domenica 1 maggio 2016

Da Letteratitudine: Perché Prince?

Nel parlare di Prince nei giorni successivi alla notizia della sua morte sarò costretto a essere – in qualche misura – autobiografico. Me ne scuso sin d’ora. In compenso, in questo intervento mi limiterò a parlare della musica di Prince, non del personaggio e nemmeno dei testi, e questo forse mi aiuterà a non suonare celebrativo o, peggio, agiografico.
A differenza degli snob e dei fan improvvisati che si fermano a “Purple Rain” e al massimo citano “Kiss”, posso dire di avere tutti i suoi dischi – tutti, compresi quelli mai usciti ufficialmente. Possiedo tutti i singoli, con quei meravigliosi lati B. I remix dei singoli in tutte le versioni possibili, tranne forse qualche edizione giapponese. I remix dei remix. Non ho mai assistito a un suo concerto dal vivo, ma ho raccolto bootleg su bootleg (in vinile, in cassetta, in CD) per tutti gli anni novanta e anche oltre: registrazioni delle esibizioni in teatro e negli stadi, anche di qualità inascoltabile; outtakes e prove in studio, carpite chissà come. Gli aftershow nei club. Ho collezionato le canzoni scritte per altri. I remix delle canzoni scritte per altri. Gli album prodotti per altri, compresi quelli mai pubblicati. Ho pure le canzoni attribuitegli, forse sue forse no – non si sa mai. Molti album di collaboratori, di amici, delle ex, di chi ha avuto a che fare con lui per un certo periodo della sua vita – hai visto mai che si nasconda qualche frammento della sua grandezza, in mezzo a tanti volonterosi compitini. Prince andava inseguito sempre, ovunque, anche quand'era distratto o stanco. Era Prince, che diamine.

È stata, la mia, una ricerca compulsiva e caparbia, anche perché ho scoperto la sua musica un po’ in ritardo, dopo la metà degli anni ottanta, arrivandoci attraverso il Miles Davis prodotto da Marcus Miller e album come “Tutu” (1986) che al sound di Prince dovevano parecchio. All’epoca, i video delle canzoni princiane rivelavano un personaggio minuto ma dalla personalità ingombrante, alternativamente inquietante e attraente, che un po’ respingeva un po’ attirava – ma era la musica a colpirmi, quel funk asciutto e jazzato il cui ascolto era un’esperienza tutta intellettuale, in cui mi sforzavo di non muovere i piedi a ritmo, di non dondolare il capo. Era musica – come è sempre stato il funk – insieme fredda e torrida, elaborata e semplice, elegante e grezza. Si percepiva, dietro, un lavoro accanito di elaborazione, un controllo spietato, anche tirannico, degli altri musicisti, un atteggiamento perfezionista che talvolta spazzava via tutti gli altri e dava luogo a una creazione solitaria, in cui l’autore si moltiplicava per ogni strumento suonato, per ogni microfono piazzato. Era forma-canzone o ballad che però in qualunque momento poteva trasformarsi anche in altro. All’epoca (quegli anni ottanta che attaccavano fardelli anche ai momenti più lievi, gonfiavano le acconciature, imbottivano le spalline, allungavano i tacchi, truccavano le palpebre), la batteria implacabile teneva il tempo, con una pesantezza che era segno dei tempi, confinando in secondo piano tutti gli altri strumenti. Insomma, era il ritmo primordiale del funk, quello del sangue che pulsa nelle vene in stato di eccitazione, allusivo del ritmo dei lombi durante l’atto sessuale, o di quello della marcia a difesa dei diritti mancati, che poteva durare ore (come in effetti accadeva nei concerti dal vivo di Prince, nei numerosi aftershow, nelle interminabili prove in studio). L’interscambio ritmico tra batteria dominante e basso e chitarra, le cui pulsioni sincopate creavano sfasamenti danzanti di cui non ci si poteva saziare (chi vuole approfondire cerchi “Funk!” di Rickey Vincent, ed. Tarab, 1998). Era il ritmo dei Parliament- Funkadelic di George Clinton più che quello di James Brown, almeno agli inizi – e ammesso che abbia senso spaccare il capello in quattro su questo punto, visto che tra le band di Sly Stone e degli stessi Brown e Clinton il travaso di uomini e di idee è stato continuo.

