L’ultimo nato di Tam Tam,
la collana di narrativa delle edizioni La Linea di Bologna, è un romanzo di un
prolifico autore argentino già conosciuto in Italia, Sergio Bizzio. E/O ha già
pubblicato a suo tempo “Reality” nel 2010, e Donzelli “Rabbia” nel 2009. Quest’ultimo
romanzo, “Borgestein”, pubblicato in Argentina nel 2012 e tradotto in italiano con
precisa sensibilità e opportuno sense of
humour da Raul Schenardi, gioca efficacemente con le atmosfere sospese, con
il senso di attesa, con la distribuzione di alcuni colpi di scena;
l’inquietudine palpabile ma non chiaramente definibile, l’aleggiare di un senso
di minaccia che si contamina con uno stralunato umorismo fatto soprattutto di
intrusione di elementi incongrui, hanno convinto certa critica a tirare in
ballo i film di Lynch e Von Trier. Chissà che cosa penserà Bizzio, che è anche
sceneggiatore e regista, di questi riferimenti di comodo, se vogliamo anche un
po’ scontati, soprattutto il primo, per quanto non scorretti. Di certo, il suo
romanzo vive di vita propria, e presto, cioè dopo poche pagine, butta all’aria
gli eventuali ammiccamenti agli autori citati, per seguire una via originale.
Non comune è la capacità
di creare tensione anche in assenza di un intreccio vero e proprio: insomma,
qui ci troviamo di fronte a Enzo, uno psichiatra che decide di ritirarsi in una
casa isolata per sfuggire alla vita sfibrante della grande città e a un
paziente psicotico (Borgestein, quello del titolo) che lo ha già assalito due
volte, e trova rifugio negli spazi vasti della provincia argentina, lontano pressoché
da tutto, ma vicino a una fragorosa cascata che diventerà la sua personale
ossessione. Gli spostamenti di Enzo, le visite che riceve, anche i pericoli a
cui va incontro, tutto questo forma il centro vitale del romanzo, lasciando al
solo Borgestein e a poco altro (il puma, va bene, e, assai meno cruentemente, i
problemi legati alla separazione dalla moglie attrice di teatro) il compito di
portare un po’ di parapiglia. La miscela funziona egregiamente proprio perché
sembra sgorgare naturale dall’osservazione della vita, nutrita dal fiuto sicuro
del narratore, più che da un plot calcolato a tavolino.
Mi pare che una delle
caratteristiche più personali del raccontare di Bizzio sia proprio la
naturalezza: un atteggiamento di nonchalance
con cui vengono raccontati gli eventi più comuni e insieme quelli più bizzarri,
il tran tran e le sorprese, gli assalti del puma e l’arrivo di un pappagallo
che ama andare su di giri infilando la zampa nella presa della corrente, il
viavai di gitanti, curiosi, cacciatori, nuovi amici e ficcanaso e la presenza
imprevista della troupe di film porno. Questa nonchalance di fronte non solo all’imprevisto, ma anche
all’improbabile, spiazza e colora di un singolare umorismo queste pagine.
Sotterranea, scorre in
questo romanzo la tensione tra uomo (o civiltà ordinatrice, sistematrice,
catalogatrice, al peggio azzerante) e natura, imprevedibile, incomprensibile,
inafferrabile. Natura, nello sbilenco eden che Enzo sperava di trovare e non
rinuncia a modellare secondo le sue necessità, è per esempio la cascata che il
protagonista faticosamente riesce a addomesticare, smorzandone il flusso;
natura sono i puma che sferrano attacchi improvvisi e violenti, e che l’uomo
caccia invano; natura è anche il pappagallo elettro-tossico che a un certo
punto parte per mettere su famiglia; soprattutto è il dilatarsi degli spazi
geografici tutt’attorno, il senso di avvolgimento che il paesaggio ha sulla
casa solitaria, il senso di eternità e di distanza che rimpicciolisce i fatti e
i gesti degli uomini, dentro alla piccola casa: è il buio totale delle notti,
il sole accecante dei giorni, le nebbie dei mattini. L’agitarsi e il
chiacchiericcio degli uomini (o il rimuginare, quando non parlano) si colorano
di insensatezza proprio perché non sono altro che screziature trascurabili in
questa natura distesa e placidamente indifferente.

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