giovedì 18 dicembre 2008

Intervista su Lettera.com, 2

(Cito ancora dalla bella intervista che Fabiana Piersanti mi ha fatto per la rivista online
I tuoi romanzi delineano panorami letterari impregnati di atmosfere gotiche e di mistero; Nora e le ombre è stato definito una ghost story, addirittura. Le larve è stato invece volutamente presentato come una contaminatio di generi, quasi a voler ribadire la tua propensione a giocarci e a non lasciartene invischiare. Credi che i generi letterari siano un limite alla creatività?
Alla base di quei riferimenti ai generi c'era un vezzo, ora posso dirlo: la speranza è sempre quella che il lettore accorto dica: ma non è una ghost story (non è solo una ghost story), non è un semplice gioco sui generi! La speranza (ecco un tic linguistico inaspettato di questa intervista) è che a quel lettore il risultato finale suoni come qualcosa di più della semplice somma degli ingredienti: il valore aggiunto potrebbe scaturire dall'attrito tra due generi, o stili, come in Nora.
Il romanzo non può fare a meno di ammiccare ai generi, o ai sottogeneri, che fanno parte della sua storia e della sua natura di organismo ibrido, adattabile, che può diventare tutto e il suo contrario; ma non credo che obbedire alle convenzioni di un genere possa garantire la riuscita di un buon romanzo. Dal mio punto di vista, i generi sono riferimenti importanti soprattutto se scrivendo li si può buttare all'aria per vedere che succede.
Penso al romanzo come a una sorta di mondo della libertà: se è vero che possiamo ricondurre tutte le storie possibili a un numero ristrettissimo di situazioni base, godiamo della libertà di raccontarle in un'infinità di modi diversi, ricombinandole e traducendole come ci pare. A ragionare solo in ossequio ai generi, in fondo, si prendono per leggi quelle che sono solo convenzioni.

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