sabato 13 ottobre 2012

Stravinsky e altro, 3 (da "Letteratitudine")


Torno sui “Souvenirs sur Igor Strawinsky” di Ramuz, uno dei libri più intensi e originali sulla collaborazione tra scrittore e musicista che mi sia capitato di leggere. L’opera sembra nascere dal bisogno di riallacciare un dialogo interrotto da qualche anno tra i due amici: ancora amici, certo, ma divisi dagli avvenimenti, in particolare dal nomadismo che caratterizza la vita del compositore, e costretti, per così dire, a comunicare per lettera. Ramuz instaura perciò in queste pagine un dialogo a distanza, rivolgendosi direttamente a Strawinsky (stavolta uso la traslitterazione francese dal russo) con il rispettoso “voi”, facendo appello alla memoria, e quando questa non è sufficiente, ricostruendo, ipotizzando, facendosi domande, fantasticando anche. Con quello che sembra un vezzo, Ramuz parla di lontano al musicista cosmopolita che miete successi in giro per il mondo: ma Ramuz, per quanto radicato assai più del russo alla sua terra natale, non è un isolato o un esule in casa propria, e nemmeno uno sconosciuto. È come se, insistendo nell’immaginarsi uno Stravinsky lontano, circondato da dame e confuso tra frequentatori di salotti, Ramuz volesse richiamarlo indietro alla vena più autentica, quella emersa spontaneamente durante il soggiorno in Svizzera, quella in cui lo stesso Ramuz si era pienamente riconosciuto: una vena fatta di terra, radicamento nella realtà, e insieme trasfigurazione nella fiaba popolare, tradizione, concretezza di cose e oggetti, esaltazione del “fare” come nucleo fondamentale della creazione artistica. Stravinsky, che componeva allo strumento, e dalla meccanica degli strumenti (dalla tastiera del pianoforte in particolare) traeva materia per le sue composizioni, non poteva che piacere a Ramuz. Questi, lo svizzero, comprendeva e ammirava la scrupolosità con cui quello, il russo, disponeva in perfetto ordine tutti gli oggetti sullo scrittoio (matite penne colori pennini inchiostri fogli forbici e un aggeggino per tirare pentagrammi): e descrive il tutto in una vivace pagina in cui il puntiglio stravinskiano fa piazza pulita di ogni fumosità tardoromantica sull’ispirazione. Il comporre era questo: mettere ordine, costringere la confusione, il caso e il caos in un sistema ordinato e paziente di gesti e di segni, imprigionare i suoni in pagine dalla grafia impeccabile.
Lo scrittore svizzero non era un musicista, e nemmeno un esperto di musica: ma ha saputo mettere al servizio della musica dell’altro una sensibilità acutissima per la parola in quanto suono; prima ancora ha saputo riconoscere nel russo una sorta di fratello (nei gusti, nella semplicità con cui osserva le cose e usa gli oggetti e si mette in rapporto con gli altri). Sono anni difficili, gli anni della prima guerra mondiale: le opere che nascono dalla loro collaborazione risentono delle ristrettezze economiche del momento, anzi sfruttano come fossero vantaggi quelle stesse ristrettezze, inventando nuovi organici strumentali, nuove soluzioni drammaturgiche. In questo Stravinsky seguiva percorsi suoi, che stupivano e scandalizzavano i benpensanti che dalle finestre della sua casa udivano provenire timbri e armonie incomprensibili, urtanti, percussivi (erano i tempi della creazione de “Les noces”, creazione laboriosa e tormentata per la ricerca dell’organico strumentale, che alla fine sarà composto da quattro pianoforti e un nutrito gruppo di percussioni).

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