giovedì 26 marzo 2015

Da Letteratitudine News: intervista a Maria Panetta (seconda parte)

Riprendo la seconda parte dell'intervista a Maria Panetta sulla nascita della rivista letteraria "Diacritica" (http://www.diacritica.it) già apparsa sul blog Letteratitudine News.

CLAUDIO MORANDINI - Nel primo numero di «Diacritica» ti occupi personalmente delle varianti de La Velia di Cicognani. L’approccio è squisitamente filologico, l’intenzione (condivisibilissima) è apertamente quella di fare riscoprire la complessità e la ricchezza linguistica di un autore ormai messo da parte. Qual è, secondo te, il destino della ricerca filologica oggi? Quanto è cambiata in questi ultimi anni? Qualcosa ne sta minando le basi?

MARIA PANETTA - Come ti dicevo, secondo me la Filologia è ancora utilissima, specie nell’epoca odierna, dominata dal pressappochismo e dalla tendenza a banalizzare spesso i contenuti, magari senza semplificarli realmente, rendendoli davvero accessibili. È una disciplina che insegna il rigore, appunto, e una tensione verso la massima approssimazione possibile alla Verità, intesa come il testo più vicino alla volontà autoriale. Insegna, inoltre, il rispetto per gli altri: personalmente, ho avuto due punti di riferimento in quest’ambito. Oltre alle indimenticabili lezioni del mio Maestro Mario Scotti, dotto filologo e insieme critico raffinatissimo, l’ultimo anno dei miei studi universitari seguii il corso di Filologia italiana di Giorgio Inglese. Uno dei suoi insegnamenti che meglio ricordo ha guidato le mie scelte sia nella realizzazione dell’edizione critica del Carteggio tra Croce e Papini, sia in quella della Velia: il criterio di rendere sempre possibile al lettore la ricostruzione del ragionamento attraverso il quale il filologo arriva a definire un testo e a proporlo al pubblico. Lo trovo un insegnamento di grande valore etico; implica una considerazione (che condivido) di sé come “operaio della conoscenza” (come si definivano certi collaboratori della «Critica» di Croce), al servizio del progresso della stessa e, dunque, ben lieto di contribuire anche al proprio “superamento”, in vista di un avvicinamento ulteriore alla Perfezione (che resta, comunque, una chimera).
Per rispondere anche alla seconda parte della tua domanda, di certo oggi la Filologia è, da un lato, molto aiutata dalla tecnologia; dall’altro, ostacolata. Se pensiamo, per esempio, al fatto che ormai le varianti dei testi contemporanei vengono registrate spesso solo su supporti digitali (e non su carta) e se ne perdono sovente le tracce, capiamo che soprattutto la cosiddetta (ironicamente) “critica degli scartafacci” viene ostacolata, e non certo coadiuvata, dall’uso del computer. Molti materiali che su carta (o pergamena) sono rimasti a disposizione dei filologi per secoli adesso, infatti, si perdono nelle memorie dei computer, se conservati solo su tali supporti. Giorni fa, leggevo un intervento di Vinton Cerf, vicepresidente di Google, che mi ha molto colpito: uno struggente invito a stampare le foto più significative e importanti, per non perderle per sempre nel buco nero dell’informazione digitale…

CLAUDIO MORANDINI - Qual è insomma il rapporto della filologia con la Rete?

MARIA PANETTA - A mio parere, comunque la Filologia può sfruttare molto le risorse dell’online: la nostra intenzione, ad esempio, è proprio quella di divulgare e rendere accessibili a studiosi e lettori di ogni parte del mondo, in edizione critica, testi inediti di valore estetico o documentario che non sono mai stati studiati, se non da qualche specialista, nel migliore dei casi. Caricati sul nostro sito (www.diacritica.it), in un “clic” certi documenti sinora sconosciuti arriveranno fino ai confini del nostro mondo e saranno consultabili con estrema facilità e agio da chiunque, ovunque. Con conseguenze sull’ampliamento delle nostre conoscenze attuali neanche immaginabili.

