domenica 20 luglio 2014

Dallo Speciale n. 2 di FuoriAsse: "Il silenzio dei racconti"

Dall'eccellente numero speciale di "FuoriAsse", la rivista di Cooperativa Letteraria, dedicato al Salone del Libro di Torino 2014, riprendo un mio articolo sulla particolare natura del racconto.

Intendiamoci sulla parola silenzio, che potrebbe suonare incongrua se riferita al continuo vociare che stordisce i frequentatori del Salone del libro di Torino. I racconti in Italia sono silenziosi, nel senso che un pregiudizio editoriale duro a morire li addita come non vendibili, mentre il romanzo, quello sì vende, soprattutto se costruito a tavolino secondo certe regole precise, e infarcito di tutto ciò che soddisfa e rassicura il lettore comune. Ecco, il racconto vero non rassicura, piuttosto inquieta, per quel che non vuole dire, per quel che nasconde. Non è, come insegna chi tira in ballo la solita punta dell’iceberg hemingwayano, questione di sintesi, di eliminazione del noto, ma piuttosto di ellissi che aprono varchi di mistero. Il racconto non è insomma una storia raccontata con poche parole: è un frammento galleggiante nel nulla, un brillio nella nebbia, cose così. Il lettore di racconti sa che è bene non sapere tutto, si contenta di poco, di quasi nulla, e lascia che pieghe (piaghe?) di mistero corrano sul tessuto esile dei racconti.
Per entrare nel racconto (per penetrare in quelle pieghe, o piaghe, fate voi) ci vuole silenzio attorno. Il racconto non pratica l’affabilità del romanzo, non è ammiccante, tantomeno consolatorio (nemmeno i veri romanzi lo sono, ma ci siamo capiti). Il racconto costringe il lettore a un’immersione dopo l’altra in situazioni nuove, e in questo è esigente, implacabile: e il paziente lettore si è appena immerso in questa nuova situazione, ha appena fatto in tempo a districarcisi, a capirci qualcosa per non procedere del tutto tentoni, quando ecco, siamo già alla fine, tocca ricominciare daccapo, con altre immersioni, altre fatiche – inutile dire che troviamo tutto questo stranamente gratificante.
Il racconto, per le sue dimensioni, può lavorare sull’essenza delle parole, e senza darlo troppo a vedere costeggia i territori della poesia. Anche per questo impone silenzio, e lo pratica. C’è spesso, nel racconto, una valenza lirica che lo eleva dalla semplice e talvolta bruta trascrizione di azioni. Le azioni accadono, ma filtrate da uno sguardo obliquo. I pensieri scorrono, ma sono pensieri attorno alle parole con cui esprimersi.
Penso a tutto questo mentre arrivo all’ultima pagina della raccolta “è di vetro quest’aria” (Italic Pequod, Ancona, 2014), di Monica Pareschi, incontrata con piacere al Salone, allo stand della Regione Marche. Sono racconti per lo più brevi, spaventosamente nitidi eppure come annebbiati da un senso di mistero profondo che non è solo del lettore, perché in alcuni di essi afferra dolorosamente anche i personaggi, che si muovono in realtà consuete ma vissute come estranee, e che sembrano affetti da una sorta di visione dissociata; di questa dissociazione soffre davvero uno dei protagonisti, nel racconto più sanguinoso – ma ecco dove sta lo stile, direi la signorilità di uno stile che sfuma nella reticenza, allude, vela, procede per dettagli minimi disseminati apparentemente a caso, proprio mentre la narrazione sprofonda nel racconto (allusivo) di un caso delittuoso, sì che alla fine ci chiediamo ma è successo davvero quello che credo sia successo, o sono io che dalle umide profondità del mio inconscio ho tirato fuori il peggio che potevo trovare?
Raccontare il corpo come fa Pareschi richiede silenzio: il corpo, soprattutto se vecchio, malato, morente, affannato, spaventato, va ascoltato con attenzione, e non solo: va esplorato con scrupolo, annusato senza remore, perché quel corpo saremo noi, prima o poi, o forse già lo siamo senza saperlo. Ora, per sondare fin nei recetti più nascosti la nostra carne e quella di tutti quelli con cui abbiamo a che fare, che siano parenti stretti o persone sconosciute che ci cascano addosso per caso su un tram, ci vogliono – di nuovo – uno stile terso, un vocabolario esteso fino al lirismo al neon della terminologia medica, luci nette e impietose, si deve trattenere il respiro, si deve parlare sottovoce. Ci vuole una compassione che si sia travestita da spietatezza.
Monica Pareschi è traduttrice; è poeta Pietro De Marchi, che con il suo “Ritratti levati dall’ombra” del 2013 ci regala un’altra idea di racconto, fondata però sempre su una superiore sensibilità allo spessore della parola – e sull’esigenza del silenzio. Lo cerco (e lo trovo subito) tra le novità dello stand della Casagrande, raffinata e rigorosa casa editrice di Bellinzona.
De Marchi, nato a Milano e poi trasferitosi in Svizzera, si addentra nella memoria personale e familiare, tocca quella collettiva e storica, interroga con lo sguardo del poeta piccoli oggetti comuni che acquisiscono la forza di reliquie, fa lo stesso con certe parole desuete che hanno un sapore forte di epoche passate, ricorre a documentazioni private fatte di pagine di diario, conversazioni, fotografie, lettere, cartoline. In questo modo “leva dall’ombra” i “ritratti” di persone che proprio per il loro essere comuni (anche nel bel mezzo di avvenimenti colossali come la prima o la seconda guerra mondiale) diventano rappresentative di tutta un’epoca, e dai loro ricordi ricostruisce diligente la storia collettiva di tutto un paese. Sono pagine senza trama se non quella vera della vita, affollate di “ricordi fugaci, tenaci” (è il titolo di un racconto e l’espressione di un sentire che attraversa tutto il libro), ma anche di silenzi, di pudori, o di curiosità rimaste irrisolte. E il silenzio è necessario per ascoltare con attenzione il parlottio discreto di queste figure appartenenti a generazioni diverse – ma anche per gustare il periodare ampio, d’altri tempi, manzoniano verrebbe da dire (Manzoni fa capolino qua e là, non a caso, come riferimento geografico o stilistico). Quanto ci sia di vero in questi racconti e quanto sia frutto di invenzione e rielaborazione (quanto quelle figure così affettuosamente rese siano persone e quanto personaggi, insomma) è un dubbio che intriga, ma su cui non ha senso soffermarsi, perché non è questo il punto. Il punto, ancora una volta, sono le parole, è la forza reale della poesia “tenace” e insieme “fugace” che promana dalle parole e dagli oggetti e dai pensieri e dagli sguardi.
E in silenzio assistiamo ai conflitti tra sessi, tra parenti, tra generazioni, a quella diffusa scontentezza che ribolle nei torniti racconti di “La cena è alle otto” di Mario Graziano Parri, che la torinese Aragno ha pubblicato nel 2013 (che eleganza il loro stand al Salone, tra parentesi). È una scontentezza che si esprime in un cicaleccio stizzito e bisbetico che diventa il trionfo del discorso indiretto libero, e riecheggia in case borghesi, in salotti di solida rispettabilità. Attorno si moltiplicano i segni della volgarità e della sguaiataggine contemporanee: continue, disperate citazioni consumistiche (griffes, canzoni, film…), come in un romanzo americano pre-crisi, a nascondere il buio, a mettere a tacere la morte, il nulla.
Quelli di Parri sono racconti costruiti attorno ad abitudini rassicuranti (“La cena è alle otto”, appunto), a riti sociali, più in generale a vite flemmatiche (“Questo mondo lo si vive meglio se non gli si dà troppa importanza”, dice non a caso un personaggio), scosse però da inaspettati momenti di brutalità o da improvvisi rigurgiti di desiderio sessuale. L’autore è perfido, mai compiacente: ma lo è con stile, con una certa dose di sprezzatura, con puntigliosa propensione per i dettagli minuti.
E se non ci fossimo dilungati già troppo citeremmo i saporosi racconti di “Acqualadrone” di Eugenio Vitarelli, da poco pubblicati dall’editore siciliano Mesogea, che a me pare una delle presenze culturalmente più apprezzabili del Salone – come lo è la novarese Interlinea, tra i cui titoli trovo la riedizione del 2013 di tutte le prose brevi di Mario Bonfantini, sotto il titolo “La svolta e tutti i racconti”. Due case editrici radicate con sofisticato amore nei loro territori e insieme aperte, curiose, sconfinanti. Ma ne riparleremo un’altra volta, senza dubbio.

(Postilla: certo, a vedere Michele Mari beccheggiare pericolosamente nella cagnara che avvolge il caffè letterario in cui si presenta il suo recentissimo “Roderick Duddle” einaudiano, a sentirgli la voce sommersa dal chiasso tutt’attorno, viene da dire che anche il romanzo avrebbe bisogno di silenzio – il suo, di Mari, in particolare, atto d’amore per la letteratura avventurosa divorata nel corso dell’infanzia e per gli stupori e gli umori di quella stessa infanzia desiderosa di interminati spazi e di sovrumani sil – no, la citazione finisce a metà, quella parola l’ho già ripetuta troppo, e qualcuno la troverà ormai stucchevole).


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