lunedì 25 maggio 2009

Sintonie: Barbara Gussoni


È bello imbattersi in un romanzo ricco di invenzioni e di emozioni, visionario il giusto, felicemente anticonformista e narrato con una voce personale, con stile ricco, con divertimento e compassione, come “Bondville” di Barbara Gussoni (Diabasis, 2007). Bondville è il nome della città a tre strati, tortiforme, da cui un quartetto di ragazzini poconormali parte per missioni che si trascinano come derive picaresche. L’io narrante, David, un bambino ritardato di memoria labile, racconta gli eventi non con parole sue, ma con quelle che l’autrice, Barbara Gussoni, gli presta per esprimere tutto ciò ch’egli sente e che non saprebbe forse definire: la sua è una lingua tra l’infantile e il lirico, robustamente umoristica, d’un umorismo per lo più involontario (per lui, David, non per l’autrice).
Attorno a lui, l’ottusità degli adulti (di molti, non di tutti), la solidarietà di certi personaggi incontrati per caso, come in una lunga fiaba, i compagni di avventura (la Zozza, Gerry il Bastardo, l’Asiatico), ora melensi ora crudeli ora sofferenti, piccole vittime di handicap e di pregiudizi. David osserva, cerca di capire o di interpretare, ricostruisce, dimentica. Sentiamo che il suo punto di vista, per quanto appannato, è quello giusto, quello che più si avvicina a una possibile verità.
La Gussoni sa raccontare muovendosi tra l’allegoria e la fiaba; della prima evita la pesantezza programmatica, della seconda le scorciatoie, i déjà-vu, di entrambe le astrazioni. Il suo modo di raccontare è spesso di una concretezza molto corporale, terragna – così vedono le cose i bambini, tutti, non solo i poconormali. A tratti, nelle scene più movimentate, l’autrice ricorre a ritmi e iperboli da cartone animato.
In certe ossessioni infantili mi sono riconosciuto – ero così da bambino: perso nella natura con cui confinava la periferia, imbambolato in rimuginii e in contemplazioni, in compagnia di coetanei che parevano disegnati da altri bambini, senza una percezione definita del tempo, degli spazi, dei rapporti umani. E anch’io interpretavo i luoghi familiari addensandovi sopra vaghezze allegoriche, che mi facevano sentire confusamente eroe di una saga in terre estranee, e a cui davo nomi altisonanti.
Si sente insomma che l’autrice conosce bene l’infanzia e ha osservato a lungo la vita dei bambini e gli handicap. Con concretezza disarmante scrive anche di ciò che di solito si rimuove dal mondo infantile (la crudeltà, la sessualità). In “Bondville” ha dato vita a questo mondo brulicante, affannato, impaurito, senza tentare di addobbarlo o addomesticarlo, lasciandolo esprimere in tutta la sua vitalità barbarica.
Dai loro gesti, dalle loro parole, anche dalle più aggressive e distruttive, emerge solo una spaventosa fame d’amore, che i grandi non sanno soddisfare, e talvolta neanche vedere.

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