CLAUDIO MORANDINI - Trovo molto interessante anche l'attenzione per il mondo editoriale, condotta con il rigore del metodo storico-scientifico. In effetti di editoria si parla spesso e ovunque, ma troppo sovente si rimane a un approccio, come dire, da gossip…

MARIA PANETTA - Come ti dicevo, sono un’italianista prima che una storica dell’editoria; questo approccio (che ritrovo, ad esempio, nei volumi di Alberto Cadioli) si differenzia sia da quello più leggero cui fai cenno, sia da quello di tipo biblioteconomico o archivistico, sia in parte dall’approccio sociologico puro. L’idea è quella di ricondurre la storia delle edizioni di libri a quella culturale in senso lato, sottolineando il contributo che gli intellettuali hanno dato in qualità di mediatori editoriali, ma ognuno in relazione alle proprie idiosincrasie, alla propria poetica, al proprio concetto di letteratura, alla propria volontà di incidere sulla società. Personalmente, sono anche molto interessata ai diversi linguaggi e, dunque, alle trasposizioni delle opere letterarie in sceneggiature di film, testi teatrali etc. L’approccio storico, comunque, resta fondamentale anche nello studio della nascita delle diverse collane editoriali, latrici ognuna di un più o meno palese e consapevole progetto culturale.

CLAUDIO MORANDINI - Come intendete muovervi per i prossimi numeri di «Diacritica»? Ho notato che sono previste uscite per il 25 aprile e il 25 giugno (date non casuali, “parlanti” per così dire)…

MARIA PANETTA - Sì, lascio a te ricostruirne il motivo, ma anche la scelta di uscire il 25 febbraio non è casuale (ed è stata fortemente voluta dalla sottoscritta!)… Abbiamo in mente dei numeri parzialmente tematici (specie nella sezione di critica letteraria) su questioni e anniversari rilevanti (quest’anno ne è particolarmente ricco!). Per il resto, ci saranno sempre saggi, edizioni e articoli miei e di Matteo Quintiliani e, poi, valuteremo le proposte che ci arrivano.
Penso, però, in linea di massima, di adottare il criterio del doppio referee solo per giovani studiosi che non conosciamo bene o per tematiche nelle quali non siamo esperti, visto che ritengo che quello in vigore oggi nella prassi delle riviste scientifiche sia un “eccesso di valutazione” (altra cosa è, invece, la valutazione quantitativa e qualitativa della produzione scientifica degli strutturati, che percepiscono stipendio, ovviamente). Mi spiego meglio: uno studioso che insegna da anni presso vari atenei, ha già prodotto libri o edizioni pregevoli, magari ha superato un concorso nazionale ottenendo l’Abilitazione Scientifica, dovrà essere sottoposto a valutazione per l’eternità? Non so quanto sia giusto... Se lo stimo, leggerò il suo articolo e lo accetterò, magari dopo avergli mosso qualche obiezione amichevole o avergli chiesto delucidazioni su passaggi che non mi sono chiari, ma resto dell’opinione che la firma di un articolo comporti un’assunzione di responsabilità. Casomai, si potrà ribattere in seguito alle idee altrui, discutendo civilmente come si era usi fare, ad esempio, al tempo delle dottissime recensioni degli studiosi della Scuola storica.
Capisco che in un momento di crisi economica la valutazione assolva anche all’utilità pratica di ridimensionare il numero di coloro che ambiscono a entrare in Accademia (o nella scuola, secondo le ultime proposte di riforma…), ma trovo ingiusto che essa debba essere perenne: anche perché a volte si possono presentare dei casi paradossali in cui studiosi stimati e accreditati ma non strutturati debbano essere valutati, magari, dal ricercatore appena entrato, con un libro, per una congiuntura favorevole...

CLAUDIO MORANDINI - Un’ultima domanda: leggo che intendete retribuire ogni articolo che pubblicherete.

MARIA PANETTA - Sì: per ora la cifra è simbolica, ma speriamo di far crescere il progetto. Qualcuno, però, ha già commentato che si tratta di una novità “rivoluzionaria”, perché le riviste del nostro settore non usano retribuire gli studiosi che vi collaborano occasionalmente. Ed ecco il secondo paradosso: può pubblicare su una rivista scientifica solo uno specialista altamente qualificato ‒ sempre dopo aver superato il “fuoco incrociato” dei vari revisori (s’intende) ‒, ma tale professionalità non comune non viene, in seguito, riconosciuta che in maniera formale. Pare che un esperto di letteratura debba per anni alimentarsi d’aria, accontentandosi solo del titolo che ogni pubblicazione costituisce per i concorsi; però, certe riviste vengono acquistate tramite abbonamento o finanziate con fondi pubblici o privati…
Per ora, il nostro intento è quello di permettere a chi scrive per noi di poter almeno ottenere il tesserino da pubblicista. In seguito, speriamo, invece, di poter contribuire a ridare dignità al lavoro intellettuale, riconoscendogli, in un mondo come il nostro dominato dai poteri finanziari ed economici, un valore anche quantificabile in tal senso.


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