“Perché la musica ci rende così
vulnerabili?”
Una conversazione con Claudia
Quadri
attorno al suo romanzo “Suona,
Nora Blume”
(Casagrande, 2013)
Nel salotto di Nora Blume, insegnante di pianoforte di mezza età, dal
carattere difficile e dal passato complicato, si alternano allievi di tutte le
età: ad alcuni di loro la musica interessa molto, per altri è poco più di un
pretesto. Nel nuovo romanzo della ticinese Claudia Quadri l’amore per la musica
(di Nora, innanzitutto, ma anche di altri personaggi, e di sicuro dell’autrice
stessa) è un elemento predominante, assieme alla cura con cui sono osservati i
caratteri nella loro sfuggente complessità – una cura, piena di curiosità e di
rispetto e non disgiunta da un umorismo lieve, che mi aveva già colpito in altri
romanzi di Claudia Quadri, “Lacrima” del 2003, o “Come antiche astronavi” del
2008 (sempre editi da Casagrande).
Di musica e scrittura ho conversato con l’autrice.
CM - “Perché la musica ci rende così vulnerabili? Tutto si moltiplica
per dieci e per cento. La musica ci rigira nelle sue mani come involtini da
infarinare, ci passa nell’uovo e nel suo braciere diventiamo dorati e
croccanti” si legge quando Nora, durante una lezione riservata a Jean, suona un
Preludio di Chopin. È un pensiero che attraversa la mente di Nora, forse anche quella
di Jean, e che l’autrice vuole condividere con i lettori. Partiamo da qui,
Claudia: “Perché la musica ci rende così vulnerabili?”
CQ - Prima di tutto siamo
cellule, impulsi nervosi. Immagino che dipenda da questo. Il nostro corpo è lo
strumento con cui ci misuriamo con il mondo. Reagiamo agli stimoli. Su di noi,
un ritmo sostenuto non ha lo stesso effetto di un ritmo lento, forse dipende
dal nostro metronomo personale, il cuore. Penso che ci siano spiegazioni molto
razionali, fisiologiche, a questa domanda. Perché il bianco ci fa un effetto
diverso dal rosso? Un neurologo potrebbe aiutarci. Poi c’è la storia
individuale, certe melodie evocano certi ricordi e dunque ci toccano. C’è la
matrice culturale: quello che è orecchiabile e coinvolgente per una persona può
risultare ostico a un’altra.
CM - La frase “Suona, Nora Blume” rimanda con un sorriso a “Suonalo
ancora, Sam”, ovvero a uno dei momenti più celebri di uno dei più celebri film
di tutti i tempi. Anche là, in quel film, come nel tuo romanzo, la musica si
rivela potentissima nel conversare con gli animi, far rivivere emozioni,
flirtare con la memoria profonda.
CQ - Nel racconto “La
sonata a Kreutzer”, Tolstoj scrive: “In Cina la musica è una questione di
Stato. Ed è così che dev’essere. Si può
forse ammettere che chiunque possa ipnotizzare una o più persone per far di
loro quel che vuole?” Una frase che torna sul potere della musica. In questo
racconto l’autore narra di un omicidio passionale in cui la musica gioca un
ruolo determinante. Ci sono poche persone insensibili alla musica. Quando si
tratta di canzoni d’amore, poi… Mentre scrivo ho riascoltato “As time goes by”:
è sempre una gran bella canzone.
CM – Nora, nel corso degli anni passati a suonare standard al pianoforte
su una nave da crociera, elabora un’idea confidenziale della musica. “La
pianista aveva imparato ad ascoltare le storie di chi si attardava accanto al
suo strumento, gli occhi lucidi per i drink, per l’inafferrabile vastità del
mare…” Questa veste confidenziale della musica sembra però smentita poche righe
più avanti, dove l’atto dell’esecuzione si riduce a una comunicazione
unidirezionale: “Nora Blume ascoltava e suonava. E teneva per sé la sua
storia”. Certo, per Nora, suonare il pianoforte è (stato) anche un modo per
concentrarsi su altro, per fuggire.
CQ - Nora Blume ha avuto
un’infanzia faticosa durante la quale ha dovuto contare sulle proprie forze. Il
suo ruolo di pianista sulla nave la mette in una posizione in cui deve imparare
ad ascoltare le confidenze degli altri. Lo fa. Ma la solitudine e l’addestramento
a fare riferimento a sé stessa sono un imprinting che non sparisce da un
momento all’altro. Per fortuna ha la musica che la sostiene, anche quando decide
di “tradire” il suo talento per riciclarsi sulla nave. E ancora la musica, ma
non solo, le permetterà di tornare a coincidere con l’immagine che ha di sé
stessa.
CM - Altrove, nel tuo romanzo, prevale un’altra idea della musica: la
musica è ordine, incastro perfetto e armonioso di elementi che solo una
mescolanza di studio e di sensibilità può cogliere. È un’arte paziente che
esige di non avere fretta, che chiede all’esecutore di adeguarsi al suo
andamento, al suo respiro, e che
insomma sembra vivere attraverso l’esecuzione. “Era rassicurante muoversi in
quel mondo in cui c’era un ordine riconoscibile, ogni nota aveva il suo spazio
e il suo carattere, e si poteva provare e riprovare senza farsi male; bello,
accordare le note e il respiro, suscitare l’emozione con accenti, pause, sfumature”
si legge a proposito di una lezione riservata a Lisa.
CQ - La musica è mistero.
