venerdì 28 dicembre 2012

L'articolo integrale di Giuseppe Giglio su "La Sicilia"


Riporto integralmente l'eccellente articolo di Giuseppe Giglio apparsa sul quotidiano "la Sicilia" del 9 dicembre.

«Quando si dice pensare, s’intende pensare alla morte. E a che altro pensare?». Mi vengono in mente queste parole di Alberto Savinio, dopo aver letto A gran giornate (La Linea, 2012), l’ultimo romanzo dello scrittore aostano Claudio Morandini. Un libro provocatorio, scritto da un illusionista che gioca a nascondere. Un libro che racconta la vita attraverso il pensiero della morte. Svolgendolo, il racconto, in una picaresca fenomenologia del male. Non il male spettacolare, quello di tanti noir, ma un male grigio, familiare, inafferrabile, strisciante nel quotidiano.
L’io narrante – come un moderno (e più inquieto) Lazarillo de Tormes – attraversa ancora una volta la lunga galleria novecentesca degli inetti: piccoli uomini del sottosuolo, disperatamente comici, divorati da un’angoscia sottile, e come prigionieri in una «voraginosa sospensione». E destano subito curiosità, i personaggi di quest’allucinato teatro dell’assurdo, che ad un certo punto si ritrovano tutti insieme, in un viaggio senza meta, su uno sgangherato furgone: da Onorato Casamagna, che convive con una bambola che ha imparato a gonfiarsi da sola, a Tullio Semenzani, ex carcerato, truffatore e seduttore di ricche vecchine; per non dire del sacrestano Nathan, ossessionato dal naturismo, che finisce per perdersi nudo nei boschi; o di Franchino Spaventa, che - per attirare su di sé l’interesse delle donne - arriva addirittura a farsi biforcare la lingua; su tutti sembra ridere un vecchio comico di varietà: Marius Duprez, mentre il rissoso Ollssen suona disperatamente il piano per non soccombere sotto apocalittici e misteriosi mostri che lo braccano.
Un repertorio manicomiale, uno specchio deformante. Con una bambola gonfiabile che tanto ricorda quella de La moglie di Gogol, uno dei racconti migliori di Tommaso Landolfi (che del Gogol grande scrittore fu anche infaticabile traduttore). E non a caso, visto che Landolfi (soprattutto quello che amava definirsi un «pagliaccio verbigerante») sembra sostanziare la filigrana di questo romanzo sull’inadeguatezza, sull’insufficienza di tanta vita: dalla quale la morte è bandita, rimossa, come fosse un corpo estraneo. E Morandini lo ricorda, ai suoi lettori, con questa saporosa parodia: dove la vita vera, quella che val la pena di vivere, prende forma proprio attraverso la non vita di questi squinternati teatranti dell’esistere. «La vita fugge, et non s’arresta una hora,/et la morte vien dietro a gran giornate», recita un sonetto petrarchesco. E porgendo l’orecchio all’io narrante di A gran giornate, sembra di ritrovarne l’eco, come filtrata attraverso un pensiero del landolfiano astronauta di Cancroregina: «aspetto il coraggio di morire».

Giuseppe Giglio

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