martedì 17 marzo 2015

Un articolo di Lilian Auzas: "Viaggio in Patologia" (1)

Pubblico la prima parte dell'articolo-saggio di Lilian Auzas già presentato nei giorni precedenti in questo blog. La traduzione in italiano è di Jean-François Lattarico. Domani toccherà alla seconda parte. Buona lettura.

Lilian Auzas
VIAGGIO IN PATOLOGIA
L’EROE MALATO NELL’OPERA DI STÉPHANIE HOCHET
prima parte
(Traduzione di Jean-François Lattarico)

  Ora si è operato un cambiamento
  completo nel mio spirito ;
  ora il mio coraggio se ne va quando cammino
  al chiarore del sole che sorge.

Henrik Ibsen, Paura della luce.


Nel marzo 2013, mentre Stéphanie Hochet pubblicava Sang d’encre [1], concludevo il mio articolo per il blog delle Edizioni Léo Scheer affermando che questo racconto era «una "sismografia" dell’animo umano [2]». Volevo allora significare che la romanziera intendeva valutare quest’animo in modo nel contempo solenne e rigoroso. Col senno di poi, mi son detto che avrei potuto sostenerlo per ognuno dei suoi libri. Questa idea ha fatto strada, e mentre decidevo di rileggere molti dei suoi romanzi durante l’ultimo inverno, mi figuravo benissimo uno scanner; e ogni crepitio della carta quando voltavo le pagine mi ricordava il rumore di una IRM o di elettroencefalogramma. Constatavo nello stesso tempo che alcuni dei suoi protagonisti erano colpiti da gravi malattie… Un cancro della gola per Simon Black [3], un tumore al cervello per il giovane Karl Vogel [4], una leucemia per il narratore di Sang d’encre (benché non sia mai nominata esplicitamente). C’era secondo me materia per una riflessione in merito.
Può essere la malattia per Stéphanie Hochet un mezzo per guardare il mondo? E in questo modo scrutarlo, contemplarlo, commentarlo, criticarlo come un medico affascinato dall’estetica di una radiografia sulla quale avrebbe fatto luce per rivelare tutte le macchie scure. Nel creare degli eroi malati, Stéphanie Hochet non cerca forse di cogliere in modo più scrupoloso la società che la circonda? Nel suo romanzo epistolare Delphine, Madama de Staël scrive che « la presenza della morte […] f[a] luce su quel che c’è di reale nella vita.[5] » Ovviamente, il suo Léonce non è malato; invece, i personaggi di Stéphanie Hochet, tramite gravi malattie, sono, essi, vicini alla morte. Avvicinarsi all’orlo della fine potrebbe destare la coscienza? La romanziera sembra compiacersi ad andare fino in fondo alle cose che scrive. E attraverso la punta estrema della malattia, lei può trascendere la vita e cercare, con le sue parole, di toccarla al meglio. La morte legata alla malattia non è mai fine a se stessa nell’opera di Stéphanie Hochet. Non fa che aleggiare attraverso le pagine al fine di proporre una analisi del reale. Non credo si possa affermare che vi sia una contraddizione nell’espressione «eroe malato». Anzi: nella sua opera, quest’affermazione è quanto mai legittima.

Apprendere la malattia : negare o accettare

Il primo contatto che abbiamo con la propria malattia è quando il medico ce la diagnostica. Così, si è capaci di nominare ciò che ci fa del male. Tuttavia, prima di questo, ci sono dei segnali che la malattia ci invia: i sintomi. Possiamo allora decidere di preoccuparcene o di ignorarli.
Simon Black, l’artista pittore di Le Effemeridi, chiede un consulto all’inizio « per dei semplici dolori al collo e alle orecchie [6] », ma non cade nella psicosi mentre aspetta di fare le analisi, benché i dubbi sulla gravità della sua salute sembrino invece delle evidenze. I suoi esami saranno solo una formalità. Simon Black è in vita al momento:

