martedì 17 marzo 2009

La "berlera" e altro, 3

Ma veniamo a “berlera”. A pagina 95 de “Le larve” scrivo: « Poi, appagato per il momento, era sgusciato dalla matrice fecondata, e dal letto, e dalla casa colonica, ed era andato ad abbaiare il suo canto d’esultanza ferina qualche miglio più in là, in una berlera, o dietro i filari di faggi che delimitavano le tenute».
“Berlera” è uno di quei termini che non mi sono familiari e che forse ho pescato anni fa nel corso di lunghi, oziosi pomeriggi d’estate in biblioteca, su manuali di agricoltura, giardinaggio, ambienti di pianura, parassiti e malattie delle piante e della terra. Compare ne “Le larve” dalla seconda versione, cioè dal 2005. Mi piace il suono di quella parola: rimanda a lontananze di bassopiano, a forre o fossati o gore o cave perse tra le nebbie. Ha una connotazione indeterminatamente dialettale, una cadenza lenta, piacevolmente misteriosa.
Nella mail successiva, Claudia Fabrizio, inconsapevolmente, tocca un punto critico – un piccolo punto critico, pungente.

«Sto provvedendo allo spoglio lessicale delle occorrenze che mi sembrano più interessanti. A ciascuna si legherà una brevissima citazione dal tuo testo, perché possa ricevere l'inquadramento del contesto originale. M'interessa soprattutto restituire la portata strutturale del lessico del tuo romanzo, individuando, come ti ho scritto, la stratificazione delle sue componenti.
A questo proposito mi occorrono lumi su 'berlera' (p. 94) e 'vezzeggi' (p. 89). Il primo dei due lessemi mi è completamente oscuro (ed è assente dalle fonti lessicografiche sincroniche e storiche: non ho cercato ancora tuttavia nei repertori dialettali); il secondo è trasparente quanto a significato, ma anomalo quanto a sagoma morfologica, giacché presenta quella che i linguisti chiamano una derivazione zero, cioè l'assenza di un morfo derivazionale che produce cambiamento di categoria lessicale verbo> nome (vezzeggiare > vezzeggiamento). Anche 'vezzeggio' non trova attestazioni lessicografiche.
Ti sarei grata se m'indicassi significato e origine del primo (se è un dialettismo tanto meglio, è ancora più interessante), e se rispetto al secondo hai una fonte che ignoro o ne sei stato, sic et simpliciter, onomaturgo. Anche in questo caso, è un indizio utilissimo per me».

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