Lilian Auzas
VIAGGIO IN PATOLOGIA
L’EROE MALATO NELL’OPERA DI STÉPHANIE HOCHET
seconda parte
(Traduzione di Jean-François Lattarico)
Eros e Thanatos : superare la malattia
Ippocrate conclude il suo opuscolo Natura dell’uomo con queste parole:
Un
uomo accorto, pensando che per gli uomini la salute è il bene più prezioso,
deve, in caso di malattie, saper trovare aiuto nel proprio giudizio. [1]
In effetti, non si può scrivere una cosa più vera per quanto
riguarda la comprensione personale di una malattia. Nonostante i consigli
solleciti dei medici, tutte le cure indicate oppure le médicine più efficaci,
la malattia rimane la costruzione di una storia tra un uomo e quello che essa
è. Che ci sia guarigione o morte, non si potrebbe evocare la malattia senza
trattare della sua ricezione e della sua percezione da parte del malato che ne
soffre. Quindi, tocca ancora a lui (che lotterà contro) scegliere la sua
posizione nei suoi confronti. Come abbiamo visto, non appena la malattia viene scoperta,
identificata, e soprattutto nominata – nei nostri casi, si tratta di diverse
forme di cancro – il malato sceglie più opzioni : negarla o affrontarla.
Simon Black e il narratore di Sang
d’encre scelgono la prima opzione. Karl Vogel la seconda. Ma per
quest’ultimo, immaginiamo facilmente che la sua giovane età non gli dia altra
scelta: i medici e i suoi genitori lo hanno sistemato in ospedale.
La malattia ha qualcosa di misterioso perché suscita una
umiliazione narcisisitica: Perché proprio
me? Per questo, molti malati si sentono colpevoli. Altri ancora, ed è
il caso dei nostri tre eroi malati di Hochet, decidono di attingere in essa
qualcosa di virtuoso, anzi di virile.
Simon Black si persuade inconsapevolmente che il suo cancro migliori
la sua arte. Rinnega tutto ciò che aveva creato fino a quel momento. «Girerò tutti i miei dipinti contro il muro,
li avevo visti fin troppo. [2]»
E riparte da zero. Scopre in lui delle possibilità insospettate:
Dipingo
velocemente, con molti desideri. Le idee sbocciano come ninfee, forme e colori
nascono nell’estasi, godo della meraviglia infinita di un mattino di primavera.
L’arte
mente, il mentire-vero non è una scoperta di oggi. Questa giornata non è né un
mattino né una primavera ma la sua dolcezza mi porta verso deflagrazioni
pittoriche che non avevo mai sperimentato prima. [3]
Incontra Ecuador, una donna sublime quanto misteriosa, e
davanti alla sua bellezza ridiventa uomo – cioè sia uomo sia maschio. La donna
somiglia allora a una allegoria della malattia. Simon viene colpito da un
cancro alla gola nonostante una alimentazione sana, senza alcol né sigarette;
Ecuador fuma, beve e trascina il nostro eroe nel suo universo. Ecuador conquista
Simon Black proprio come fa una malattia. Lo aiuta anche a migliorare la
propria arte:
Per
qualche giorno, le immagini si scatenano, e io dipingo. Mi piaccio quando
riesco a «intervenire» sul soggetto. Controllarne i sentimenti è essenziale,
sono un cacciatore che fa la posta alla materia cruda. Da quando conosco
Ecuador, il mio istinto si è affinato. [4]
La malattia ridà a Simon Black un contorno corporeo che
aveva fino ad allora trascurato. E se si tratta di un uomo dal fisico qualunque,
il cancro gli conferisce comunque un prestigio sessuale[5].
C’è una simbiosi tra l’uomo e la donna, tra il malato e la malattia: Simon
Black è competitivo.
È anche il caso dell’eroe di Sang d’encre. La sua leucemia assume delle forme femminili: «È "L". La malattia che
comincia con la "L", inquinando il [s]uo sangue. [6]»
Sono, tra le altre, Sandrine, Jeanne, Marie. Ognuna ha uno statuto ben
definito. Esse incarnano in qualche modo le Parche della malattia. Sandrine è
quella con cui il narratore perde la sua verginità poiché è la prima a cui
mostra il suo tatuaggio. Non ha alcuna reazione e viene subito dimenticata.
Jeanne è quella che, si può dire, incarna la compagna di una vita. È anche con
lei che iniziano le difficoltà; vulnerant
omnes comincia a cancellarsi. Marie ha una doppia funzione: è insieme
salvatrice e distruttrice. Lavora al laboratorio di analisi ed è lei che le fa
un prelievo di sangue. La metafora sessuale è eloquente:
Marie
ritira l’ago. Lo toglie proprio prima di farmi svenire. Ed è quasi un peccato. [7]
Marie taglia il filo. Si ha quasi l’impressione che sia lei
ad inoculare la malattia. È comunque grazie a lei (o per causa sua) che la
malattia sarà diagnosticata – tramite il prelievo di sangue. Pertanto, l’io
narrante ritrova la sua virilità come Eros è sempre legato a Thanatos. Su
questo punto, Stéphanie Hochet non smentisce il classico accoppiamento; anzi,
la sua letteratura ne è nutrita. La scoperta della malattia è di per sé il
compendio della vita di un uomo come una serie d’istantanee che si è soliti
vedere prima di morire. Queste donne in un certo modo « leucemiche » sono in cute e si spandono nelle vene del
nostro eroe. La malattia penetra fisicamente il nostro narratore, e la polarità
dei sessi si trova rovesciata. Bisogna forse vedere un riferimento
all’omossessualità? Dopo tutto, il nostro protagonista non prova solo amicizia
nei confronti del suo amico tatuatore Dimitri…
Nel
mio sogno, Dimitri ha dei seni, Dimitri fa l’amore con Marie, quella che io
amo. In questa scena, l’ultima che uccide
non è Marie. È Dimitri. Dimitri, l’angelo diabolicamente uomo e donna. Donna. [8]
Dimitri è l’angelo sterminatore; fa paura quanto lo si
desidera. È lui l’artista che scolpisce la malattia sulla pelle del narratore.
Che riempie il derma con un inchiostro nero-azzurro. Il nostro eroe sembra
dunque provare un desiderio di scambio: vuole a sua volta penetrare Dimitri, e
perciò se lo rappresenta come donna. Rimandare così la malattia da dove viene
per sbarrazzarsene. L’atto sessuale come sfogo. Il pene come ago.
Il Karl Vogel di Je ne
connais pas ma force è ancora un ragazzo e non ha l’esperienza dei nostri
due eroi malati. Ciònonostante non è estraneo agli umori adolescenti tipici del
suo sesso. Quando vuole parlare a una ragazza della sua classe «alla quale voleva bene [9]»,
sviene nel bel mezzo della lezione – sintomo allarmante che permette di
diagnosticare un tumore al cervello. Non è proprio bravo a lezione di
educazione fisica e sportiva. Perciò egli si considera come un giovane maschio
emarginato : «Quando un ragazzo non
è sportivo, pensa che sarà appartato dalla vita eroica […]. [10]»
Allora Karl Vogel compensa con lo spirito, nutrendosi di fantasie. Desidera il
corpo di uomini ben fatti, come quelli atletici di Leni Riefenstahl.
L’ideologia di cui si serve per combattare la malattia raggiunge le sue
pulsioni più intime. La sessualità di Karl Vogel è intimamente legata al suo
cancro.
Karl Vogel è davanti a un dilemma. Lotta su un terreno che
non conosce ancora perfettamente: il proprio corpo. In effetti, essendo egli
ancora giovane, la malattia viene ad alterare tutto ciò che l’adolescenza è
solita dare a un giovane, nella fattispecie a un ragazzo. Prova dei desideri
quanto mai naturali. Ma il suo corpo in lotta contro la malattia non prende la
forma che avrebbe dovuto conoscere da uomo. «Non conoscerà l’ebbrezza che si prova a sentire il proprio corpo
palpitare e ribollire, non conoscerà il miracolo della metamorfosi. [11]»
È questo impedimento provocato dalla malattia a provocare l’ira di Karl Vogel,
questo non accesso alla propria virilità mentre si trova in un’età in cui un
ragazzo non ha altra scelta se non quella di diventare un uomo conforme ai
criteri socio-culturali. È per questa ragione che più volte maltratterà il suo
corpo, rifiutando di alimentarsi o di dormire. Per accertarsi della propria
forza, ucciderà il suo uccellino, un canarino che gli era stato regalato. In
tedesco Vogel significa uccello; l’immagine è eloquente: Karl
Vogel tenta di suicidarsi ma non ne ha né la forza né il coraggio né la
volontà. L’uccisione del canarino è contraria alla metafora romantica; simbolo
di libertà, l’uccello è sovente prigioniero di una gabbia. Da sempre, i ribelli
hanno voluto liberarlo, perfino nelle canzoni di oggi: «Ho solo bisogno di veder fluttuare gli uccelli. [12]»,
urla Nina Hagen in un lamento romantico-rock.
