giovedì 29 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 3

Insisto con gli stralci dalla tragedia "Il Laberinto o vero il Cnosside Rigetto" di Clodoveo Moro. Tocca oggi al celebre (celebre? Così comunque lo definiscono i curatori del florilegio da cui traggo il tutto, Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli) monologo iniziale dell'atto terzo.


Minotauro
Oh, che m'accade? Dove ora mi trovo?
Una capanna umìle e disadorna
veggomi attorno, ma certo nessuno
mi sta da presso… Come son qui giunto?
Doglia terribil repentina abbranca
il braccio, e brucia il sen! Quai patimenti
mi sfiancano, come dopo battaglia…
Ma mi rammento, ecco, e or so spiegarmi
il mio presente stato: or mi sovvengo,
dopo il deliquio, e veggo
ciò che condusse me a cotesto male.
Venne al mio covo il figlio di re Egeo,
in compagnia degl'altri, e inaspettato
pria di quanto imponesse la scadenza
venne: la cosa insospettir potea,
ma non badai al periglio, e sol contento
l'alma di ritemprar, ver' lor mi mossi,
verso coloro che sonmi donati.
Due, tre raggiunsi, e nel gratularmi
pel buon traversamento, ahimè, nol nego,
li sfracellai contro il soffitto nero.
Con l'altri presi a scusarmi della foga,
e l'inseguiva, e di loro tremori
sorrideva e dicea ch'era un errore…
tragico error, d'accordo, che m'accade spesso…
ma allor vidi tra quei fermo Teseo,
sprezzante la paura, farsi incontro:
lama brandiva che pria era rimasa
celata ai miei guardiani, e urla gittando
terribili si fece a me dappresso.
Sovr'esso mi scagliai, come infuriato
da' fumi di vendetta, ma il suo braccio
avvince il dorso mio, e l'altra mano
nel braccio mio profonda, in mar di sangue,
mentre sua bocca già invocava il divo
ch'io di pregar bramavo: "O Posidone,
mio padre" urlava "aiutami e proteggi
la vita mia dal mostro!" Et io più forte,
con più fervore Posidon chiamava,
lanciava suppliche con carca voce
ch'ei con le sue di coprir tentava,
pria che le sue con le mie l' facessi.
E il sangue tutto il braccio imporporava.
Ferale era la doglia, e indebolito
dall'ulcera, et incerto su le gambe,
fui facil preda dell'Egeide malo.
Tre pugnalate n'ebbi allo stomàco,
brucianti staffilate di tortura:
tre artigli d'avvoltoio penetraro
nelle viscere mie, e traballai
dal dolore annebbiato: un quinto colpo
di striscio squarcia il cranio sotto i corni,
donde fiottò con spasmo spesso sangue:
da questo fui ciecato, e brancolando
cercavo il vile che m'avea umiliato;
tastando intorno le note pareti,
scovai persone, le scannai d'un colpo,
ma non tra loro s'ascondeva il cane:
di lungi sghignazzare lo sentiva,
alle mie spalle sempre, e là dov'era
il suon de la sua voce invan voltato
giungeva: più veloce
Teseo fuggiva, e poi con motti atroci
m'apostrofava, non lasso e ridente.
"Degn'è Minosse d'essere nomato
solo cornuto" quel vil motteggiava,
"ché un ruminante gli donò sua capa,
la sua sposa chiavando, donna infetta,
madre d'aborti come tu dimostri!"
"Taci, insolente!" Inutili parole,
le mie contro sua lingua velenosa.
"Mostro repugnante,
fesse squarciasti a le giovenche in estro,
con quello di cui ora vo' privarti!"
Allor senza più speme
caracollavo da una roccia a l'altra,
temendo altre ferite, ma nessuna
più ricevendo dalla rossa lama.
"Sai che ti dico, toro? Son contento
ch' Androgeo femminella sie perito
pria di gittar nel fango a Maratona
quell'animal ch'io giustamente vinsi.
A massacrar tuo frate fecer bene,
con traditora mossa, e certo meglio
fia stato se tutta l'aprica Creta
fusse caduta nelle man d'Egeo!"
Così dicendo, il feritor fuggiva
e quinci e quindi, e vano inseguimento
compieva io seguendo la sua voce.
Solo sperava che il vil poco esperto
dei miei meandri tosto si perdesse
la via per il ritorno, e s'io pur fossi
occiso, ei pure nelle ignote grotte
morto sarebbe, per l'inedia e il freddo.
Così, quando crollai stremato e vinto,
sicuro di morir, solo il pensiero
di ritrovare nell'inferno, dopo
alcun tempo, quel mio nemico odiato,
mi rinfrancava. Svenni. Le ferite
inferte dal malnato non bastaro
dall'umano consorzio a cancellarmi.
Or quivi mi ritrovo, in loco ignoto,
e per la prima volta veggo luce
ch'è natural, che non da tede in fiamma
ma dall'astro benigno molle viene…

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