Ho aspettato più di un mese prima di recarmi all’ospedale perché il lavoro non dava tregua e l’idea della malattia non mi piaceva al punto che non volevo sentirne parlare. Ho dovuto inserire il mio nome in una lista d’attesa di più di due mesi. Ho continuato a vivere come se niente fosse. [7]

La malattia si manifesta; i sintomi ci sono. Germi patogeni sono ben ancorati in lui. Tuttavia, fin quando la malattia non viene esplicitamente nominata dal medico (attraverso una diagnosi), è più facile continuare a vivere. Nonostante i dubbi, il malato preferisce ignorare la sua malattia, anzi si compiace nel diniego. Dubitare è in un certo qual modo una maniera di sdrammatizzare in quanto si tratta di minimizzare i sintomi, come se non avessero nulla di allarmante. E, nel caso di Simon Black, è vero che non ci si riflette più di tanto su una tosse, benché « [n]on erano dolori come quelli causati da infiammazioni sul tipo dell’influenza, erano fitte sorde, mai avute prima. [8] »
Ignorare la propria malattia significa avere un potere sul proprio corpo, padroneggiare il corso della propria vita. D’altronde, a furia di convinzione, la «sensazione […] alla fine si è calmata [9]», ci dice il personaggio di Stéphanie Hochet. Eppure il male c’è: è un cancro della gola [10].
Il narratore di Sang d’encre è molto più radicale. Si rifiuta addirittura di nominare la sua malattia. Il suo sintomo è la febbre [11]. Questa diventa quasi permanente. Invece, non sembra avere nessun a priori sul male che lo invade. L’eroe è malato e molto logicamente si reca dal medico. La romanziera sintetizza la situazione tramite un procedimento anaforico: «Penso di consultare. Mi decido a consultare; consulto [12].» In questo semplice enunciato sta il cammino interno del nostro eroe malato. Tuttavia, ci viene permesso di pensare che questa leggerezza da parte del protagonista è una sorta di diniego. La prescrizione, nella fattispecie un prelievo del sangue, non dovrebbe essere allarmante: è appunto solo una prescrizione. I risultati delle analisi non hanno sempre ragione perché sono indecifrabili per la gente comune:

Il mio tasso di linfociti è anormalmente elevato. Alzavo le spalle. E dunque? Né angoscia, né inquietudine. Una indifferenza enorme. È un po’ come passeggiare in un paese straniero, si lasciano le più grosse difficoltà dietro di sé, è il principio stesso del viaggio [13].

Viaggio in patologia: la malattia è un territorio ignoto che cresce dentro di sè. Sapere che si è malati significa partire alla scoperta delle risorse della propria anima. Ma il nostro eroe non vuol sapere niente: non ha nulla in comune con questo male estraneo che è in lui, egli spera che ripartirà come è venuto. Non dividerà il suo corpo con la malattia.
«La malattia comincia con la ‘l’. [14]» E cioè la leucemia, che la gente si raffigura come « il cancro del sangue ». Ora, in una intervista del 1978 con Jonathan Cott per il mensile américano Rolling Stone, Susan Sontag affermava che questa malattia era « l’unica forma di cancro che potesse generare valori romantici[15]» In effetti, come aveva già teorizzato nel suo libro La malattia come metafora, la saggista dimostra tra l’altro che, sia storicamente che culturalmente, tra le due malattie letali quali la tubercolosi e il cancro, la prima costituiva segnatamente per gli scrittori « una morte decorosa ed edificante [16]», mentre la seconda « era fuori luogo in un personaggio romantico [17]» (e su questo punto, Stéphanie Hochet sembra non più volersi preoccupare di questa tradizione letteraria). Il cancro ripugna perché è sinonimo di morte quasi imminente, anche se certi pazienti ne guariscono. La leucemia, perché non palpabile, non visibile, come può esserlo un tumore, e soprattutto non assimilata al cancro fin quando non si è inventata la biologia cellulare, acquisisce di fatto uno statuto di malattia romantica; non è sporca e non richiede nessuna ablazione chirurgica (come per i cancri del seno o dei testicoli per esempio). Stéphanie Hochet s’impadronisce della leucemia per creare un personaggio romantico per eccellenza. In effetti, la malattia appare come una maledizione (i termini hanno d’altronde la stessa origine etimologica) e i sintomi conferiscono all’eroe una certa aura. Egli ispira nel contempo pietà e repulsione. In questa lotta continua risiede la linfa romantica della romanziera. Il romanticismo è una tempesta interiore. Quale metafora più bella può esserci di quella che infuria nel sangue stesso?
Il narratore non prova a negare la sua malattia. Invece, rifiuta di darle importanza. Non la nomina, come egli stesso non ha nome per il lettore. Per il nostro eroe non fa parte del suo essere. È solo la conseguenza diretta di qualcosa; tutte le sue difficoltà cominciano qualora si fa tatuare una locuzione latina sul plesso: vulnerant omnes, ultima necat (tutte feriscono, l’ultima uccide). All’origine, i Romani la incidevano sui quadranti solari. Si trattava ovviamente delle ore. Il nostro eroe pensa invece inevitabilmente alle donne. Più prosasticamente, sembra trattarsi piuttosto dell’inchiostro che si insinua sotto la sua pelle. Il tatuaggio gli fa semplicemente male.
Poi vulnerant omnes sparisce, come assorto dal proprio corpo. Sarà l’inchiostro diluito nel sangue a ucciderlo? In ogni caso, per il nostro eroe la leucemia è una conseguenza e non una causa; non deve conoscerla poiché la sua origine è quasi metafisica. Siamo ancora una volta in piena metafora romantica.
È del tutto diverso per Karl Vogel, il giovane eroe di Je ne connais pas ma force. Non potrebbe negare la sua malattia visto che per curarla non può trovarsi se non in un ospedale. Un posto che viene avvolto da un certo misticismo, un po’ come il sanatorio della Montagna incantata di T. Mann. Egli ha un tumore al cervello. In questo giovane adolescente, la malattia si fa conoscere brutalmente:

Nel bel mezzo di maggio, caddi svenuto durante la lezione di biologia. La clorofilla degli alberi, l’ossigeno e il gas carbonico, le sigle scritte sulla lavagna si accoppiarono; gli alberi produssero un gas senza nome, l’ossigeno divenne irrespirabile, la terra mutò colore, la materia si trasformò in nebbia, mi sentì morire. [18]

Karl affronterà il suo tumore. Capisce che l’ha generato il suo corpo e che tocca a questo corpo combatterlo. Di fatti, egli prende la malattia per quello che è. «Mi sono fatto una opinione sul mio tumore per meglio accettarlo [19]», egli afferma. Il giovane se lo rappresenta come un tartufo che ingrandisce nella sua testa.
L’argomento del romanzo di Stéphanie Hochet sta tutto in questa domanda: Karl Vogel può avere la forza di superare la sua malattia? È giovane e ispira solo pietà e compassione presso i suoi e presso il personale dell’ospedale. Negli occhi, i visi, i gesti, l’adolescente è capace di leggere « i riflessi della [s]ua malattia. [20]» In uno slancio quasi nietzscheiano, Karl attinge in lui le forze di cui ha bisogno per guarire. Il trattamento è enunciato in maniera clinica, semplicemente e freddamente nello stesso tempo, in una frase, attraverso lo stile incisivo della romanziera: « Mi curarono con la chimioterapia e radioterapia intensive. [21]»
Il trattamento, si sa, è spossante. Ma Karl Vogel non intende lasciarsi andare. Non nega la sua malattia né ne minimizza la forza. Egli prova rispetto nei suoi confronti. Prende la decisione di diventare più forte del suo cancro. È per questo motivo d’altronde che il romanzo si apre su una citazione di Nietzsche, tratto dal suo Zarathustra :

