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giovedì 29 aprile 2010

Consigli

Fa molto piacere vedere il proprio romanzo consigliato da amici di grande sensibilità e cultura: il primo è stato Guido Conterio, in una densa scheda su ibs, e già l'ho citato in un post di qualche giorno fa (http://www.ibs.it/code/9788862662420/morandini-claudio/rapsodia-su-un-solo.html); e poi Giona A. Nazzaro, che, intervistato da Barbara Baraldi per "Sickgirl Magazine" a proposito del suo "A Mon Dragone c'è il diavolo", alla domanda "E ora è il momento dei consigli letterari e cinematografici. Tre film e tre libri da vedere e leggere assolutamente" risponde "Mi limito a un libro: RAPSODIA SU UN SOLO TEMA di Claudio Morandini" (http://www.sickgirl.it/magazine.php?s=interviste&n=340).
Infine Paola Baratto, autrice dell'ultimo bellissimo "Saluti dall'esilio", di cui prima poi scriverò qualcosa: alla domanda posta dall'intervistatrice Piera Maculotti per il "Giornale di Brescia" del 24/04/2010, "Ultimamente ha letto qualche libro che l’ha colpita?" Paola riponde "Thérèse Desqueyroux di François Mauriac e tutti i potenti romanzi dell’autrice ungherese Magda Szabò. Tra gli emergenti italiani l’ultimo di Claudio Morandini, Rapsodia su un solo tema".

giovedì 21 gennaio 2010

"Le larve": un'opinione

Riporto le lusinghiere parole che Paola Baratto, autrice di "Solo pioggia e jazz" e "Carne della mia carne" (entrambi Manni), ha scritto de "le larve".

Finalmente un romanzo che restituisce il piacere della lettura. Lo stesso piacere che regalano i grandi autori che hanno usato le tinte del noir e del gotico (Poe, James, Lewis, Landolfi per fare un esempio), ma per scandagliare l’animo umano e farne affiorare angosce e pulsioni inconfessabili. Quello che è assolutamente attuale è l’ironia sottile che innerva le considerazioni dell’io narrante e che fa sì che questo sia un romanzo più cerebrale che “di pancia”. Un noir che non sfocia in banale poliziesco e non utilizza l’ormai diffuso fraseggio d’importazione. È, anzi, una prosa estremamente curata e colta quella di Morandini, ma allo stesso tempo scorrevole, convincente nei dialoghi, e tiene alta la tensione fino alla fine, nonostante i numerosi scarti temporali del racconto (cosa non facile). È un libro che avvince ed inquieta con la sua atmosfera peculiare, evocata attraverso la descrizione del palazzo tentacolare (infestato da ricordi ossessivi e ingombranti), della campagna dai recessi oscuri e soprattutto dei protagonisti (primo fra tutti il patriarca dispotico), che risultano ferini e al contempo cinicamente raziocinanti, quindi squisitamente ambigui. E poi quelle larve che attendono nel sottosuolo... immagine disturbante che si presta a metaforiche interpretazioni. Davvero una bella scoperta.

sabato 9 gennaio 2010

Sintonie: Paola Baratto, 2

Continua la conversazione con Paola Baratto.



Claudio Un punto in cui mi riconosco, di ciò che hai detto, e che ho avvertito durante la lettura del tuo romanzo, è la lentezza. Non trovi che oggi la letteratura (certa letteratura, per lo meno) insegua un’idea di velocità che sembra presa di peso dal cinema, dal cinema peggiore, anzi, quello hollywoodiano d’azione, col rischio di diventare irrimediabilmente orizzontale, frettolosa, tutta scorciatoie, convenzioni? E la vita, con i suoi tempi morti? Non sono più interessanti e significativi questi? Certo, sono anche più difficili…

Paola Hai ragione, i dubbi... quelli mi accompagnano sempre. Possono servire, ma bisogna saperli dosare. A volte stimolano, a volte ostacolano. Ma, al di là dell’insicurezza caratteriale, quello che mi scoraggia in questo mestiere è proprio quello che osservavi tu sul panorama editoriale. Vogliono sceneggiature, non romanzi. Piattezza invece di complessità. Plot al posto di atmosfere. Ma so per certo che i lettori non sono tutti consumatori dal palato facile. Alcuni hanno un gusto esigente e vogliono qualcosa di diverso. Vogliono entrare in un mondo. Naturalmente non sono la massa... ma dovrebbe esserci posto per tutti. E quello che dicevi sui tempi morti sfiora un tema che mi interessa molto. In un romanzo breve ho affrontato proprio l’ossessione di questi anni, l’horror vacui e la commercializzazione del tempo. Siamo spinti, secondo il più puro spirito utilitaristico, a far fruttare ogni minuto (magari facendo una telefonata, quindi spendendo...). Restare soli con se stessi, in silenzio, sembra quasi un delitto. La noia è bandita, già dall’infanzia (forse perché stimola la creatività, il pensiero autonomo?). Non so se vi sia un piano in tutto questo, in ogni caso il risultato, ovvero l’appiattimento e l’omologazione degli intelletti e delle coscienze, fa comodo a molti. Probabilmente qualcuno penserà che esageriamo, che la letteratura debba solo intrattenere, sia accessoria. Nemmeno io mi faccio illusioni sul suo potere di cambiare le cose, ma quello che dici tu è fondamentale. Se ti aiuta a “trovare connessioni logiche che organizzino, ordinino, cataloghino il mondo, diano conto delle relazioni tra le cose” è già un grande merito. Ed è questo che fa un buon libro. C’è un dialogo nel racconto di Sciascia “una storia semplice” che è fulminante a questo riguardo. Un magistrato borioso sta interrogando un testimone che è, casualmente, il suo vecchio professore di lettere. Fingendo di scherzare, gli rimprovera di avergli sempre dato voti bassi “Ma, come vede, non è stato poi un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica”. E il professore gli risponde: “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”.

Claudio Un’altra cosa mi ha colpito in “Carne della mia carne”: il tuo giocare (un giocare serio) con le attese del lettore. In un certo senso lo depisti, fingendo di trattare un argomento lo porti su altri temi; soprattutto, eviti di impelagarti nelle convenzioni di genere, e scrivi un romanzo che non è catalogabile (mi rendo conto che noto nel tuo romanzo ciò che sento già come un mio modo di procedere: ma appunto, stiamo parlando di sintonie, no?). Quanto è importante per te sorprendere il lettore? Con sorpresa potremmo anche intendere quel senso (salutare!) di frustrazione o di smarrimento che può cogliere il lettore che vede deluse certe sue aspettative e si vede costretto a reimpostarsi, si sente messo alla prova, si sente insomma sfidato.

Paola La definizione di “non catalogabile” mi piace. Forse è spiazzante per i lettori. Infatti, quando dico che scrivo romanzi, le persone mi chiedono immediatamente: “Di che genere?”. E il fatto che io non lo sappia dire le lascia sempre un po’ perplesse. Forse, prendo a prestito alcuni generi e li rimodello a modo mio. Ho fatto così anche con la fantascienza. Per carattere, non amo essere “etichettabile”, di conseguenza anche i miei romanzi... oltretutto, sono diversi l’uno dall’altro. Per quanto riguarda il sorprendere... posso dire che non costruisco storie con l’imperativo dei colpi di scena (in alcuni miei romanzi non succede, apparentemente, nulla), ma mi piace stuzzicare il senso di attesa nel lettore (un grande maestro era Balzac, seminava piccole esche nelle pagine...). Attesa che può riguardare la soluzione di una vicenda, di una tensione erotica... E, anche in un romanzo che non sia un noir vero e proprio, mantengo sempre quel velo di mistero attorno ad un personaggio e lascio che si dissolva pian piano. Ma anche alla fine non spiego tutto, ci sono interrogativi che restano in sospeso, perché non ci sono risposte preconfezionate. È la consapevolezza della complessità della realtà che mi spinge a questo. Ed è anche una forma di rispetto per l’autonomia del lettore.

Sintonie: Paola Baratto, 1

Presento con molto piacere la prima parte di una conversazione che ho avuto con Paola Baratto, autrice tra l'altro di "Solo pioggia e jazz" e il già citato e lodato "Carne della mia carne", entrambi pubblicati da Manni.

Claudio Che cos'è per te la scrittura?

Paola Domanda semplice... e difficile (e che si porta dietro anche un'altra domanda delle domande: perché si scrive? Ma a questa, mi rendo conto, rispondo di volta in volta in maniera diversa, sicuramente perché non c'è un motivo unico e assoluto).
Scrivere, per me, è un modo di guardare la realtà, di ripensarla, di misurare il Tempo. La scrittura, quindi, è prima di tutto un certo sguardo sui fatti, sulle persone, sulle cose. È anche un modo per rivivere alcuni episodi, per riandare con la mente a temi scottanti o a momenti dolorosi, ma in maniera protetta... Le parole, le immagini scelte con cura sublimano l'emozione, il dolore, l'angoscia... Attraverso la parola e l'immagine posso tornare a riconsiderare, o addirittura a "contemplare" certi pensieri o ricordi senza sofferenza, e raccontarle ad altri.
E poi c'è il ritmo. Lo stile, in fondo, è quello. La pagina registra il respiro dell'autore. E il Tempo che ricreo nei romanzi presuppone un certo amore per la lentezza. Non utilizzo periodi lunghi, anzi, amo le frasi brevi. Ma dedico molta attenzione alle sfumature, al dettaglio, all'ambiente, prima ancora che ai caratteri dei personaggi e tutto questo implica un ritmo più rilassato di quello a cui ci costringe la vita. Solo attraverso il ritmo lento di questo modo di scrivere, riesco a riguardare il vissuto e a comprendere meglio quel che al momento sembrava privo d'importanza, a ridare dignità e significato ad alcune ombre che hanno una certa persistenza nella mia memoria.

Claudio Quanto ti costa ottenere una scrittura così limpida e insieme ricca?

Paola Lo stile fluido, la frase semplice e limpida sono spesso il risultato di un lavoro lungo. Per quanto mi riguarda, difficilmente una frase ben scritta è spontanea. Magari sembra immediata, ma non lo è. Due sono stati i momenti fondamentali nel mio percorso di scrittura: uno è stato, appunto, il momento in cui ho compreso che la scrittura è sguardo, e che quindi si è scrittori sempre. E il secondo è stato quando ho capito che la scrittura è soprattutto rigore. Per cui, negli anni, ho dovuto arrendermi all'idea di scrivere e riscrivere. Ho imparato col tempo ad essere più spietata, a non affezionarmi troppo alle frasi, a tagliare anche quando un'immagine mi piace... Infatti, procedo per sottrazione. Scrivo e poi sgrezzo, cesello, alleggerisco. Ma, detto così, può sembrare un lavoro certosino, fine a se stesso o pesante. In realtà è molto piacevole. Non mi pesa trascorrere del tempo a scegliere la parola giusta (per significato e soprattutto per suono, per colore...), cercare di rendere il periodo lieve e allo stesso tempo evocativo. Senza dubbio, allunga i tempi della stesura, ma è così che amo farlo. E non per masochismo. Mi rendo che, forse, sarebbe più d'effetto se dicessi che questo comporta una dolorosa macerazione interiore... Ma a parte gli scherzi, quel che molte volte gli scrittori trascurano di dire è che l'atto dello scrivere, in sé, regala momenti di estrema piacevolezza.

Claudio Il piacere, o la piacevolezza, di cui parli la sento anch’io, soprattutto nella prima fase, quella della stesura, della scoperta delle mille possibilità espressive che ci si aprono dinanzi; continuo a provarla nel momento cruciale della limatura, laddove, sia pure attraverso uno sforzo talvolta faticoso, si ha ancora la sensazione di dominare la materia, di far suonare le parole e le frasi esattamente come vorremmo, o di scoprire altri suoni, che non ci aspettavamo ma che ci persuadono subito e che facciamo nostri. Mettere ordine nel caos del mondo attraverso la scrittura: trovare connessioni logiche che organizzino, ordinino, cataloghino il mondo, diano conto delle relazioni tra le cose: è questa l’operazione di cui mi sento cosciente nel momento in cui riscrivo, cesello, sposto, lavoro di sintassi. In questo, cioè nell’effetto, procediamo su strade un po’ diverse. Tu ricerchi e ottieni una semplicità sintattica cristallina, e una dosatissima pertinenza lessicale (la prima lascia che la seconda emerga con forza); io spingo sulla paratassi, sulle contorsioni sintattiche.
Ma quel piacere di cui parlavamo diventa sofferenza, al momento finale della resa dei conti (le bozze, per essere espliciti). E nel momento in cui provo a immaginare come ciò che ho scritto possa suonare agli altri, ecco che subentrano mille dubbi, e le mie certezze grammaticali vanno a quel paese, tutte.

