domenica 8 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 3

(Ma perfino “Gianni e il magico Alverman” ci caricava di suggestioni che bisognava trasformare in giochi perché non ci facessero paura, perfino certe insulse puntate de “I ragazzi di padre Tobia”, o certi caroselli…). E c’erano i film e i telefilm che, in occasione dei viaggi spaziali, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta la televisione mandava in onda le mattine d’estate. “Il risveglio del dinosauro” lo scoprii così, per caso, una mattina: a guardare un film non proprio dall’inizio, senza saper nulla dei titoli di testa, un bambino si coccolava in aspettative sue, e sperava (io, da bambino devoto, a volte pregavo proprio il Signore) che quei tipi in giacca che dialogavano del più e del mano fossero in attesa di un Evento singolare, di un’Apparizione, di una Trasformazione, di un Mostro; questo atteggiamento ci faceva guardare fin quasi alla fine drammoni sentimentali, polpettoni storici, esili commedie, come se fossero la premessa – tirata per le lunghe, d’accordo – a una Cataclisma, allo scatenarsi dell’Irreale; ne uscivamo il più delle volte frustrati e annoiati: ma quando capitava davvero, quando i dialoghi si rivelavano davvero per un prender tempo prima del Salto sulla Sedia, quando di colpo i due innamorati prendevano a fuggire per le vie del centro inseguiti da una creatura preistorica o aliena in stop motion, la nostra esaltazione traboccava, pronta a durare mesi.
Annoto un’ultima (per oggi) sintonia con Mari, avvistata nel racconto “Le copertine di Urania”, laddove parla di larve abitanti nei muri delle nostre case, “attente scrutatrici della nostra vita domestica”. Il riferimento, esplicitato dallo stesso Mari, è con “Gli uomini nei muri” di W. Tenn, romanzo in cui gli uomini (i terrestri) sono le larve che abitano nei muri di case spaventose; lo avrei letto anch’io, ma più avanti, e non sotto forma di Urania, ma in un’antologia Mondadori curata da Fruttero e Lucentini e intitolata “Scendendo”. Non nego di aver avuto in mente quel romanzo di Tenn ogni volta che, nel mio “Le larve”, ho parlato di muri, e li ho descritti come vivi, o come abitati.

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