Cos’è esattamente? Da dove viene? Il musicista è coinvolto su tanti piani,
fisicamente, culturalmente, emotivamente… Un coinvolgimento globale (guardare i
musicisti quando suonano è appassionante quanto ascoltare musica). Il canto,
per esempio: ho sentito di un esperimento fatto in alcuni conventi volto a
chiarire l’importanza del canto in coro. Diminuendone la frequenza è stato
osservato un peggioramento dello stato di salute dei religiosi. La musica è anche ginnastica, mentale e
fisica, con meno rischi di slogarsi una caviglia, è terapia, è un esercizio di
creatività, può essere benefica a ogni grado di competenza. In questo è
democratica.
CM - Durante il concerto finale, in cui Nora riscopre il piacere di
suonare pezzi di Rachmaninov davanti a un pubblico in ascolto, la musica sembra
dotarsi di un potere rivelatore: “La melodia che aveva risvegliato fece saltare
uno per uno tutti i lucchetti dell’anima di Nora Blume”.
CQ - Rivelatore e
liberatore. Certa musica non è fatta per lasciarti “tiepido”. Come altre
esperienze forti è fatta per strapparti alla norma, non va d’accordo con
l’emotività trattenuta della quotidianità. Stiamo parlando di passioni. Le
società impongono in modi e in gradi diversi un controllo delle emozioni ai
propri membri, creando dei “compartimenti” in cui le emozioni vanno
disciplinate o sfogate. Nei contesti in cui si fa musica c’è molta “energia”,
molta emozione in circolazione. Durante i concerti di musica classica il
pubblico “si contiene”, vive l’escalation emotiva per interposta persona,
attraverso i musicisti – finché arriva liberatore l’applauso finale. Sul palco,
come sacerdoti e vittime sacrificali a un tempo, i musicisti, sudati, spettinati,
sui cui volti sono passate espressioni che ricordano le estasi e i tormenti di
certi santi (e le estasi e i tormenti di ognuno di noi), ritrovano compostezza,
il rito è compiuto. È un rito? Ci hanno condotti lontano, hanno smosso cose
profonde. Fuori dall’ordinario ci è sembrato di intravvedere significati, di
percepire realtà diverse o di percepire la realtà in modo diverso. Poi siamo
tornati. Ma siamo circondati da mistero e meraviglia, una foglia qualsiasi
racchiude una complessità disarmante, che a sua volta suscita domande: da dove
viene questa complessità? Mi fermo qui, e lo sguardo mi cade sulla copertina
dell’autobiografia di Hélène Grimaud. È un’associazione “facile” quella di lei
al pianoforte, con la Santa Teresa del Bernini… Cosa starà suonando, Grimaud?
CM - Come si può raccontare
la musica in un romanzo? Con quali parole si può trasmettere al lettore la
dimensione di un’arte che non ha bisogno di parole e che tende all’astrazione?
Nel tuo romanzo il racconto della musica diventa da una parte il racconto del fare musica, dall’altra il racconto
delle reazioni che essa provoca su chi la pratica e la ascolta – una cosa
insieme molto fisica e molto sentimentale. “Sotto l’effetto della musica mi
sembra di comprendere ciò che non comprendo, di potere ciò che non posso”
recita una frase trovata in un libro da Salvo e subito sottolineata (si tratta,
appunto, de “La sonata a Kreutzer” a cui hai fatto cenno in precedenza). Nora,
più realisticamente e meno misticamente, osserva su di sé e sugli altri gli
effetti della musica.
CQ - La musica mi
interessa per mille motivi: dal punto di vista della scrittura perché
indipendentemente da quello che si scrive, il libro resta muto. Allora perché
non parlarne pescando da ambiti che non c’entrano con la musica? Il pianoforte
diventa un organismo marino, la musica ci tratta come fossimo gli ingredienti
di una ricetta e così via… Ma anche così, dalle pagine non esce musica. Come
non escono profumi o colori. È un lavoro di squadra: il libro descrive, evoca,
e le parole rimbalzano nella testa dei lettore e da qui sorge un mondo.
CM - Ho avuto l’impressione che si possa leggere nella dedizione con
cui Nora si dedica a trasmettere ai suoi allievi il senso della pratica
musicale anche un’indicazione per la scrittura: scrivere (raccontare) è
lavorare di cesello sulle singole parole, sui minimi gesti, sui dettagli
apparentemente trascurabili, scovandone un senso – e comunicare il tutto.
CQ - Scrivere non è necessariamente
uguale a raccontare. Per me, la storia è quasi un pretesto. Mi interessano meno
i fatti delle conseguenze dei fatti, dell’intimo funzionamento delle cose. Questo
non vuol dire che si può trascurare la storia. La scrittura può moltiplicare
gli sguardi sul mondo (esteriore e interiore) – l’angolazione e la finezza
degli sguardi. Per fare questo ci sono le parole, la punteggiatura. Prima delle
parole, i suoni. “Sciogliere” ha qualcosa di liquido, “soffiare” è pieno di
correnti d’aria – qui si va verso la poesia. Una serie di frasi brevi non è la
stessa cosa di una frase molto lunga con lo stesso significato. Quando scrivo,
la parte che mi piace di più è quella in cui le dinamiche sono sistemate, i
personaggi funzionano, non devo più preoccuparmi della storia. Sono libera di
lavorare sulle singole frasi, sulle parole. Visto così, un libro è fatto di
tante scelte quanto sono le parole che lo compongono. Anche nei panni di
lettrice, una bella frase, una frase che mi colpisce, è un regalo.
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/07/21/suona-nora-blume-di-claudia-quadri/


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