sabato 22 dicembre 2012

Il nuovo "Zibaldoni e altre meraviglie"

"Da una provincia di confine" si intitola la rubrica che tengo (da ieri) sul nuovo "Zibaldoni e altre meraviglie", la bella rivista letteraria online diretta da Enrico De Vivo (http://www.zibaldoni.it). Il titolo è fin troppo chiaro: "da quassù" (era un altro possibile titolo), cioè da un'ottica periferica, se non marginale, proverò a osservare le cose e a ragionare sulla condizione (in senso soprattutto culturale) della provincialità, che ritengo di conoscere piuttosto bene, dal momento che mi ci trovo impantanato da una vita.
Il mio primo, piccolo contributo al nuovo elegante "Zibaldoni" si può leggere qui, http://www.zibaldoni.it/2012/12/22/provincia-di-confine/, e comincia così: 

Scusate, non voglio buttarmi a parlare per forza anch’io di provincia. Molti l’hanno già fatto, e bene, molti ancora lo stanno facendo. I territori bituminosi delle province di pianura e di montagna alimentano felicemente la letteratura italiana, e tanti hanno già riflettuto assai meglio di me su questo rapporto fecondo tra invenzione letteraria e geografie della provincia. Lo ha vissuto sulla propria pelle, per esempio, l’emiliano Silvio D’Arzo, o Ezio Comparoni (per tacere degli altri alias). In lui la provincialità era così profondamente radicata da spingerlo appunto a utilizzare diversi pseudonimi pur di non essere riconosciuto. Rintraccia le linee essenziali di questa liaison conflittuale l’introduzione di Ivan Tassi alle tre versioni del racconto “Casa d’altri” pubblicate con rigore filologico da Diabasis nel 2010. Nelle sue lettere all’editore Vallecchi, D’Arzo ha creato, attraverso finzioni biografiche, falsi dati anagrafici enom de plume, una ragnatela protettiva dalla notorietà di provincia, che gli suonava come una peste da cui difendersi negando, negando sempre di essere lui. Va bene, i suoi scrupoli erano effetto di un’evidente angoscia depressiva, coltivata nella solitudine di un pudore estremo che rifiutava veri rapporti umani. Ma la provincia che D’Arzo o Comparoni temeva, quella fatta di edicolanti e tabaccaie, parenti stretti e lontani, vicini di casa, amiche della madre, frequentatori di parrocchia, redattori di rivistine e via così, non era frutto delle sue nevrosi: è reale, ancor oggi, gode di invidiabile salute, esercita un perenne giudizio sulle cose del mondo che pure non sa mettere a fuoco e capire fino in fondo, e, concedendo allo scrittore del luogo (qui cito D’Arzo stesso) una fama da “campione ciclista cittadino” o da “tenore”, lo immiserisce, lo umilia, proprio perché non lo comprende. Meglio, ripeteva D’Arzo, l’anonimato continuamente verificato e messo a punto, meglio aggirarsi come un’ombra sconosciuta nelle vie troppo familiari.
La provincia (italiana, ma non solo) è vasta, multiforme, onnicomprensiva. Quello che vorrei tracciare in questa rubrica, se mi riesce, è invece un territorio più modesto e appartato, e assai meno conosciuto: è quella provincia di confine che, per effetto di Alpi o altri impedimenti geomorfologici, si trova circoscritta, rannicchiata su se stessa, lontano dalle grandi inquietudini della provincia di pianura. Ne so qualcosa perché ci vivo – soffrendo un po’, e allungando gli occhi, quando mi riesce, al di là del profilo dei monti.

Nessun commento: