domenica 8 maggio 2016

Verne a Les Mots

Riprendo la pagina dal cap. XX del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne (1864) nella traduzione di G. Mina del 1967 con cui si è aperta la presentazione di Neve, cane, piede a Les Mots - Festival della parola in Valle d'Aosta. Mi divertiva accostare un episodio nel quale i personaggi di Verne, invece di scendere, risalgono per una via sbagliata, e un romanzo come il mio nel quale l'ascesa in montagna è, in realtà, uno sprofondare. La lettura di Barbara Caviglia ha ben sottolineato le paradossali affinità.



Durante tutto il giorno seguente la galleria svolse davanti a noi i suoi archi interminabili. Camminavamo quasi senza dir parola; il mutismo di Hans ci contagiava.
La strada non saliva, almeno in maniera sensibile; talvolta anzi pareva scendere, ma questa lieve pendenza non doveva rassicurare il professore, poiché la natura degli strati non si modificava e il periodo devonico si affermava sempre più..
La luce elettrica faceva scintillare meravigliosamente gli schisti, i calcari e le vecchie arenarie rosse delle pareti. Pareva d'essere in un canale aperto nel mezzo del Devonshire che diede il suo nome a questo genere di terreni. Magnifici marmi rivestivano le muraglie, alcuni d'un grigio agata venati capricciosamente di bianco, altri color carnicino o giallo macchiato di rosso; più oltre si vedevano esemplari di griottes, dalle tinte cupe, nei quali il calcare spiccava con colori vivaci.
La maggior parte di quei marmi presentavano impronte di animali primitivi. Dal giorno prima la creazione aveva fatto un progresso evidente; invece dei trilobiti rudimentali, vedevo gli avanzi di un ordine più perfetto; tra gli altri i pesci ganoidi e quei sauropteri nei quali il paleontologo ha scoperto l'origine del rettile. I mari devoniani erano abitati da moltissimi animali di questa specie e li deposero a migliaia sulle rocce nuovamente formate.
Era evidente che risalivamo la scala della vita animale di cui l'uomo occupa la sommità. Ma il professor Lidenbrock non sembrava badarvi.
Egli aspettava due cose: o che un pozzo verticale venisse ad aprirsi sotto i suoi piedi e gli permettesse di ricominciare la discesa, o che un ostacolo gli impedisse di continuare quella strada. Ma venne la sera senza che alcuna di tali speranze si fosse avverata.
Il venerdì, dopo una notte durante la quale cominciai a provare i tormenti della sete, riprendemmo a seguire i meandri della galleria.
Dopo dieci ore di viaggio, notai che il riflesso della lampada sulle pareti diminuiva stranamente. Il marmo, lo schisto, il calcare e l'arenaria delle muraglie erano sostituiti da un intonaco cupo e senza splendore. A un certo punto in cui la galleria era diventata strettissima, mi appoggiai alla parete sinistra.
Nel ritrarre la mano vidi che era interamente nera. Guardai più da vicino e vidi che ci trovavamo in mezzo a uno strato di carbon fossile.
— Una miniera di carbone! — esclamai.
— Una miniera senza minatori! — rispose lo zio.
— Chi lo sa!
— Io lo so, — replicò il professore in tono reciso; — sono certo che questa galleria aperta attraverso gli strati di carbon fossile, non è stata fatta dalle mani dell'uomo. Ma che sia o no opera della natura, ciò m'importa poco. È ora di cena; ceniamo.

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