sabato 21 marzo 2015

Da Diacritica: Enrico Regazzoni "Una parete sottile"

Riprendo, dal primo numero della rivista "Diacritica" (http://www.diacritica.it), la recensione del romanzo di Enrico Regazzoni "Una parete sottile". Ne approfitto per invitare ancora a leggere per intero questa eccellente rivista e a seguire i prossimi numeri.
“Una parete sottile” di Enrico Regazzoni (Neri Pozza, 2014) è un romanzo ampio e lento. Lo è, volutamente, come è lento il movimento centrale di una sonata o un concerto, e lo è in quel modo estenuato, sospeso, di certi adagi sinfonici mahleriani: contiene guizzi, certo, inaspettate accelerazioni, fremiti, impazienze e rulli di timpano, per così dire, ma resta pensoso, assorto, rimuginante dall’inizio alla fine.
Racconta della crescita di un bambino, poi ragazzo, in una cameretta divisa solo da una “parete sottile” dalla sala in cui quasi ogni sera la signora loro padrona di casa, da poco vedova e madre di quattro figli, suona il pianoforte con il piglio della concertista mancata. La sua educazione sentimentale è accompagnata dal flusso inarrestabile di questa musica, che quasi ogni sera immerge la stanza del ragazzo in correnti marine di suoni, e vi si rispecchia: il timbro del pianoforte condiziona la sua crescita, i suoi rapporti con il mondo, ne affina l’orecchio educandolo sia alle sottigliezze dei suoni più nascosti, sia alle sfumature di quegli altri suoni che sono le parole.
Regazzoni, nell’affrontare la musica, nel renderla anzi elemento condizionante e pervasivo, fa una scelta a tutta prima singolare: non la racconta propriamente, non parafrasa cioè con i mezzi del linguaggio verbale lo sviluppo delle idee musicali lavorando, come si fa di solito, di suggestive approssimazioni, di analogie, di retorica, nel rendere la forma, la struttura, come se musica e linguaggio andassero a parare dalla stessa parte, mirassero cioè sempre a una dimensione narrativa – potrebbe farlo sapientemente, ma non lo fa. Al suo personaggio non sembra interessare quanto avviene davvero in un brano musicale: anzi, il giovanotto dichiara in più di un luogo che la musica in sé non gli interessa, che la ama ma non la capisce davvero (“la musica non fa per me, è un’emozione eccessiva”), che gli interessa per ciò che rivela degli altri, cioè della signora pianista. La musica in sé, quella scritta nota dopo nota su una partitura, è come “una principessa morta” in una fiaba in cui nessun principe la bacerà – fuor di metafora, essa, “come la vita”, “non esiste senza la sua interpretazione”, e dunque solo di interpreti si può parlare, non delle intenzioni dei compositori. “A tutt’oggi non conosco la musica né i musicisti, so a malapena il nome di qualche grande compositore del passato, quelli che sono noti a tutti. Ma all’epoca non conoscevo neppure quelli” confessa quasi subito l’io narrante. A parte uno Schubert (riconosciuto attraverso il “piacere doloroso” che procura), o un Beethoven, scoperti quasi per caso tra gli autori eseguiti dalla vicina di casa, non compaiono nel romanzo riferimenti diretti ad autori; e restano misteriose al lettore, come al protagonista, tante composizioni citate, anche se viene naturale ricondurle al periodo aureo del pianismo, tra tardo Settecento e primissimo Novecento, perché il tono, il ritmo, i colori crepuscolari del romanzo sembrano escludere incursioni nella letteratura pianistica a noi contemporanea, o arretramenti a quanto composto prima dell’invenzione del pianoforte. Anzi, del pieno Novecento, come si legge in una pagina significativa in cui rievoca un concerto, il protagonista ripudia il carattere parodistico e sarcastico, la propensione al “ridicolo”, la “manomissione di senso” operata sui materiali della tradizione. La rivelazione della musica è essenzialmente rivelazione di chi la suona: e ogni musica è ridotta, nella sensibilità del giovane narrante, a confidenza dell’interprete, a esternazione di stati d’animo, anzi di uno stato d’animo monocromatico, quello della “tristezza”. La scelta del repertorio è “una somma di variazioni sul tema del dolore”: e anche gli esercizi di diteggiatura, le ripetizioni, le scomposizioni del fraseggio in microsequenze ripetute fino al raggiungimento della perfezione tecnica frammentano il linguaggio del dolore in unità base, declinano la sofferenza e la dichiarano. Le composizioni che vibrano attraverso la “parete sottile” evocano la storia di un’intera vita, sono “colonna sonora” rivelatrice di stati d’animo. Al punto che lui ascolterà con la stessa attenzione, e con il medesimo senso di “vertigine”, i singhiozzi e il pianto della signora schiantata dal dolore alla notizia della morte del marito. 