Karl Vogel è al di là di tutto ciò che lo circonda. La sua umanità è ostacolata
da una malattia che potrebbe essergli fatale. Non sa più se deve ringraziarla o
serbarle rancore. Tutto il suo corpo è così consacrato. È solo più la sua
malattia e non se stesso. Perciò risponde al male con il male.
Quando Karl Vogel aspira solo a diventare un superuomo,
desidera in realtà riconquistare il proprio corpo che gli diventa estraneo e che
non riconosce più come quello di un uomo in formazione. In un certo senso, il
cancro che lo corrode trasfigura l’adolescenza che subisce. Il suo tumore al
cervello viene così a firmare il suo corpo. Karl Vogel non ha scelta: non è più
un bambino.
La malattia come tematica ricorrente nell’opera di Stéphanie
Hochet conferma il postulato secondo il quale il corpo umano potrebbe diventare
apocalittico. D’altronde, se Simon Black ignora a tal punto il suo cancro della
gola, è anche perché il Governo annuncia che un grande evento avrà luogo il
primo giorno della primavera, il 21 marzo. Sarà la fine del mondo. La malattia
gli ricorda che morirà in ogni caso. È solo un modo tra i tanti di passare a
miglior vita. Se la morte è una fatalità, la malattia non potrebbe esserne una.
Quando viene represso, come nel caso di Simon Black, succede
che quel corpo venga maltrattato: si mutila le labbra allargandosi la bocca com
il rasoio. A furia di trattamenti intensi, il corpo di Karl Vogel si
sclerotizza e dimagrisce. Il cancro, per il suo carattere incurabile,
suggerisce allora l’idea di una estetica della morte e fa dei corpi maschi dei
nostri tre protagonisti una sorte di memento
mori letterario.
La prosa di Stéphanie Hochet pone la violenza in ciò che la
malattia ha di più concreto, e cioè la sofferenza. Spesso i suoi eroi sono
spossati dalla malattia o dal trattamento che viene loro prescritto. E se la
malattia ha ancora un aspetto tabù nella nostra società in quanto è più volte
assimilata a una debolezza fisica o piscologica, la romanziera fa luce su di
essa. Ben lungi dal mantenere la divisione tra gli esseri sani e quelli che
sono malati, essa fa di questi ultimi dei potenziali eroi romantici. La
patologia è dunque l’argomento di un esercizio letterario come un altro.
Attraverso la rappresentazione di un corpo malato, è semplicemente l’uomo nella
sua interezza che Stéphanie Hochet si sforza di capire. La malattia è percepita
come un catenaccio (un impedimento) che la sua penna tende a far saltare.
Lilian AUZAS, romanziere
Lione, febbraio 2015.
(Traduzione di Jean-François Lattarico)
[1]
Hippocrate, «Nature de l’homme», in L’Art de la médecine, Paris, Flammarion, 1999, p. 185.
[2]
Stéphanie Hochet, Les éphémérides, op. cit., p. 56.
[3]
Ibid., p. 131.
[4]
Ibid., p. 66.
[5]
«[Ecuador] aveva visto che ero tarchiato, malmesso, ma aveva ugualmente
amato il mio corpo, la lunga cicatrice sul fianco, ricordo di una rissa col
coltello con un modello una decina di anni fa, le mie gambe corte, le cosce
larghe, muscolose, il mio torso peloso, e l’orribile tatuaggio sulla spalla
[…]. Aveva accarezzato questo corpo con gentilezza e, credo, con emozione.
Un’emozione che ho intuito dal suo modo di prendere tempo, di interrompere un
bacio per guardarmi, e di godere a lungo prima di tremare. Tanto quanto godevo
e tremavo io.», ibid., p. 63.
[6]
Stéphanie Hochet, Sang d’encre, op. cit., p. 88.
[7]
Ibid., p. 44.
[8]
Ibid., p. 88.
[9]
Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma
force, op. cit., p. 13.
[10]
Ibid., p. 21.
[11]
Ibid.
[12]
«Ich brauch’ nur Vögel flattern sehn» (Nina Hagen,
« Naturträne », in Nina Hagen
Band, CBS Records, 1978).
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