Prince era (è rimasto) uno dei grandi operatori di sintesi dei contrari: più che un eclettico, mi è sempre sembrato un curioso in grado di fondere audacemente generi e stili contrapposti. L’eclettico mescola senza amalgamare: Prince, quando il gioco gli riusciva, cioè spesso, compendiava gli ingredienti fino a renderli indistinguibili, nella stessa canzone, o nell’accostamento nel medesimo album (spesso gli album nascevano come concept, estrapolarne un pezzo è fare torto alla complessità dell’insieme, è negarsi il piacere degli accostamenti, dei rimandi, dei giochi di contrasto e affinità tra una traccia e l’altra). Ascoltate “Lovesexy”, del 1988, a mio parere il suo album più ricco e il più allegramente sperimentale; o ascoltate le canzoni, composte in piena libertà, dei lati B dei singoli, in cui non è praticato l’inseguimento della formula pop di successo e l’approccio è quello libero e bizzoso del creatore in libera uscita (se ne può avere un’idea grazie al terzo CD della raccolta “The Hits / The B-sides” del 1993). O ancora, ascoltate i remix dei brani scelti come singoli – diciamo fino agli anni novanta, cioè fino a che è stato lo stesso Prince a curarne la versione remixata e allungata. Un pezzo come “I Wish U Heaven”, che in “Lovesexy” suona piacevolmente imbambolato, luminosamente melenso, nella versione più lunga si carica di ombre, di sonorità inaspettate, diventa funk, smette di sorridere e digrigna i denti. E noi sentiamo che quel carattere ombroso, anche minaccioso, era già dentro, aspettava solo di uscire, aveva solo bisogno di tempo per manifestarsi, era in agguato appena dopo i tre minuti della canzone.
Il ruolo di Prince nella pop music a partire dai primi anni ottanta è stato paragonabile a quello di Miles Davis nel jazz dagli anni sessanta (o a quello, lasciatemelo dire, di Stravinskij dagli anni dieci del Novecento): insieme propulsivo e riassuntivo. Prince appartiene al novero di quei compositori (preferisco parlarne così, invece che come di un personaggio dello show business) che con voracità si sono impadroniti di tutto quello che la musica offriva loro, e hanno operato sintesi vertiginose tra mondi incompatibili, facendoci scoprire che l’insieme dei loro riferimenti suonava molto più ricco della semplice somma, e che il loro guardarsi indietro o attorno non era un fermarsi ma un modo per accelerare verso forme più avanzate di linguaggio. Hanno avuto epigoni, certo, che hanno normalizzato il frutto delle loro ricerche e trasformato in cliché i loro gesti rivoluzionari – ma non stiamo parlando di loro, dello strano e ambiguo conservatorismo degli epigoni. E come Davis e Stravinskij, e a differenza dei loro epigoni, Prince era un ironico (non però un sarcastico come Frank Zappa): possedeva cioè il dono del distacco dalla materia che trattava, e sapeva giocare con gli stilemi dei generi di cui si impadroniva. Era un appassionato esegeta e insieme un manipolatore, e la difficoltà nel distinguere nella sua musica i due atteggiamenti rende intrigante l’ascolto. Sapeva essere torridamente sboccato, ma senza esserlo davvero fino in fondo, e con mezzo sorriso, quasi a chiedere scusa; riusciva a essere morbosamente smielato, ma bastava un falsettino, un trillo in più a svelare che in fondo era tutto un gioco. Se l’atmosfera si faceva troppo pesante, ecco spuntare la citazione di una filastrocca infantile. Se la torch song si impantanava in languori eccessivi, ecco un intervento dei fiati o di qualunque altro strumento a correggere, a smentire. Anche nei momenti di misticismo più imbambolato interveniva un qualcosa a riportare il tutto sulla terra: altrimenti era l’eccesso di misticismo a indurci a sospettare che non fosse da prendere sul serio fino in fondo.

