Pubblico la prima parte dell'articolo-saggio di Lilian Auzas già presentato nei giorni precedenti in questo blog. La traduzione in italiano è di Jean-François Lattarico. Domani toccherà alla seconda parte. Buona lettura.
Lilian Auzas
VIAGGIO IN PATOLOGIA
L’EROE MALATO
NELL’OPERA DI STÉPHANIE HOCHET
prima parte
(Traduzione di Jean-François Lattarico)
Ora si è operato un cambiamento
completo nel mio spirito ;
ora il mio coraggio se ne va quando
cammino
al chiarore del sole che sorge.
Henrik Ibsen, Paura della luce.
Nel marzo 2013, mentre Stéphanie Hochet pubblicava Sang d’encre [1],
concludevo il mio articolo per il blog delle Edizioni Léo Scheer affermando che
questo racconto era «una "sismografia" dell’animo umano [2]».
Volevo allora significare che la romanziera intendeva valutare quest’animo in
modo nel contempo solenne e rigoroso. Col senno di poi, mi son detto che avrei
potuto sostenerlo per ognuno dei suoi libri. Questa idea ha fatto strada, e
mentre decidevo di rileggere molti dei suoi romanzi durante l’ultimo inverno,
mi figuravo benissimo uno scanner; e ogni crepitio della carta quando voltavo
le pagine mi ricordava il rumore di una IRM o di elettroencefalogramma. Constatavo
nello stesso tempo che alcuni dei suoi protagonisti erano colpiti da gravi
malattie… Un cancro della gola per Simon Black [3],
un tumore al cervello per il giovane Karl Vogel [4],
una leucemia per il narratore di Sang
d’encre (benché non sia mai nominata esplicitamente). C’era secondo me
materia per una riflessione in merito.
Può essere la malattia per Stéphanie Hochet un mezzo per
guardare il mondo? E in questo modo scrutarlo, contemplarlo, commentarlo,
criticarlo come un medico affascinato dall’estetica di una radiografia sulla
quale avrebbe fatto luce per rivelare tutte le macchie scure. Nel creare degli eroi
malati, Stéphanie Hochet non cerca forse di cogliere in modo più scrupoloso la
società che la circonda? Nel suo romanzo epistolare Delphine, Madama de Staël scrive che « la presenza della morte […] f[a] luce
su quel che c’è di reale nella vita.[5] »
Ovviamente, il suo Léonce non è malato; invece, i personaggi di Stéphanie
Hochet, tramite gravi malattie, sono, essi, vicini alla morte. Avvicinarsi
all’orlo della fine potrebbe destare la coscienza? La romanziera sembra
compiacersi ad andare fino in fondo alle cose che scrive. E attraverso la punta
estrema della malattia, lei può trascendere la vita e cercare, con le sue
parole, di toccarla al meglio. La morte legata alla malattia non è mai fine a
se stessa nell’opera di Stéphanie Hochet. Non fa che aleggiare attraverso le
pagine al fine di proporre una analisi del reale. Non credo si possa affermare
che vi sia una contraddizione nell’espressione «eroe malato». Anzi: nella sua
opera, quest’affermazione è quanto mai legittima.
Apprendere la malattia : negare o accettare
Il primo contatto che abbiamo con la propria malattia è
quando il medico ce la diagnostica. Così, si è capaci di nominare ciò che ci fa
del male. Tuttavia, prima di questo, ci sono dei segnali che la malattia ci
invia: i sintomi. Possiamo allora decidere di preoccuparcene o di ignorarli.
Simon Black, l’artista pittore di Le Effemeridi, chiede un consulto all’inizio « per dei semplici dolori al collo e alle
orecchie [6] »,
ma non cade nella psicosi mentre aspetta di fare le analisi, benché i dubbi
sulla gravità della sua salute sembrino invece delle evidenze. I suoi esami
saranno solo una formalità. Simon Black è in vita al momento:
Ho
aspettato più di un mese prima di recarmi all’ospedale perché il lavoro non
dava tregua e l’idea della malattia non mi piaceva al punto che non volevo
sentirne parlare. Ho dovuto inserire il mio nome in una lista d’attesa di più
di due mesi. Ho continuato a vivere come se niente fosse. [7]
La malattia si manifesta; i sintomi ci sono. Germi patogeni sono
ben ancorati in lui. Tuttavia, fin quando la malattia non viene esplicitamente
nominata dal medico (attraverso una diagnosi), è più facile continuare a
vivere. Nonostante i dubbi, il malato preferisce ignorare la sua malattia, anzi
si compiace nel diniego. Dubitare è in un certo qual modo una maniera di
sdrammatizzare in quanto si tratta di minimizzare i sintomi, come se non
avessero nulla di allarmante. E, nel caso di Simon Black, è vero che non ci si
riflette più di tanto su una tosse, benché « [n]on erano dolori come quelli
causati da infiammazioni sul tipo dell’influenza, erano fitte sorde, mai avute
prima. [8] »
Ignorare la propria malattia significa avere un potere sul
proprio corpo, padroneggiare il corso della propria vita. D’altronde, a furia
di convinzione, la «sensazione […] alla fine si è calmata [9]»,
ci dice il personaggio di Stéphanie Hochet. Eppure il male c’è: è un cancro
della gola [10].
Il narratore di Sang
d’encre è molto più radicale. Si rifiuta addirittura di nominare la sua
malattia. Il suo sintomo è la febbre [11].
Questa diventa quasi permanente. Invece, non sembra avere nessun a priori sul
male che lo invade. L’eroe è malato e molto logicamente si reca dal medico. La
romanziera sintetizza la situazione tramite un procedimento anaforico: «Penso di consultare. Mi decido a consultare;
consulto [12].» In questo semplice enunciato
sta il cammino interno del nostro eroe malato. Tuttavia, ci viene permesso di
pensare che questa leggerezza da parte del protagonista è una sorta di diniego.
La prescrizione, nella fattispecie un prelievo del sangue, non dovrebbe essere
allarmante: è appunto solo una prescrizione. I risultati delle analisi non
hanno sempre ragione perché sono indecifrabili per la gente comune:
Il
mio tasso di linfociti è anormalmente elevato. Alzavo le spalle. E dunque? Né
angoscia, né inquietudine. Una indifferenza enorme. È un po’ come passeggiare
in un paese straniero, si lasciano le più grosse difficoltà dietro di sé, è il
principio stesso del viaggio [13].
Viaggio in patologia: la malattia è un territorio ignoto che
cresce dentro di sè. Sapere che si è malati significa partire alla scoperta
delle risorse della propria anima. Ma il nostro eroe non vuol sapere niente:
non ha nulla in comune con questo male estraneo che è in lui, egli spera che
ripartirà come è venuto. Non dividerà il suo corpo con la malattia.
«La malattia
comincia con la ‘l’. [14]»
E cioè la leucemia, che la gente si raffigura come « il cancro del
sangue ». Ora, in una intervista del 1978 con Jonathan Cott per il mensile
américano Rolling Stone, Susan Sontag
affermava che questa malattia era « l’unica
forma di cancro che potesse generare valori romantici. [15]»
In effetti, come aveva già teorizzato nel suo libro La malattia come metafora, la saggista dimostra tra l’altro che,
sia storicamente che culturalmente, tra le due malattie letali quali la
tubercolosi e il cancro, la prima costituiva segnatamente per gli scrittori
« una morte decorosa ed edificante [16]»,
mentre la seconda « era fuori luogo
in un personaggio romantico [17]»
(e su questo punto, Stéphanie Hochet sembra non più volersi preoccupare di
questa tradizione letteraria). Il cancro ripugna perché è sinonimo di morte
quasi imminente, anche se certi pazienti ne guariscono. La leucemia, perché non
palpabile, non visibile, come può esserlo un tumore, e soprattutto non
assimilata al cancro fin quando non si è inventata la biologia cellulare,
acquisisce di fatto uno statuto di malattia romantica; non è sporca e non
richiede nessuna ablazione chirurgica (come per i cancri del seno o dei
testicoli per esempio). Stéphanie Hochet s’impadronisce della leucemia per
creare un personaggio romantico per eccellenza. In effetti, la malattia appare
come una maledizione (i termini hanno d’altronde la stessa origine etimologica)
e i sintomi conferiscono all’eroe una certa aura. Egli ispira nel contempo
pietà e repulsione. In questa lotta continua risiede la linfa romantica della
romanziera. Il romanticismo è una tempesta interiore. Quale metafora più bella
può esserci di quella che infuria nel sangue stesso?
Il narratore non prova a negare la sua malattia. Invece,
rifiuta di darle importanza. Non la nomina, come egli stesso non ha nome per il
lettore. Per il nostro eroe non fa parte del suo essere. È solo la conseguenza
diretta di qualcosa; tutte le sue difficoltà cominciano qualora si fa tatuare
una locuzione latina sul plesso: vulnerant
omnes, ultima necat (tutte feriscono, l’ultima uccide). All’origine, i
Romani la incidevano sui quadranti solari. Si trattava ovviamente delle ore. Il
nostro eroe pensa invece inevitabilmente alle donne. Più prosasticamente,
sembra trattarsi piuttosto dell’inchiostro che si insinua sotto la sua pelle.
Il tatuaggio gli fa semplicemente male.
Poi vulnerant omnes
sparisce, come assorto dal proprio corpo. Sarà l’inchiostro diluito nel sangue a
ucciderlo? In ogni caso, per il nostro eroe la leucemia è una conseguenza e non
una causa; non deve conoscerla poiché la sua origine è quasi metafisica. Siamo
ancora una volta in piena metafora romantica.
È del tutto diverso per Karl Vogel, il giovane eroe di Je ne connais pas ma force. Non potrebbe
negare la sua malattia visto che per curarla non può trovarsi se non in un
ospedale. Un posto che viene avvolto da un certo misticismo, un po’ come il
sanatorio della Montagna incantata di
T. Mann. Egli ha un tumore al cervello. In questo giovane adolescente, la
malattia si fa conoscere brutalmente:
Nel
bel mezzo di maggio, caddi svenuto durante la lezione di biologia. La
clorofilla degli alberi, l’ossigeno e il gas carbonico, le sigle scritte sulla
lavagna si accoppiarono; gli alberi produssero un gas senza nome, l’ossigeno
divenne irrespirabile, la terra mutò colore, la materia si trasformò in nebbia,
mi sentì morire. [18]
Karl affronterà il suo tumore. Capisce che l’ha generato il
suo corpo e che tocca a questo corpo combatterlo. Di fatti, egli prende la
malattia per quello che è. «Mi sono
fatto una opinione sul mio tumore per meglio accettarlo [19]»,
egli afferma. Il giovane se lo rappresenta come un tartufo che ingrandisce
nella sua testa.
L’argomento del romanzo di Stéphanie Hochet sta tutto in
questa domanda: Karl Vogel può avere la forza di superare la sua malattia? È
giovane e ispira solo pietà e compassione presso i suoi e presso il personale
dell’ospedale. Negli occhi, i visi, i gesti, l’adolescente è capace di leggere
« i riflessi della [s]ua
malattia. [20]»
In uno slancio quasi nietzscheiano, Karl attinge in lui le forze di cui ha
bisogno per guarire. Il trattamento è enunciato in maniera clinica, semplicemente
e freddamente nello stesso tempo, in una frase, attraverso lo stile incisivo
della romanziera: « Mi curarono con
la chimioterapia e radioterapia intensive. [21]»
Il trattamento, si sa, è spossante. Ma Karl Vogel non
intende lasciarsi andare. Non nega la sua malattia né ne minimizza la forza.
Egli prova rispetto nei suoi confronti. Prende la decisione di diventare più
forte del suo cancro. È per questo motivo d’altronde che il romanzo si apre su
una citazione di Nietzsche, tratto dal suo Zarathustra :
L’uomo
è una corda tesa tra la bestia e il superuomo – una corda tesa al di sopra
dell’abisso. [22]
Karl aspira quindi a diventare un superuomo, e per ciò si
avvicina all’ideologia nazista e si interessa soprattutto allo sfarzo e al
decoro (si nutre segnatamente di sequenze tratte dal film Olimpia di Leni Riefenstahl). Superarsi è, secondo lui, una
garanzia di vittoria sulla malattia perché il tumore è umano. Ora, Karl Vogel
non vuol più diventare un uomo. Questi può solo essere debole per lasciarsi
invadere dal tumore. Sarà al di là della sua umanità; là dove la malattia non
potrà raggiungerlo.
Karl Vogel vomita. È preso di vertigini. Dimagrisce in un
tratto e la febbre spesso lo colpisce. Allora ascolta Wagner, trova conforto
nella mitologia germanica e sogna il Walhalla. La lotta comincia e prosegue in
un senso catartico lungo l’intero romanzo. L’ideologia contro la malattia. Il
giovane eroe malato non vuol vedere che prima o poi l’una o l’altra lo
sprofonderà nell’abisso. Entrambe sono tenaci. Un giorno in cui dei medici
chiedono a giovani malati di scrivere un testo per esprimere ciò che provano
nei confronti del loro cancro, Karl Vogel scrive solo una frase e ammette che
[n]ulla
di più lirico aveva fermentato nella [s]ua testa prima del cancro, ad ogni modo
nulla che somigliasse a questa secca sentenza. [23]
È questa una prova, se ce ne fosse bisogno, che, se la
malattia è ingiusta, almeno la lotta viene condotta con forze uguali. Grazie a
Stéphanie Hochet, il cancro acquisisce in un certo qual modo uno statuto
romantico, e perde finalmente il valore mitologico che sembrava fino a quel
momento insuperabile nella nostra cultura occidentale. Nell’incontrare un
avversario della stessa levatura, la malattia ritrova il suo parametro umano, e
non viene più rappresentata come una forza invincibile. Karl Vogel guarisce.
Lilian AUZAS, romanziere
Lione, febbraio 2015.
(Traduzione di Jean-François Lattarico)
[1]
Stéphanie Hochet, Sang d’encre,
Paris, Éditions des Busclats, 2013.
[2] Lilian Auzas, Qui a peur de Stéphanie Hochet ?,
paru le 19 mars 2013 :
http://www.leoscheer.com/blog/2013/03/19/2086-sang-d-encre-de-stephanie-hochet-un-chef-d-oeuvre-pour-lilian-auzas
[3] Stéphanie Hochet, Les Éphémérides, Paris, Payot-Rivages,
2012.
[4] Ibid., Je ne connais pas ma
force, Paris, Fayard, 2007.
[5] Madame de Staël, Delphine, vol. II, Paris, Flammarion,
2000, p. 309.
[6] Stéphanie Hochet, Les Éphémérides, op. cit., p. 41.
[7]
Ibid.
[8]
Ibid., p. 46.
[9]
Ibid.
[10]
La malattia viene nominata per la prima volta a pagina 51 del romanzo.
[11]
Stéphanie Hochet, Sang d’encre, op. cit., p. 39.
[12]
Ibid., p. 42.
[13]
Ibid., p. 65-66.
[14]
Ibid., p. 66.
[15] Susan Sontag, Tout et rien d’autre – conversation avec Jonathan Cott, Paris,
Flammarion, Climats, 2015, p. 51.
[16]
Susan Sontag, La maladie comme métaphore,
Paris, Chistian Bourgois, 2009, p. 27.
[17]
Ibid., p. 69.
[18]
Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma
force, op. cit., p. 13.
[19]
Ibid.
[20]
Ibid., p. 15.
[21]
Ibid., p. 16.
[22]
Friedrich Nietzsche, Ainsi parlait
Zarathoustra, Paris, Le livre de poche, 2010, p. 23.
[23]
Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma
force, op. cit., p. 52.
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