Dal libretto per "Gli oscillanti", scritto per le musiche di Marta Raviglia e Manuel Attanasio, sono rimaste fuori alcune pagine, per ragioni di equilibrio interno (buffo scriverlo, visto il senso dell'opera). Ne propongo una, una sorta di duetto, in una veste ancora provvisoria (ma pazienza). Per chi volesse farsi un'idea delle altre scene del libretto, due "arie" sono ospitate nel blog letterario "Poetarum Silva".
LUI - Quel giorno ho scoperto il male. No,
niente di che: ero bambino, giocavo sull’altalena basculante con un’amica della
mia età. Ero di poco più pesante di lei: perciò, se non mi davo una spinta con
i piedi, io rimanevo a terra, e lei, dall’altro lato, sospesa in aria.
LEI - Rimanevo sospesa in aria, per lunghi
secondi, ed era bello. Il mio amichetto, che pesava poco più di me, amava
trattenersi a terra, per gioco. Gliene ero grata, e anche un po’ dispiaciuta
per lui, che rimaneva a terra, nel solco polveroso creato dal suo seggiolo, io
in alto, all’altezza delle chiome degli alberi.
LUI - Tutto questo mi dava una bella e nuova
sensazione di potere. Potevo impedirle di scendere a terra. L’ho fatto, un paio
di volte, e l’ho tenuta lassù, beandomi delle proteste e delle minacce
scherzose che mi rivolgeva. Non era però ancora tutto.
LEI - Va bene, fingevo di protestare, ma solo
perché sapevo – il mio amichetto era così trasparente, così semplice – che in questo
modo lo avrei convinto a insistere. Avevo notato in lui, e negli altri nostri
amici, un’inclinazione al dispetto, alla ripicca, allo sgarbo: e semplicemente
la assecondavo per avvantaggiarmene.
LUI - La seconda volta, mentre ero seduto a
terra e indugiavo, rimandando la spinta che avrebbe permesso anche alla mia
amica di scendere, mi venne un pensiero. Ripartii subito dopo, e lasciai che lei
scendesse e salisse, scendesse e salisse ancora, e pensasse che mi fossi
stancato di tirarle scherzi. Ma intanto io lavoravo quel pensiero, mascherando
le mie intenzioni dietro al mio famoso sorriso condiscendente.
LEI - A volte mi guardava con quello sguardo
torpido da creatura marina. Penso che cominciasse a sentire una certa
attrazione per me, ma che non sapesse esprimerla. Perso che non sapesse nemmeno
riconoscerla. Sentiva solo, oscura, fastidiosa, una dipendenza, un legame, un
bisogno, che non poteva esprimere, se non attraverso un dispetto. Vederlo così
smarrito mi metteva allegria.
LUI - E proprio mentre lei, rassicurata, si
lanciava in una risata, lassù, e aspettava che la riportassi a terra, proprio
in quell’istante, ho messo in pratica il mio pensiero, e mi sono levato
improvviso dal mio seggiolo, facendola precipitare a terra. Un atto di pura
crudeltà, per quanto piccolo. Si è fatta davvero male, la mia amichetta, o il
suo pianto era solo un segno di delusione, di sorpresa addolorata? Non lo so, e
non mi importava allora. Ero di fronte al risultato di un mio puro atto di
crudeltà, più sorpreso di lei, e cominciavo a figurarmi le conseguenze: la fine
della nostra amicizia, una sgridata da mia madre e dalla sua, altri pianti, un
castigo di entità non prevedibile…
LEI - Eccolo, il dispetto. Più cattivo e
sciocco del solito, siamo d’accordo. Io a terra, nella polvere, con il sedere
dolorante, l’umiliazione di fronte agli altri bambini che interrompevano i loro
giochi e ci osservavano, e lui, il mio amico, stranito, impaurito anzi, mentre
io giuravo ad alta voce che non sarei mai più salita su un’altalena con lui.
LUI - Ne è valsa la pena? Non saprei, ero un
bambino pauroso di tutto, allora, anche di me stesso e dei miei pensieri. Oggi
non sono diverso, anche se quel gesto gratuito non mi sembra più così maligno,
ma solo sciocco.
LEI - Ero più forte di lui. Lo volevo
dimostrare da subito, smettendo di piangere, alzandomi dalla polvere con tutta
la dignità che mi veniva, fingendo che la delusione per quel comportamento fosse
noia per il gioco. Funzionò, direi. Ero più forte io. E la mia crudeltà più
sofisticata. Lo ignorai per mesi, fingendomi interessata da mille altre cose. E
alla fine, crudeltà suprema, lo perdonai davanti a tutti.