Prince è stato uno sperimentatore anche di pieni e di vuoti. Ha asciugato certi suoi pezzi fino a un’essenzialità scabra (tutti sanno di “When Doves Cry” senza la linea del basso, effetto spiazzante che rende armonicamente indefinibile il brano: ma pensate anche alla secchezza di “Sign ‘O’ the Times”, in cui non c’è nulla di troppo, alla parsimonia di “Sometimes It Snows In April” da “Parade”, 1986, o a strani oggetti alieni come “Forever in My Life”, priva quasi di strumenti, o a “Slave”, da “Emancipation”, per non dire dell’intero “The Truth” del 1997, solo fatto di voce chitarra e poco altro; e ne ha resi ipertrofici altri con arrangiamenti da musical, tutti fiati cori e tastiere e elettronica varia (l’album “Love Symbol” del 1992 soffre, per così dire, di questa ipertrofia orchestrale, come “The Vault” del 1999). L’alternanza di queste due esigenze contrapposte, l’horror vacui da una parte, l’horror pleni dall’altra, ha dato luogo a risultati imprevedibili, anche nelle versioni dello stesso brano – Prince era maestro nell’arrangiare i suoi pezzi, giocando sulle varianti e le metamorfosi in un modo che farebbe la gioia di generazioni di filologi musicali. Insomma, nell’altalenare tra essenzialità da rock suonato in garage, in un angolo di strada o in cameretta e opulenza pleonastica da big band ho sempre sentito un’affinità con le tendenze contrapposte che animano qualunque produzione artistica, qualunque scrittura. Non siamo anche noi oscillanti tra pieno e vuoto, tra bisogno di dire solo l’essenziale, anzi meno dell’essenziale, di praticare l’ellissi come una forma di ascesi, e dall’altra voglia di dilungarci, di essere iperbolici, marinisti, hollywoodiani, amazzonici?

Ecco il punto: nell’ascoltare Prince non potevi dimenticare il processo creativo che ha portato a quel prodotto finito; è musica sufficientemente fuori dal pop e dai suoi automatismi per costringere l’ascoltatore a interrogarsi sulle soluzioni formali, in un approccio che finisce per essere musicologico (e filologico nel raffronto tra le infinite varianti dello stesso brano). “Musicology”, guarda caso, è il titolo di una canzone (e dell’album che la racchiude) del 2004. Titolo programmatico, che esprime con orgoglio la necessità di riconquistare, dongiovannescamente, tutti filoni della musica pop, bianca, black, non importa, attraverso rimandi omaggi ammiccamenti emulazioni appropriazioni, e la consapevolezza di far parte di quel flusso storico. Ascoltare la musica di Prince richiede un atteggiamento di ricerca, di scoperta, di accettazione del rischio. Continuerai a battere il piede a ritmo e a dondolare il capo, perché insomma il funk ti costringe a farlo, ma non puoi smettere di pensare al resto, a quello che cori tastiere chitarre fiati voci armonie sghembe impazienze ritmiche continuano a fare sopra quel ritmo, alla sapienza costruttiva che anima l’insieme.
Dentro quella musica ci senti insomma fremere il processo creativo che domina o dovrebbe dominare anche la tua scrittura, il dosaggio di ordine e caso, l’oscillazione tra controllo e improvvisazione, il travaso dal caos alla coerenza di una struttura.
Negli ultimi album aveva smesso di inventare e di osare davvero nella sperimentazione, certo. Le sue canzoni più recenti, quando non ammiccano con un po’ di cinismo al pop à la page, ricordano – volutamente – quelle di vent’anni o trent’anni prima, anche negli arrangiamenti, giusto un po’ attualizzati (ascoltate “HITnRUN Phase Two”, l’ultimo album prima della probabile ondata di album postumi). Ma sono composizioni argute e eleganti, e ascoltarle è come ritrovare un vecchio amico che racconta sempre le stesse quattro o cinque cose – ma come le sa raccontare bene!

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/04/25/perche-prince/

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