mercoledì 6 gennaio 2010

Sempre a proposito di "Carne della mia carne" di Paola Baratto

Mi ha scritto Paola Baratto, a proposito delle mie osservazioni sul suo bel romanzo:
"Il tema era davvero arduo per me. L'idea m'era venuta tempo prima, ma faticavo ad affrontarla. Solo successivamente ho pensato di unire le due storie, il capitalista che vuol farsi mangiare e il tema del precariato. Non sono portata al grand-guignol, non è nelle mie corde. E quando ho immaginato quella soluzione ho capito che sarebbe stata quella giusta. Oltretutto, ritenevo che non vedere quel che succede ma sentire i "profumi" che arrivano dalla cucina sapendo di cosa si tratta sarebbe stato altrettanto agghiacciante. Soprattuto se il testimone fosse stato l'unico innocente. Sono contenta che ti abbia persuaso.
Ma l'arma con cui sono riuscita ad affrontare il soggetto (concordo che fosse troppo esplicito sulla quarta, e anche nelle recensioni, poi era stato inevitabilmente raccontato...) è stata l'ironia. E le difficoltà e ritrosie che avevo prima di iniziare a scrivere sono sparite. Tanto che durante le presentazioni mi permettevo perfino di scherzare sul tema e faticavo ormai a comprendere la repulsioni altrui (in diversi hanno voluto rassicurazioni sul fatto che non ci fossero scene truculente). Un esempio di quest'atteggiamento ironico sono anche i nomi dei personaggi, tutti presi da vini e vitigni".
E infine, a proposito dell'osservazione sul "distacco", ha confermato:
"Lo strumento dell'ironia mi è servito a trattare il tema. Ma il distacco è anche parte essenziale della personalità di Malbec. Ed è anche un tratto del mio modo di affrontare la scrittura".
Torneremo assieme, lo spero, sul grande tema della scrittura. Per ora ringrazio Paola per queste osservazioni, che consentono di mettere bene a fuoco aspetti importanti del suo romanzo "Carne della mia carne" (Manni, 2007).

Letture: "Carne della mia carne", di Paola Baratto


A Paola Baratto piacciono una scrittura esatta, tagliente, e le storie cucinate con lentezza: in “Carne della mia carne” (Manni, 2007), ad esempio, si mescolano senza fretta le vicende della famiglia Almonte e quelle di tre giovani (i cognomi: Brume, Labrusca, Schiava) e un uomo, Pietro Malbec, i quali vivono nello stesso alloggio e mettono insieme un’impresa di catering.
Paola Baratto studia il mondo con occhi attenti, dà un nome preciso alle cose – come Angelica Brume, come Malbec: i suoi personaggi in questo sono come lei. Li lascia conversare, anche a vanvera a volte, ma ogni frase, anche la più casuale, allude a qualcosa, si carica di sensi, di sottintesi, cerca un tono per trovare un effetto, ne trova spesso uno imprevisto. Paola lascia vagare i suoi personaggi negli ambienti, e misura gli spazi attraverso i loro occhi complici.
Sono personaggi che applicano spesso la formula dell’ironia, un’ironia leggera, assorta, e che osservano (e si osservano nei loro rapporti) con un distacco di cui sono consapevoli, e anche questo distacco è osservato con distacco.
Paola Baratto li osserva soprattutto mangiare (gli Almonte) e cucinare (gli altri). Ogni morso è un indizio di carattere, un sintomo di interiorità. In particolare, l’attenzione dell’autrice (e di Malbec, uno dei suoi punti di osservazione privilegiati nel micromondo dei giovani che sono suoi coinquilini) va alle carni d’animale – preludio ad altre carni, come si intuisce quando Malbec, di fronte alle perplessità di Brume a lavorare di coltello su un coniglio, dice “Se lo cuciniamo bene, sarà come dargli degna sepoltura”, una frase che sentiremo ripetere. Con un po’ di ritegno rivelo uno sviluppo che condiziona profondamente tutta la seconda parte del romanzo, e costringe a rileggere sotto un’altra luce anche la prima parte: il vecchio Almonte, il magnate amante dei viaggi e curioso di etnologia, il cui cognome, moltiplicato da enormi insegne, imperversa nel paesaggio urbano, chiederà a Malbec e soci di cucinare le sue carni per il suo banchetto funebre. Se ne parlo è perché “Carne della mia carne” non è un thriller o un horror alla Harris, tanto meno un residuo di letteratura “cannibale” (ricordate?), e non gioca e non vuole giocare con i meccanismi della sorpresa: e non pratica i facili effetti del macabro, del raccapriccio, perché in realtà affronta aspetti più profondi dell’animo umano. Cucinare per un banchetto antropofago diventa per i giovani protagonisti un mettersi alla prova che li cambierà, che sigillerà una stagione lunga e intricata (penosa a volte, talora esaltante) di precarietà emotiva (e di precariato). Giunta al punto cruciale della preparazione del banchetto, che aspettiamo da un po’ con un filo di ansia, Baratto si ritrae, preferisce l’ellissi, la reticenza, si concentra sui pensieri, sul prima e sul dopo. E questo, invece di deluderci, ci consola, perché è la prova che questo apologo amaro e intenso, che si tiene alla larga dal grottesco come si è tenuto alla larga dal macabro, e si tinge così spesso di elegiaco, non racconta un caso bizzarro di cronaca, ma parla di noi.