domenica 16 dicembre 2012

Letture: "Mariti alla brace", di Betty Mindlin


Leggo “Mariti alla brace – Miti erotici dell’Amazonia”, la raccolta di racconti orali indigeni ad opera di Betty Mindlin, che La Linea ha pubblicato quest’anno nella collana “Il secondo libro” nella eccellente traduzione di Angela Masotti e con il corredo di una brillante Introduzione di Maurizio Gnerre. Il libro è entusiasmante per diversi motivi, che proverò a dire.
I racconti orali delle popolazioni amazzoniche coinvolte rivelano un immaginario straordinariamente vivido e libero; il fantastico è ovunque, interseca le vite degli uomini e delle donne dei villaggi e le vite degli animali e dei vegetali della foresta, intreccia il mondo sensibile e quello notturno e spiritico, la routine del villaggio e i sentieri dei sogni. Mai visti spiriti e demoni così concreti, animali e piante così umani. C’è un oscillare continuo tra i diversi regni, tra le diverse realtà, un continuo metamorfosarsi, un osservarsi e attrarsi e concupirsi e sedursi tra creature appartenenti a nature diverse – e per noi, solo per noi, incompatibili. C’è anche diffidenza, certo, pure ostilità, spesso espressa in forme di ferocia incontenibile – e c’è sempre il rischio dell’inganno, del tranello, dell’imboscata. Ma il travaso tra mondo umano e mondo della natura e mondo degli spiriti è continuo, inarrestabile, forsennato, spensierato anche, nel senso che pare vissuto, almeno nelle prime fasi, con la più grande naturalezza e spontaneità.
Tutto questo divagare dei narratori orali, che rimescolano i miti della collettività con personali falli di memoria e guizzi di improvvisazione, riceve, al momento della trascrizione, e poi della messa a punto, della rifinitura, della rielaborazione delle diverse fonti (tutte opportunamente, rigorosamente citate), una pulitura che dà un effetto sorprendente e forse imprevisto. Chissà come erano disordinati, arruffati, bislacchi, centrifughi questi racconti, al momento in cui uscivano dalle bocche degli anziani narratori; la buona educazione della lingua scritta lavora invece sulle connessioni, ricerca un senso, una direzione, un sistema di relazioni, almeno fin dove può, e dal contrasto tra la materia bruta e intricata che immagino all’origine della ricerca e la sintesi operata dalla scrittura nasce un suono nuovo, un contrasto proficuo (lo stesso che senti risuonare nelle pagine dei grandi trascrittori di materiale folklorico europeo, a pensarci bene: ma qui, in “Mariti alla brace”, la lontananza geografica fa percepire il tutto con maggiore forza).

L’erotismo e il desiderio sembrano dominare molti racconti: è una sessualità panica, che pervade come dicevo tutta la realtà, e spinge a inseguire amanti o a ricercare il piacere là dove i tabù sociali lo vieterebbero. In realtà (lo mette bene in luce la Mindlin nel saggio in cui tira le somme finali) quasi tutti i racconti presentano allegre manifestazioni di sessualità che però, in un modo o nell’altro, e spesso anche ferocemente, vengono represse o ricondotte alle leggi non scritte di una comunità piuttosto repressiva, di certo sessista. Donne e uomini se la spassano nei modi più singolari per quasi tutto il racconto, concentrati nell’ottenimento del loro piacere, dimentichi del loro ruolo e della rete di legami e obblighi familiari e sociali, persi in una ricerca quasi onirica di una loro realizzazione attraverso il piacere: ma ecco che nelle ultime righe arriva la mazzata, vengono scoperti, sbugiardati, oltraggiati, mutilati, uccisi, nella migliore delle ipotesi solo derisi – e qui va detto che le sorti peggiori, le punizioni più severe e feroci toccano alle donne.
Il linguaggio orale asseconda questa libertà di movimento dei personaggi – dei loro corpi, anzi delle parti dei loro corpi, le quali spesso sono dotate di un’autonomia totale, si staccano dal resto, assumono iniziative proprie, si trasformano in altro, si ingrandiscono o rimpiccioliscono o deperiscono indipendentemente dal resto dell’organismo – dicevo che il linguaggio orale, le lingue nascoste e a perenne rischio di estinzione delle popolazioni dell’Amazzonia, assecondano questa libertà di movimento dei personaggi nel mondo vibrante e ambiguo della sessualità panica, e sanno essere esplicite, evitano le perifrasi, chiamano gli organi sessuali per quel che sono, entrano nei dettagli fisiologici anzi. Del corpo non hanno quella diffidenza impaurita che l’Occidente ha soprapposto all’immaginario greco-romano – semmai, qualche problema a questo proposito sembrano averlo i narratori che usano il portoghese, meno libero, più vincolato a etichette e a censure linguistiche.
Ho amato quest’antologia di miti vividi, divertenti e feroci, in cui metamorfosi biologiche imprevedibili avvengono quasi ad ogni riga. È il tipo di fonte presso cui ogni scrittore dovrebbe dissetarsi, per ritrovare il gusto della sorpresa e la schiettezza dell’espressione.

Nessun commento: