mercoledì 18 marzo 2015

Un articolo di Lilian Auzas: "Viaggio in Patologia" (2)

Lilian Auzas
VIAGGIO IN PATOLOGIA
L’EROE MALATO NELL’OPERA DI STÉPHANIE HOCHET
seconda parte

(Traduzione di Jean-François Lattarico)


Eros e Thanatos : superare la malattia

Ippocrate conclude il suo opuscolo Natura dell’uomo con queste parole:

Un uomo accorto, pensando che per gli uomini la salute è il bene più prezioso, deve, in caso di malattie, saper trovare aiuto nel proprio giudizio. [1]

In effetti, non si può scrivere una cosa più vera per quanto riguarda la comprensione personale di una malattia. Nonostante i consigli solleciti dei medici, tutte le cure indicate oppure le médicine più efficaci, la malattia rimane la costruzione di una storia tra un uomo e quello che essa è. Che ci sia guarigione o morte, non si potrebbe evocare la malattia senza trattare della sua ricezione e della sua percezione da parte del malato che ne soffre. Quindi, tocca ancora a lui (che lotterà contro) scegliere la sua posizione nei suoi confronti. Come abbiamo visto, non appena la malattia viene scoperta, identificata, e soprattutto nominata – nei nostri casi, si tratta di diverse forme di cancro – il malato sceglie più opzioni : negarla o affrontarla. Simon Black e il narratore di Sang d’encre scelgono la prima opzione. Karl Vogel la seconda. Ma per quest’ultimo, immaginiamo facilmente che la sua giovane età non gli dia altra scelta: i medici e i suoi genitori lo hanno sistemato in ospedale.
La malattia ha qualcosa di misterioso perché suscita una umiliazione narcisisitica: Perché proprio me? Per questo, molti malati si sentono colpevoli. Altri ancora, ed è il caso dei nostri tre eroi malati di Hochet, decidono di attingere in essa qualcosa di virtuoso, anzi di virile.
Simon Black si persuade inconsapevolmente che il suo cancro migliori la sua arte. Rinnega tutto ciò che aveva creato fino a quel momento. «Girerò tutti i miei dipinti contro il muro, li avevo visti fin troppo. [2]» E riparte da zero. Scopre in lui delle possibilità insospettate:

Dipingo velocemente, con molti desideri. Le idee sbocciano come ninfee, forme e colori nascono nell’estasi, godo della meraviglia infinita di un mattino di primavera.
L’arte mente, il mentire-vero non è una scoperta di oggi. Questa giornata non è né un mattino né una primavera ma la sua dolcezza mi porta verso deflagrazioni pittoriche che non avevo mai sperimentato prima. [3]

Incontra Ecuador, una donna sublime quanto misteriosa, e davanti alla sua bellezza ridiventa uomo – cioè sia uomo sia maschio. La donna somiglia allora a una allegoria della malattia. Simon viene colpito da un cancro alla gola nonostante una alimentazione sana, senza alcol né sigarette; Ecuador fuma, beve e trascina il nostro eroe nel suo universo. Ecuador conquista Simon Black proprio come fa una malattia. Lo aiuta anche a migliorare la propria arte:

Per qualche giorno, le immagini si scatenano, e io dipingo. Mi piaccio quando riesco a «intervenire» sul soggetto. Controllarne i sentimenti è essenziale, sono un cacciatore che fa la posta alla materia cruda. Da quando conosco Ecuador, il mio istinto si è affinato. [4]

La malattia ridà a Simon Black un contorno corporeo che aveva fino ad allora trascurato. E se si tratta di un uomo dal fisico qualunque, il cancro gli conferisce comunque un prestigio sessuale[5]. C’è una simbiosi tra l’uomo e la donna, tra il malato e la malattia: Simon Black è competitivo.
È anche il caso dell’eroe di Sang d’encre. La sua leucemia assume delle forme femminili: «È "L". La malattia che comincia con la "L", inquinando il [s]uo sangue. [6]» Sono, tra le altre, Sandrine, Jeanne, Marie. Ognuna ha uno statuto ben definito. Esse incarnano in qualche modo le Parche della malattia. Sandrine è quella con cui il narratore perde la sua verginità poiché è la prima a cui mostra il suo tatuaggio. Non ha alcuna reazione e viene subito dimenticata. Jeanne è quella che, si può dire, incarna la compagna di una vita. È anche con lei che iniziano le difficoltà; vulnerant omnes comincia a cancellarsi. Marie ha una doppia funzione: è insieme salvatrice e distruttrice. Lavora al laboratorio di analisi ed è lei che le fa un prelievo di sangue. La metafora sessuale è eloquente:

            Marie ritira l’ago. Lo toglie proprio prima di farmi svenire. Ed è quasi un peccato. [7]

Marie taglia il filo. Si ha quasi l’impressione che sia lei ad inoculare la malattia. È comunque grazie a lei (o per causa sua) che la malattia sarà diagnosticata – tramite il prelievo di sangue. Pertanto, l’io narrante ritrova la sua virilità come Eros è sempre legato a Thanatos. Su questo punto, Stéphanie Hochet non smentisce il classico accoppiamento; anzi, la sua letteratura ne è nutrita. La scoperta della malattia è di per sé il compendio della vita di un uomo come una serie d’istantanee che si è soliti vedere prima di morire. Queste donne in un certo modo « leucemiche » sono in cute e si spandono nelle vene del nostro eroe. La malattia penetra fisicamente il nostro narratore, e la polarità dei sessi si trova rovesciata. Bisogna forse vedere un riferimento all’omossessualità? Dopo tutto, il nostro protagonista non prova solo amicizia nei confronti del suo amico tatuatore Dimitri…

Nel mio sogno, Dimitri ha dei seni, Dimitri fa l’amore con Marie, quella che io amo. In questa scena, l’ultima che uccide non è Marie. È Dimitri. Dimitri, l’angelo diabolicamente uomo e donna. Donna. [8]

Dimitri è l’angelo sterminatore; fa paura quanto lo si desidera. È lui l’artista che scolpisce la malattia sulla pelle del narratore. Che riempie il derma con un inchiostro nero-azzurro. Il nostro eroe sembra dunque provare un desiderio di scambio: vuole a sua volta penetrare Dimitri, e perciò se lo rappresenta come donna. Rimandare così la malattia da dove viene per sbarrazzarsene. L’atto sessuale come sfogo. Il pene come ago.
Il Karl Vogel di Je ne connais pas ma force è ancora un ragazzo e non ha l’esperienza dei nostri due eroi malati. Ciònonostante non è estraneo agli umori adolescenti tipici del suo sesso. Quando vuole parlare a una ragazza della sua classe «alla quale voleva bene [9]», sviene nel bel mezzo della lezione – sintomo allarmante che permette di diagnosticare un tumore al cervello. Non è proprio bravo a lezione di educazione fisica e sportiva. Perciò egli si considera come un giovane maschio emarginato : «Quando un ragazzo non è sportivo, pensa che sarà appartato dalla vita eroica […]. [10]» Allora Karl Vogel compensa con lo spirito, nutrendosi di fantasie. Desidera il corpo di uomini ben fatti, come quelli atletici di Leni Riefenstahl. L’ideologia di cui si serve per combattare la malattia raggiunge le sue pulsioni più intime. La sessualità di Karl Vogel è intimamente legata al suo cancro.
Karl Vogel è davanti a un dilemma. Lotta su un terreno che non conosce ancora perfettamente: il proprio corpo. In effetti, essendo egli ancora giovane, la malattia viene ad alterare tutto ciò che l’adolescenza è solita dare a un giovane, nella fattispecie a un ragazzo. Prova dei desideri quanto mai naturali. Ma il suo corpo in lotta contro la malattia non prende la forma che avrebbe dovuto conoscere da uomo. «Non conoscerà l’ebbrezza che si prova a sentire il proprio corpo palpitare e ribollire, non conoscerà il miracolo della metamorfosi. [11]» È questo impedimento provocato dalla malattia a provocare l’ira di Karl Vogel, questo non accesso alla propria virilità mentre si trova in un’età in cui un ragazzo non ha altra scelta se non quella di diventare un uomo conforme ai criteri socio-culturali. È per questa ragione che più volte maltratterà il suo corpo, rifiutando di alimentarsi o di dormire. Per accertarsi della propria forza, ucciderà il suo uccellino, un canarino che gli era stato regalato. In tedesco Vogel significa uccello; l’immagine è eloquente: Karl Vogel tenta di suicidarsi ma non ne ha né la forza né il coraggio né la volontà. L’uccisione del canarino è contraria alla metafora romantica; simbolo di libertà, l’uccello è sovente prigioniero di una gabbia. Da sempre, i ribelli hanno voluto liberarlo, perfino nelle canzoni di oggi: «Ho solo bisogno di veder fluttuare gli uccelli. [12]», urla Nina Hagen in un lamento romantico-rock. Karl Vogel è al di là di tutto ciò che lo circonda. La sua umanità è ostacolata da una malattia che potrebbe essergli fatale. Non sa più se deve ringraziarla o serbarle rancore. Tutto il suo corpo è così consacrato. È solo più la sua malattia e non se stesso. Perciò risponde al male con il male.
Quando Karl Vogel aspira solo a diventare un superuomo, desidera in realtà riconquistare il proprio corpo che gli diventa estraneo e che non riconosce più come quello di un uomo in formazione. In un certo senso, il cancro che lo corrode trasfigura l’adolescenza che subisce. Il suo tumore al cervello viene così a firmare il suo corpo. Karl Vogel non ha scelta: non è più un bambino.

