sabato 13 ottobre 2012

Stravinsky e altro, 1 (da "Letteratitudine")

Riprendo alcuni post (pardon) pubblicati tempo fa sul forum di "Letteratitudine" dedicato al rapporto tra letteratura e musica - e li riprendo così come mi sono venuti, goffaggini stilistiche comprese.

Ieri sera guardavo in DVD “Coco Chanel & Igor Stravinsky”, il film di Jan Kounen del 2009 incentrato sulla liaison tra le due personalità. Il film ha diverse qualità e qualche difetto. Vale la pena vederlo innanzitutto per la ricostruzione della première del “Sacre du printemps”, a Parigi, al Théatre des Champs-Elisées, il 29 maggio del 1913: scene, coreografia, musica (con qualche taglio qua e là, d’accordo), la tensione dietro le quinte, il crescere delle reazioni di sconcerto del pubblico, addirittura le singole frasi pronunciate ad alta voce dai detrattori o dai sostenitori del compositore sono riportate con efficacia, grazie a una cinepresa che plana tra scene e pubblico e sguardi singoli e gesti di massa, e gioca con il piano sequenza. I problemi emergono quando la passione tra Coco e Igor sboccia (no, meglio, esplode) nella villa di Garches, presso Parigi, in cui la famiglia di Stravinsky è ospitata con magnanimità mecenatesca dalla Chanel. Chissà cosa c’è che non funziona. Forse il moltiplicarsi di certi calligrafismi della regia, forse la scelta dell’attore Mads Mikkelsen per la parte del compositore, che era fine, basso, minuto, meticoloso – Mikkelsen, invece, è un marcantonio tutto zigomi e muscoli, che non è molto credibile quando prende in mano le partiture. Forse l’aria da drammone (sofferenza, tradimento, scene madri, ecc.) che prevale nella seconda parte del film.

Segnalo, per pura pignoleria, alcuni errori: Stravinsky che suona pagine della “Sonata” per pianoforte (severo monumento neoclassico di qualche anno successivo) mentre è ospite della Chanel nel 1920; lo stesso compositore che dirige la ripresa del Sacre (con successo e nuova coreografia) a Parigi nel 1921 (nella realtà, se ricordo bene, sul podio stava Ernest Ansermet). Non è questo il problema.

Il problema, che mi pare affliggere molte delle biografie cinematografiche dedicate ai compositori, non sta tanto nell’invenzione o nella libera rielaborazione, quanto, credo, nell’incapacità del cinema (di certo cinema, almeno) di mostrare per quello che è davvero il lavoro del compositore, inteso come quell’insieme di gesti, pratiche, pensieri che danno forma concreta alla musica sulla pagina (o a uno strumento). Qui il cinema (certo cinema) rischia di prendere cantonate, o almeno di prendere troppe scorciatoie inanellando ingenuità, per non venir meno a un’esigenza di spettacolarità.

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