martedì 12 maggio 2009

Ancora dalla "Sonettaja Massima" di Clodoveo Moro

I
Nacque nel tempo, ed ebbe de la vita
l'acre concetto che ne trae l'ammorbo,
e volle d'ogne cosa fingers'orbo
ché in nulla cangiano fola e verìta.

Seppe che infante già si porta il corbo,
e che felicità s'è dipartita,
se mai n'è stata, sin da la sventrita:
sì che nel tello tosto vien l'assorbo.

Visse morendo placido e contorto
mentre s'illude il vulgo, sordo fiume;
e fu nel nada il lemure più accorto.

Ora lo piango, contr'a suo costume:
e se mio motto vale ad un risorto,
ch'egli risorga da le fitte brume.


VII
Novo Tiresia, novello Atteone
che spian celati grazie di preclara
diva che in polla immerge d’acqua chiara
sue grazie colte da un ascoso Adone

son io; e un dì la sorte non avara
diemmi somma letizia in visione:
ch’io vidi in talamo la spoliazione
fugace e onesta della casta Clara.

Mi fo divino anch’io a quel pensiero,
e anchor, muto pensando, sto perplesso
che quel ch’i’ scorsi non sie suto vero.

Abbaglio fu, ch’io credo esatto adesso?
O giusta vista? Amor, eccoti un cero:
illuminami, alfin ch’io ‘l dubbio cesso!

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