La malattia come tematica ricorrente nell’opera di Stéphanie Hochet conferma il postulato secondo il quale il corpo umano potrebbe diventare apocalittico. D’altronde, se Simon Black ignora a tal punto il suo cancro della gola, è anche perché il Governo annuncia che un grande evento avrà luogo il primo giorno della primavera, il 21 marzo. Sarà la fine del mondo. La malattia gli ricorda che morirà in ogni caso. È solo un modo tra i tanti di passare a miglior vita. Se la morte è una fatalità, la malattia non potrebbe esserne una.
Quando viene represso, come nel caso di Simon Black, succede che quel corpo venga maltrattato: si mutila le labbra allargandosi la bocca com il rasoio. A furia di trattamenti intensi, il corpo di Karl Vogel si sclerotizza e dimagrisce. Il cancro, per il suo carattere incurabile, suggerisce allora l’idea di una estetica della morte e fa dei corpi maschi dei nostri tre protagonisti una sorte di memento mori letterario.
La prosa di Stéphanie Hochet pone la violenza in ciò che la malattia ha di più concreto, e cioè la sofferenza. Spesso i suoi eroi sono spossati dalla malattia o dal trattamento che viene loro prescritto. E se la malattia ha ancora un aspetto tabù nella nostra società in quanto è più volte assimilata a una debolezza fisica o piscologica, la romanziera fa luce su di essa. Ben lungi dal mantenere la divisione tra gli esseri sani e quelli che sono malati, essa fa di questi ultimi dei potenziali eroi romantici. La patologia è dunque l’argomento di un esercizio letterario come un altro. Attraverso la rappresentazione di un corpo malato, è semplicemente l’uomo nella sua interezza che Stéphanie Hochet si sforza di capire. La malattia è percepita come un catenaccio (un impedimento) che la sua penna tende a far saltare.

Lilian AUZAS, romanziere
Lione, febbraio 2015.
(Traduzione di Jean-François Lattarico)





[1] Hippocrate, «Nature de l’homme», in L’Art de la médecine, Paris, Flammarion, 1999, p. 185.
[2] Stéphanie Hochet, Les éphémérides, op. cit., p. 56.
[3] Ibid., p. 131.
[4] Ibid., p. 66.
[5] «[Ecuador] aveva visto che ero tarchiato, malmesso, ma aveva ugualmente amato il mio corpo, la lunga cicatrice sul fianco, ricordo di una rissa col coltello con un modello una decina di anni fa, le mie gambe corte, le cosce larghe, muscolose, il mio torso peloso, e l’orribile tatuaggio sulla spalla […]. Aveva accarezzato questo corpo con gentilezza e, credo, con emozione. Un’emozione che ho intuito dal suo modo di prendere tempo, di interrompere un bacio per guardarmi, e di godere a lungo prima di tremare. Tanto quanto godevo e tremavo io.», ibid., p. 63.
[6] Stéphanie Hochet, Sang d’encre, op. cit., p. 88.
[7] Ibid., p. 44.
[8] Ibid., p. 88.
[9] Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma force, op. cit., p. 13.
[10] Ibid., p. 21.
[11] Ibid.
[12] «Ich brauch’ nur Vögel flattern sehn» (Nina Hagen, « Naturträne », in Nina Hagen Band, CBS Records, 1978).

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