopo poche pagine, butta all’aria gli eventuali ammiccamenti agli autori citati, per seguire una via originale.
Non comune è la capacità di creare tensione anche in assenza di un intreccio vero e proprio: insomma, qui ci troviamo di fronte a Enzo, uno psichiatra che decide di ritirarsi in una casa isolata per sfuggire alla vita sfibrante della grande città e a un paziente psicotico (Borgestein, quello del titolo) che lo ha già assalito due volte, e trova rifugio negli spazi vasti della provincia argentina, lontano pressoché da tutto, ma vicino a una fragorosa cascata che diventerà la sua personale ossessione. Gli spostamenti di Enzo, le visite che riceve, anche i pericoli a cui va incontro, tutto questo forma il centro vitale del romanzo, lasciando al solo Borgestein e a poco altro (il puma, va bene, e, assai meno cruentemente, i problemi legati alla separazione dalla moglie attrice di teatro) il compito di portare un po’ di parapiglia. La miscela funziona egregiamente proprio perché sembra sgorgare naturale dall’osservazione della vita, nutrita dal fiuto sicuro del narratore, più che da un plot calcolato a tavolino.
Mi pare che una delle caratteristiche più personali del raccontare di Bizzio sia proprio la naturalezza: un atteggiamento di nonchalance con cui vengono raccontati gli eventi più comuni e insieme quelli più bizzarri, il tran tran e le sorprese, gli assalti del puma e l’arrivo di un pappagallo che ama andare su di giri infilando la zampa nella presa della corrente, il viavai di gitanti, curiosi, cacciatori, nuovi amici e ficcanaso e la presenza imprevista della troupe di film porno. Questa nonchalance di fronte non solo all’imprevisto, ma anche all’improbabile, spiazza e colora di un singolare umorismo queste pagine.

Sotterranea, scorre in questo romanzo la tensione tra uomo (o civiltà ordinatrice, sistematrice, catalogatrice, al peggio azzerante) e natura, imprevedibile, incomprensibile, inafferrabile. Natura, nello sbilenco eden che Enzo sperava di trovare e non rinuncia a modellare secondo le sue necessità, è per esempio la cascata che il protagonista faticosamente riesce a addomesticare, smorzandone il flusso; natura sono i puma che sferrano attacchi improvvisi e violenti, e che l’uomo caccia invano; natura è anche il pappagallo elettro-tossico che a un certo punto parte per mettere su famiglia; soprattutto è il dilatarsi degli spazi geografici tutt’attorno, il senso di avvolgimento che il paesaggio ha sulla casa solitaria, il senso di eternità e di distanza che rimpicciolisce i fatti e i gesti degli uomini, dentro alla piccola casa: è il buio totale delle notti, il sole accecante dei giorni, le nebbie dei mattini. L’agitarsi e il chiacchiericcio degli uomini (o il rimuginare, quando non parlano) si colorano di insensatezza proprio perché non sono altro che screziature trascurabili in questa natura distesa e placidamente indifferente.

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