domenica 2 novembre 2008

Sintonie, 3: Gabriele Cremonini


Confesso di essere un lettore accanito ma non sistematico, che difficilmente arriva alla fine di un libro (non me ne vanto, anzi, ne parlo come di un mio limite): nel caso di “Sputasangue”, di Gabriele Cremonini (Pendragon, 2007), mi sono lasciato conquistare dall’impianto del romanzo e guidare da un uso sapiente della suspense fino alle ultime parole.

Ho trovato ammirevole la struttura del romanzo, il gioco tra passato e trapassato, i rimandi discreti tra i due piani narrativi (i tre, nel finale a sorpresa). Mi sono goduto la costruzione attenta, scrupolosa, dei personaggi e degli ambienti, compiuta soprattutto attraverso la ricerca linguistica, e in particolare la vividezza e la precisione di un lessico che dà il sapore di un’epoca (di due, anzi) ricrea gli ambienti rurali, il lavoro e la vita della campagna, i rumori e i suoni dei boschi.

Quella di Cremonini è una narrazione verista intrisa di inquietudine novecentesca; in essa ho trovato una certa sintonia (appunto) con il mio modo di intendere la narrazione – nel gioco dei piani temporali, nel taglio delle scene, nell’attenzione paziente per gli aspetti formali, nello sguardo sui personaggi, ma anche nel desiderio di andare oltre la contemporaneità un po’ facile, l’autobiografismo voluto o meno.

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