martedì 17 marzo 2009

La "berlera" e altro, 2


«Devo dirti» mi scrive una prima volta Claudia Fabrizio, tra i miei lettori attenti e competenti la più competente e attenta, «che mi avvicino alla lettura, e dunque anche al tuo libro, da un'angolazione volutamente parziale e settoriale. Mi occupo di linguistica e a me interessa la lingua che le persone usano. La ragione fondamentale per cui il tuo libro mi ha convinta è proprio questa: vi ho letto un investimento simbolico, da parte tue, sulle parole, una cura della forma che non è mai stucchevole ma che è sempre esercitata con scrupolo, e non lascia nulla al caso. In un momento in cui in generale la critica, quando parla d'un libro, ne descrive sempre e solo la trama, l'attenzione che poni alla confezione linguistica del tuo testo mi convince e mi rassicura sul fatto che ancora qualcuno, oggi, possa fare adeguatamente il mestiere di scrittore».
A Claudia, che ho conosciuto tramite Fabiana Piersanti, ho proposto di farmi da relatrice, nel corso di un paio di presentazioni a Roma, verso la fine del dicembre 2008. Nel risponderle, dopo essermi dilungato in ringraziamenti, aggiungo:
«Ho sentito crescere anno dopo anno una sensibilità per la lingua che sta diventando un aspetto prioritario della mia scrittura - fino alla sofferenza, nei momenti peggiori. Oggi non posso fare a meno di misurarmi (ogni volta, ad ogni riga) con le vaste possibilità espressive determinate da una scelta linguistica: che questa ricerca suoni inconsueta, nel mondo letterario di oggi, è una cosa che notano molti; che suoni "falsa", artificiosa, per fortuna nessuno ha osato dirlo. Sto modulando una mia "voce", che ho imparato a intonare pagina dopo pagina: è la voce che ricostruisce il mondo, lo modifica anche, prova se non altro a mettere ordine nelle cose. Ci noterai arcaismi (troppi anni passati a leggere i classici, un'attenzione tutto sommato distratta per i contemporanei, una predilezione per autori dallo stile fuori dal tempo, ecco a cosa mi hanno portato) che però sento miei, che mi vengono alla penna con una certa spontaneità; indeterminatezze leopardiane; spulciature di vocabolario (ecco un passatempo che adoro); qualche tic snobistico, in via di correzione; e chissà che altro. Nemmeno io» continuo «sopporto più il ridursi dei contributi critici più frettolosi alla sola trama. Oltretutto, non credo che "Le larve" possa reggere un approccio del genere (io stesso mi vergogno a raccontare spizzichi di trama quando presento il libro, perché so che non è l'aspetto più importante, e perché temo che, ridotto all'osso, l'intreccio potrebbe dar luogo a qualche equivoco)».

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