lunedì 11 maggio 2009

Sul Moro

So ben poco di Clodoveo Moro; di lui pare sia esistito solo un unico esemplare di un Canzoniere manoscritto ma quasi certamente non autografo, contenente le sezioni delle “Rime sparse” e della “Sonettaja massima” e la tragedia in versi “Il Laberinto” – manoscritto che le ultime tracce davano sepolto tra le carte e gli incunaboli della biblioteca dei Conti di Castelcardo. Da questo unicum era stata trascritta una parte, non so quanto ampia, da parte di un’erudita di provincia, N. C., che ne ha pubblicati stralci su tre numeri del “Corriere di Castelcardo” nel 1998, in un’edizione non affidabilissima. A questi attingo per il mio contributo non alla riscoperta, ma almeno alla rispolveratura di questo poeta minore tra i minori, se non minimo tra i minimi.
Il Moro resta un mistero: nulla si sa della sua vita; sulla sua vena poetica sussistono forti perplessità; nemmeno si riesce a capire se sia stato un emulo di manieristi, o un parodista – o un parodista del manierismo, o un manierista della parodia. Leggi, e non sai se la sua oscurità dipenda da goffaggine o da calcolo, e la sua voce immischiata di cascami della lirica dal Duecento al Seicento sia il frutto della ricerca di un mistilinguismo o dipenda dall’impotenza di chi, costretto entro i limiti delle forme poetiche, se ne esce malamente forzando le parole al gioco dei metri e delle rime. Sfogli i suoi sonetti, e vi trovi, in un guazzabuglio di temi e ossessioni, pruriti e frustrazioni da adolescente solitario e tristi bavosità senili.
Non aiuta molo nemmeno il titolo completo,


LE RIME
Del signor Clodoveo Moro

D'intorno alle massime quistioni della natura delle cose e dell'huomo e del suo fine e dell'amore dell'arte e della morte e dell'etternità dell'anima

Con un'idea dell'opera di mano dell'autore medesimo ad illustrazione delle oscurità e dei vari accidenti utile al capimento dei carmi.

Né soccorre molto quel che segue in esergo, una citazione da A. F. Grazzini detto il Lasca, fondatore nel 1540 dell’Accademia degli Umidi e poi di quella più famosa della Crusca: “Viene, che la Poefia italiana, Tofcana, volgare, o Fiorentina, ch'ella fi fia, è venuta nelle mani di Pedanti”; e una dedica in endecasillabi dello stesso Moro, che forse svela il gioco parodistico, ma forse è solo un primo impacciato esempio di cattivo gusto:

Tu che tettando da musaiche mamme,
Lettor curioso, vaghi per gli scritti
di questo libricciuol o ver bailamme,
poni attenzion che sovra non vi slitti
lubricamente a le fallaci squamme
di che son coricati i miei delitti:
bada a tue peste, avanza catelloni
per non fallar, ve' dove il piè riponi.

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