mercoledì 5 novembre 2008

"Spiral Tales", Marta Raviglia Quartet (Alfa Music, 2007)


Quella di Spiral Tales è musica di un'eleganza rara, fresca e classica assieme. I brani, tutti firmati da Marta Raviglia e da Simone Sbarzella, insieme o da soli, tranne una cover di David Crosby, rivelano per i grandi modelli del passato un rispetto che non è mai sottomissione, ma confronto, voglia di emulazione, a momenti con un briciolo di irriverenza che non guasta.
La voce di Marta Raviglia concede con discrezione ornati e vibrati; saggia sovente (in Surprises, ad esempio) con autorevolezza il registro grave, con improvvise impennate verso gli acuti. Assecondata dai suoi compagni, ama le melodie saltellanti, con intervalli ampi e talvolta capricciosi, che intona con nonchalance, come se fossero la cosa più facile. La voce è uno strumento con gli altri: tiene spesso per sé l’enunciazione dei refrain, lascia spazio ai partner e all’ospite Tino Tracanna, e si ritaglia un assolo verso la fine dei brani, attenta al valore e al carico di sfumature di ogni singola nota.
In un album di jazz vocale come questo, tutti tendono a una cantabilità inquieta ma distesa, sempre discreta, mai condiscendente; canta il pianoforte di Simone Sbarzella, che pennella meditativo le composizioni sue e di Marta; canta il contrabbasso di Fabio Penna, cui fa da contrappunto la batteria precisa e vivace di Alessio Sbarzella. Anche Tino Tracanna, al sax soprano e tenore, si muove quasi con delicatezza nelle atmosfere piene di souplesse del disco.

Spiral Tales presenta diverse facce, diversi umori.
Sail Away, la prima song, e Back Home, l’ultima prima di una ripresa del brano iniziale, sono canzoni di leggerezza quasi pop, dalle melodie accattivanti, rese con un’attitudine jazz che ne indaga le pieghe armoniche; Sail Away contiene anche, quasi subito, un bell’assolo del contrabbasso, che canticchia come un baritono innamorato. La bella melodia di Circle passeggia tra intervalli imprevisti su un ritmo latin un po’ nervoso.
C’è anche un lato più crepuscolare, in Spiral Tales, che si assapora nel canto sospeso di Passato o in Lullaby, una ballad classicamente lenta, di dolcezza pastosa, dall’armonia ricca ma non astrusa, che si evolve rivelando un’ombra di inquietudine più moderna, meno accomodante. Here I Am, notturna e impressionista, ritmicamente libera, suona come un raffinato haiku musicale di poco più di due minuti.
Il recupero, ironico e ammirato assieme, di certi stilemi “classici” del jazz colora altri brani del disco. Prima di Entrare ha una classicità capricciosa e suona come l’elegante parodia di uno swing da big band: qui Marta vocalizza come una tromba anni ’50 in vena di qualche sperimentalismo, e lascia a Simone Sbarzella e a Tracanna il compito di esplorare i territori tonali del pezzo. Quando tocca a Marta, la sua voce si fa strumento in pochi secondi di assolo non esente da echi ultracolti. Si torna a swingare in Big Fish, che si conclude con un intenso inserto parlato tratto da The Man with the Blue Guitar di Wallace Stevens.
L’anima più sperimentale del disco si coglie soprattutto in The Proclaimed Death of Words, un sorprendente pezzo a cappella in cui la voce di Marta si fa coro, percussione, e recupera un timbro tagliente, molto moderno. Triad, di David Crosby, l’unica cover, è resa benissimo, dilatata nelle sue componenti modali; il quartetto non cade nel tranello di gonfiare armonicamente il pezzo, come altri nel jazz hanno fatto con pezzi del rock o del pop, ma si mantiene in un confine in cui l’attitudine jazz si affaccia con rispetto in un altro mondo musicale. Nella lunga coda ipnotica si intuiscono echi orientali.

Spiral Tales rivela un interplay amichevole tra i musicisti, anzi una complicità sorridente e attenta, e nel contributo di tutti un senso della misura e dell’equilibrio che può nascere solo dallo studio appassionato, da una lunga condivisione degli stessi modelli e da una aperta curiosità intellettuale.


(Questa recensione è apparsa nel 2007 sul sito del gruppo, http://www.martaravigliaquartet.it).

Nessun commento: