venerdì 6 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 1

Più mi addentro nella lettura di Michele Mari più scopro affinità, non solo di stile ma anche in un certo modo biografiche, che mi esaltano e un po’ mi preoccupano. Il primo a notare una sintonia tra il mio “Le larve” e “Verderame” di Mari è stato, e lo ringrazio per questo, Umberto Rossi nella sua recensione su “Pulp”. Da lì è iniziato tutto – è iniziata cioè una scoperta à rebours dell’opera di Mari, che fino a quel momento conoscevo poco e maluccio. Certi momenti iniziali di “Verderame” (il vecchio che spacca a metà le lumache con la zappa) mi hanno riempito di inquietudine (anch’io avevo immaginato, nel primo capitolo, il fattore che divideva a metà, con zappa o con vanga, non ricordo, grosse larve di maggiolino cavate dal suolo): se il romanzo di Mari avesse continuato su quella strada, avrebbe svuotato di senso il mio. Per fortuna (fortuna mia, soltanto mia, è ovvio) “Verderame” procede in un’altra direzione, si colora di altre tinte, e i due testi si divaricano fino a non assomigliarsi più, nell’impianto, nell’architettura. Terminata la lettura con un sospiro di sollievo, onorato dell’affinità e salvo, non schiacciato dal paragone, mi sono accostato ad altre opere. E in queste, ad esempio in molti dei racconti di “Tu, sanguinosa infanzia”, sto recuperando, da lettore, quello stupefacente senso di condivisione che in parte ho sentito tra le pagine di “Verderame”: il bambino e il ragazzino delle modulate autobiografie di quei racconti, pur con qualche aggiustamento dovuto in parte ad esperienze diverse e ai cinque anni di differenza – quel ragazzino o bambino è davvero com’ero io. Va bene, non del tutto: io ero un piccolo esploratore urbano, da periferia di città di provincia, non da tenuta di campagna; ficcavo il naso nelle scale dei condomini che negli anni sessanta e settanta venivan su a fungaie in quelle distese di prati che sarebbero divenute ben presto una suburbia polverosa; andavo su quelle scale, in cerca di suoni, di esalazioni di pranzi, di voci dalle porte, di macchie sui muri, di avvitamenti fossili sulla pietra dei gradini; oppure nei cantieri aperti salivo da un piano all’altro, lungo percorsi provvisori, inerpicandomi su assi e putrelle, e visitavo – nei giorni di festa, quando i cantieri erano deserti – quelle che sarebbero diventate stanze, e che prive di luce somigliavano a cantine sospese, a catacombe aeree.

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