sabato 7 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 2

Prima, certo, prima di quei cantieri c’erano stati prati, lì attorno, che d’estate, dopo l’apertura dei canaletti d’irrigazione, si riempivano di rane vocianti, e in cui d’autunno ciancicava qualche mucca isolata da cavi in cui correvano lievi scariche elettriche, che noialtri del cortile sorbivamo attraverso la mano in gare di resistenza che ci lasciavano inebetiti. Ma non era campagna, e non era vera solitudine la mia, come pare invece di leggere nella ricostruzione che Mari fa del suo passato: c’erano gli amici – del cortile, appunto – coetanei o quasi, e i loro fratellini o cuginetti in vacanza, e a volte sorelline e cuginette; ed ogni esperienza era vissuta da tutti, comprese le quadriennali carneficine dei maggiolini che ho raccontato senza inventare nulla nel primo capitolo de “Le larve”, ed era rievocata poi dalle voci di tutti nei mesi successivi, in un gioco complesso di reciproca alimentazione dei ricordi di ognuno. Erano infanzie in cui la televisione (quella dei grandi) entrava prepotente, ad nutrire di figure in bianco e nero, sguardi attoniti, silenzi dilatati, ritmi rallentati, pensosità dense di segreti, la nostra immaginazione: soprattutto gli sceneggiati dei primi anni settanta (che anche Mari rievoca, con tenerezza, in “Verderame”, mescolando in un guazzabuglio ironico i nomi ricorrenti degli interpreti, e che oggi golosamente colleziono in dvd, nella speranza di ritrovare lo spirito con cui li guardavo), che scoprivano il mistero e lo raccontavano con i mezzi di allora, un approccio ancora teatrale e un intento didascalico, “Il segno del comando”, “A come Andromeda”, il dottor Jeckyll di Albertazzi, o le serie d’importazione, o il Polifemo dell’”Odissea”, con quella mano protesa a ghermire, che a un bambino sembrava insopportabilmente reale, e spaventava anche solo a ricordarla, o a parlarne, e il gesto dello sbranamento di spalle, e i versi, i versi, la deglutizione, i rigurgiti…

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