C’è anche la letteratura, ci sono anche i libri, in questo romanzo denso come certi dormiveglia: e la letteratura vi è portata dalla madre del protagonista, vedova anch’essa, correttrice di bozze a casa, e poi, soprattutto da Rosa, universitaria di pochi anni più grande del ragazzo, che entra nella vita di lui prima come apprendista correttrice a fianco della madre, poi come innamorata. Ma ecco: note e parole, delibate allo stesso modo, con la medesima sensibilità, non comunicano, non si combinano, restano linguaggi di mondi separati. Le polifonie pianistiche dall’appartamento vicino non si contamineranno mai con le parole dei libri che provengono dalla cucina dove la madre e Rosa lavorano assieme a correggere bozze. Rosa e la vicina finiscono anzi per compensarsi e completarsi, l’una riempie i vuoti, i silenzi e le assenze dell’altra – nel senso che al protagonista verrà naturale tenerle separate, per un bel po’, e non condividere con la sua ragazza (come con la madre) il segreto di quei rendez-vous notturni con le esecuzioni della vicina. Ma Rosa è il personaggio dinamico che porta un po’ d’aria fresca in questo romanzo tutto o quasi di interni. Diventerà complice negli ascolti, e in sua presenza si affinerà ulteriormente la capacità del ragazzo di cogliere un senso nella musica, che ora gli suona come l’intonazione di una serie di domande profonde e misteriose, di richieste, di suppliche. Rosa farà di più: vuole sostituirsi a quella musica, iniettare realtà e vita vera, sfondare muri e aprire varchi nelle pareti. Tra i due sembra iniziare una tacita contesa: Rosa lo conduce fuori, lo riporta en plein air, a contatto con la vita veramente vissuta, in una dimensione di godimento del presente, mentre lui tende a ricondurla dentro, nella dimensione angusta della sua stanzetta, nel perenne rimuginio sul passato (quello altrui). Ma il giovanotto è fatto così: e sia pure colto in una fase di cambiamento e maturazione e apertura verso il mondo, resta, più che uno che vive, uno che ascolta e osserva vivere gli altri – quel genere particolare di voyeur che sono gli artisti e i letterati, sempre all’erta a captare segnali dal mondo che li circonda, sempre impegnati a catalogare avidamente quei segnali. Anche quando Rosa lo porterà, un po’ a tradimento, a pranzo dai vicini di casa, e gli farà conoscere i figli della vicina, in uno degli episodi più belli e vivaci dell’intero romanzo, lui rivestirà quel momento rivelatore di una patina contemplativa, lo assaporerà come sfondo di ondate di pensieri, sogni e fantasticherie; con puntiglio contemplerà gli oggetti dei vicini che il tempo ha reso carichi di senso, e da essi trarrà informazioni essenziali per la ricostruzione della biografia della signora pianista – informazioni che la sola musica non può dargli.

L’ultimo capitolo fornisce una spiegazione ed enuncia un cambiamento: alla base dell’atteggiamento del protagonista c’è, come all’origine del tumultuoso mondo interiore della pianista, una perdita, un lutto (per la verità, che il dolore dell’una convogliasse e guidasse il dolore dell’altro non è una sorpresa per il lettore avveduto sin dai primi capitoli.). L’assenza del padre, riflesso evidente dell’assenza del marito dall’altra parte del tramezzo, sembra giustificare tutte i silenzi, le fantasticherie insonni, l’annullamento di sé nell’ascolto. Solo quando (grazie a Rosa, certo, ma anche e forse soprattutto al distacco da lei, e alla perdita del buon amico Francesco, un personaggio secondario di cui non abbiamo parlato e che meriterebbe un discorso a parte) il protagonista troverà la forza di parlare del padre con sua madre avrà modo di uscire dalla dimensione angusta e dolorosa, passiva, in cui è cresciuto. Nel frattempo, anche la sua percezione della musica è cambiata, come è cambiato il repertorio pianistico della vicina: dalle espressioni più schiette della “tristezza” e poi del dolore, dalla rabbia impotente allo struggimento composto del ricordo, anche la musica è arrivata a una superiore sintesi, a una sublimazione che la rende soltanto musica, eretta come un’architettura con note che equivalgono a “materiali edili”. Il rispecchiamento tra ciò che proviene dall’altra parte della parete e questa parte della casa si è compiuto.

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