giovedì 7 agosto 2008

"Viaggio in una stanza: leggendo Coraline"

Si prenda una ragazzina sui dieci anni. Le si doni “Coraline” – meglio, glielo si legga a voce alta. Se io, adulto, ho amato il romanzo di Gaiman, che effetto avrà su una divoratrice di fantasy melensa per adolescenti che conosce le fiabe solo attraverso versioni edulcorate e chiassose in dvd? Oggi mi riconosco negli adulti di “Coraline”, distratti, affaccendati, ironici, ma sono stato anch’io come la protagonista: incuriosito da tutto, rumorosamente annoiato da giornate tutte uguali, attratto da pozzi, nebbie, odori, porte, angoli oscuri, ombre.
La piccola Rebecca, figlia di amici, fa al caso mio. È una tirannella con un vasto repertorio di moine, ma l’ho sorpresa imbambolata dall’emozione di fronte alla Chihiro de “La città incantata”. Voglio scoprire come si immergerà nella storia di Gaiman e come ne uscirà.
Leggiamo. Dapprima la mia impaziente ascoltatrice trattiene un paio di sbadigli; ma presto la figuretta priva di glamour di Coraline la conquista. Il romanzo ha il vantaggio del divagare; come nelle fantasticherie collose del dormiveglia, o in quei sogni ossessivi da cui si cerca di svegliarsi invano, esso si concede insistenze, indugi, parentesi, ripetizioni. Mentre il racconto esplode in una trovata in tempo per non diventare davvero minaccioso, il romanzo rimanda indefinitamente la rassicurante esperienza del lieto fine e lascia in chi sospende la lettura una sensazione di persistenza, un retrogusto di incertezza che si può controllare solo riprendendo a leggere.
Gaiman lavora con materiale consueto: ombre, specchi, animaletti disgustosi o petulanti, personaggi eccentrici, corridoi, specchi, nebbie. Ma Rebecca non sembra accorgersene, e io scopro di non essermi ancora stancato di questo catalogo di inquietudini. Non ne avremmo mai abbastanza di nebbie e angoli oscuri. Nebbie, soffitte, scantinati, stanze segrete nascondono sempre cose diverse.
Dire che niente è come sembra e che non sapremo mai come sono davvero le cose è un povero luogo comune. Altro è raccontarlo attraverso lo stupore di un bambino che vede incrinare per la prima volta le sue certezze: con uno specchio in più scopre come lo vedono gli altri e si vede estraneo a se stesso; da smorfie improvvise, da sguardi obliqui degli adulti scopre che essi hanno una natura che non amano rivelare e una vita nascosta fatta di cerimoniali incomprensibili che ricordano un complotto. È una delle prime vere paure, che coltiviamo compressa in noi, senza trovare le parole giuste per definirla, e che Gaiman inscena raddoppiando figure e luoghi, lavorando su piccole differenze rivelatrici, scarti, incongruenze.
Rispetto a “Stardust”, “Coraline” è un dramma da camera, con momenti di rapinosa claustrofobia. Non smonta e rimonta le convenzioni del fantasy, guarda ad altri modelli (Lewis Carroll innanzitutto) e lavora d’immaginazione più che di parodia. Sì, alcune invenzioni non suonano nuove (l’altra madre che pilucca scarafaggi, la mano ragnesca sul pavimento sembrano uscite da una pagina di Dahl), ma non per Rebecca che da poco, stufa dell’enfasi della mia lettura, ha preteso di continuare per conto suo.
Come una fiaba, “Coraline” racconta paure, enigmi affettivi, angosce di abbandono. Ci ho avvertito i sedimenti di certe malinconie crudeli di Andersen, l’eco degli educati deliri della contessa di Ségur. È perfetto per una serata in una cameretta: invece di abbattere pareti e proiettare l’immaginazione in vasti spazi, rimpicciolisce la stanza e la popola di ombre, sdoppiamenti, brutte copie, caricature grottesche, su cui regna con paziente egoismo l’altra madre, proiezione minacciosa e paradossale della figura materna, creatrice di un mondo parallelo, soffocante e approssimativo.
Lascio che Rebecca legga da sola. Me la immagino chiusa nella sua cameretta, staccare talora gli occhi dalle righe, per accertarsi che nessun essere indefinibile strisci lungo i muri. Le invidio questo privilegio, che l’età adulta e gli studi inibiscono. Il lieto fine la soccorrerà al momento giusto.
(Questo articolo è comparso sul numero di febbraio 2008 di "Rumore" in un bello special su Neil Gaiman orchestrato da Giona A. Nazzaro)

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