L’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo – una corda tesa al di sopra dell’abisso. [22]

Karl aspira quindi a diventare un superuomo, e per ciò si avvicina all’ideologia nazista e si interessa soprattutto allo sfarzo e al decoro (si nutre segnatamente di sequenze tratte dal film Olimpia di Leni Riefenstahl). Superarsi è, secondo lui, una garanzia di vittoria sulla malattia perché il tumore è umano. Ora, Karl Vogel non vuol più diventare un uomo. Questi può solo essere debole per lasciarsi invadere dal tumore. Sarà al di là della sua umanità; là dove la malattia non potrà raggiungerlo.
Karl Vogel vomita. È preso di vertigini. Dimagrisce in un tratto e la febbre spesso lo colpisce. Allora ascolta Wagner, trova conforto nella mitologia germanica e sogna il Walhalla. La lotta comincia e prosegue in un senso catartico lungo l’intero romanzo. L’ideologia contro la malattia. Il giovane eroe malato non vuol vedere che prima o poi l’una o l’altra lo sprofonderà nell’abisso. Entrambe sono tenaci. Un giorno in cui dei medici chiedono a giovani malati di scrivere un testo per esprimere ciò che provano nei confronti del loro cancro, Karl Vogel scrive solo una frase e ammette che

[n]ulla di più lirico aveva fermentato nella [s]ua testa prima del cancro, ad ogni modo nulla che somigliasse a questa secca sentenza. [23]

È questa una prova, se ce ne fosse bisogno, che, se la malattia è ingiusta, almeno la lotta viene condotta con forze uguali. Grazie a Stéphanie Hochet, il cancro acquisisce in un certo qual modo uno statuto romantico, e perde finalmente il valore mitologico che sembrava fino a quel momento insuperabile nella nostra cultura occidentale. Nell’incontrare un avversario della stessa levatura, la malattia ritrova il suo parametro umano, e non viene più rappresentata come una forza invincibile. Karl Vogel guarisce.


Lilian AUZAS, romanziere
Lione, febbraio 2015.
(Traduzione di Jean-François Lattarico)




[1] Stéphanie Hochet, Sang d’encre, Paris, Éditions des Busclats, 2013.
[2] Lilian Auzas, Qui a peur de Stéphanie Hochet ?, paru le 19 mars 2013 :
http://www.leoscheer.com/blog/2013/03/19/2086-sang-d-encre-de-stephanie-hochet-un-chef-d-oeuvre-pour-lilian-auzas
[3] Stéphanie Hochet, Les Éphémérides, Paris, Payot-Rivages, 2012.
[4] Ibid., Je ne connais pas ma force, Paris, Fayard, 2007.
[5] Madame de Staël, Delphine, vol. II, Paris, Flammarion, 2000, p. 309.
[6] Stéphanie Hochet, Les Éphémérides, op. cit., p. 41.
[7] Ibid.
[8] Ibid., p. 46.
[9] Ibid.
[10] La malattia viene nominata per la prima volta a pagina 51 del romanzo.
[11] Stéphanie Hochet, Sang d’encre, op. cit., p. 39.
[12] Ibid., p. 42.
[13] Ibid., p. 65-66.
[14] Ibid., p. 66.
[15] Susan Sontag, Tout et rien d’autre – conversation avec Jonathan Cott, Paris, Flammarion, Climats, 2015, p. 51.
[16] Susan Sontag, La maladie comme métaphore, Paris, Chistian Bourgois, 2009, p. 27.
[17] Ibid., p. 69.
[18] Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma force, op. cit., p. 13.
[19] Ibid.
[20] Ibid., p. 15.
[21] Ibid., p. 16.
[22] Friedrich Nietzsche, Ainsi parlait Zarathoustra, Paris, Le livre de poche, 2010, p. 23.
[23] Stéphanie Hochet, Je ne connais pas ma force, op. cit., p. 52.

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