sabato 16 maggio 2009

Sintonie: Annalena Manca, 1



“L’accademia degli scrittori muti” è il sorprendente romanzo che Annalena Manca ha pubblicato nel 2007 con Il Maestrale. È un’opera felicemente lontana dalle mode editoriali di oggi, orgogliosamente rétro nell’ambientazione, nei tempi e nei ritmi del racconto, nella resa psicologica di personaggi complessi – ma allo stesso tempo modernissima nel gioco dei piani narrativi, nel mantenimento di un’inquietudine di fondo, di una sospensione, di zone d’ombra. Ho amato subito questo romanzo, per la sfuggente bellezza dei caratteri (la giovane istitutrice Teresa, Donna Maddalena, i suoi cinque figli, i personaggi che affiorano dal passato, e via via gli altri), per la precisione incredibile eppure intensamente poetica con cui sono dipinti gli ambienti, per la scrittura densa e tersa, e per la presenza di certi temi che anch’io sento miei.
Per questo ho voluto proporre ad Annalena, che nel frattempo ho conosciuto grazie ad internet, una sorta di conversazione sul suo libro e sullo scrivere. Alle sue risposte, bellissime e ricche, non saprei che altro aggiungere. Sono onorato di poterle ospitare su questo piccolo blog.

C. Nel tuo romanzo si coglie subito un'attenzione meticolosa per la lingua. La tua scrittura è insieme estremamente precisa e intensamente evocativa. Numerosi riferimenti alla lingua, alle parole, alla scrittura, innervano anche la trama del romanzo. Da dove nasce questa particolare esigenza espressiva?
A. Io direi semplicemente che l’attenzione c’è. Lavoro con puntiglio per ottenere aderenza alla scena, al tono, al tipo di lessico e andamento di discorso di ogni personaggio, ma non ho questa percezione di precisione della mia scrittura realizzata. Mi sforzo di riferire quel che avevo in mente, ma credo che ogni scrittore lo faccia. Questo rileggere e riscrivere è uno degli aspetti della composizione che amo di più, è alimentato da un elemento biografico: dove scrivo, abita permanente il tema dell’artista autodidatta, con poche connessioni sociali. È quel che mi sento. Questo significa che certe volte mi perdo nel controllo degli esiti, e raffreddo la pagina. A volte mi manca, la frequentazione, l’abbrivio di qualcuno “passato di là” con cui confrontarmi direttamente. Questo vuoto riguarda la narrativa. Per il teatro di base, invece, ho scritto e scrivo con animo più disinvolto; i laboratori con giovanissimi originano l’adattamento di classici o la creazione di copioni. Ma non sono cose davvero mie, è il gruppo, così penso. Lo stesso per la scuola: come insegnante, ho collaborato con agio per molti anni a una nota rivista specializzata sulla pratiche didattiche, là ho imparato rispetto alla redazione dei testi, alla revisione, all’economia nella comunicazione.
L’aspetto di pulizia mi piace sempre come intenzione, amo molto riscrivere e revisionare – anche questo testo. Se si parla di narrativa originale, comunque, la cosa mi dà parecchio da fare. Non è sempre un bene: ho la tendenza a togliere troppo, per dare centro a quel che secondo me è essenziale. Così divento ellittica; oppure mi prende una certa presbiopia stilistica e strutturale, guardo tanto la frase, il paragrafo e perdo di vista l’insieme. Le mie prime stesure possono essere faticose per il lettore, per non dire deludenti. Lo dico per provata esperienza.


C. Come ti senti in rapporto con il panorama letterario, o narrativo, o editoriale di questi anni?
A. La mia casa editrice attuale si trova a Nuoro. A Roma, non frequento scrittori. Ho amici artisti, ma non si occupano di narrativa. Per citarmi, sono una scrittrice alquanto muta, nella società letteraria.
Mi piacciono gli incontri in cui si va a progettare o realizzare qualcosa, e quando capitano sono disponibile. Mi piace agire socialmente per portare non me, ma occasioni umane di lettura e scrittura. Mi piace fare la maestra, per questo motivo, e non solo. Sono attratta dalle persone che sono storie, lettori e scrittori. Scruto i bambini: che cosa saranno?
C’è più di una strada che mi ha sperso, se sono arrivata a esordire a 47 anni, quasi venti anni dopo aver lasciato la Sardegna. Eppure in una certa lettera di addio dicevo vado a Roma perché voglio fare la scrittrice. Il percorso ha compreso - mi è costato - anni e anni dedicati all’impegno personale e lavorativo su altri fronti. Ho trovato scuole che mi hanno consentito di fare esperienze molto variegate, con bambini generalmente interessati allo studio; ho fatto parte di gruppi attivi sia sulla sperimentazione didattica che sulla gestione di istituto. Tutto questo forse non mi induce a sentirmi parte di conversazioni e rituali che sono di mera esposizione di sé. Mi piace concretizzare. E poi una constatazione: insegnare orienta la giornata e l’energia verso certi orari, gli artisti osservano ritmi notturni che non posso seguire tanto. Ultimamente, il contatto con l’amministrazione scolastica mi snerva più del solito, bolle uno strano miscuglio di inconcludenza legittimata e pressappochismo organizzativo che mi sta venendo a noia; cerco di riservarmi una possibilità di futuro in cui mi rimanga più tempo per creare: teatro, scrivere. Per cambiare ambiti. Ora, con il primo libro pubblicato da neanche due anni, sto conoscendo alcuni scrittori. Non li frequento, alcuni vivono da altre parti. Non so neanche se uno che scrive debba necessariamente frequentare altre persone che scrivono. Quello che a volte mi manca sono consigli pratici, o un supporto nei momenti di dubbio. Ma l’assenza del circolo dei pari mi protegge dall’eccesso di egocentrismo. Sento che la scarsezza di tempo mi serve, come sento che mi strozza. Ho parlato di tempo che “ rimane”, prima. È triste. So che il lavoro limita la mia libertà espressiva, ma protegge la mia dignità di persona e la mia autonomia. Vedremo. Mi piacerebbe scrivere uno stesso libro con altre persone. Riguardo all’atto dell’ideare, mi sento molto ricca. Ho progetti, alcuni non di narrativa vera e propria. Per quanto riguarda il panorama italiano, non sono una lettrice informata. D’altronde non mi interessa esserlo. Ho i miei preferiti, indubbiamente, che rileggo d'abitudine per rifinire il lessico e aiutare l’orecchio, quando cerco la mia musica. Seguo qualche uscita, anche con attesa, sebbene i miei gusti primari siano di marca anglosassone - riesco a leggere anche in lingua originale. Vivo di percorsi associativi, che intreccio con visite in libreria e qualche lettura di inserti specializzati. Confesso che raramente prendo un libro perché qualcuno me lo consiglia. Mi faccio guidare dalle mie passioni, e da una certa forma di caso, che caso non è.

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