martedì 27 dicembre 2011

Da "Il Laberinto" di Clodoveo Moro, 1

Ho già pubblicato in questo blog, per sfizio, assaggi dalla "Sonettaja Massima" di Clodoveo Moro. Si trattava per lo più di mediocri e bislacchi sonetti tratti dall'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923 - una lettura che può segnare un'intera esistenza. Credevo di avere visto abbastanza: ma di recente mi è capitato di scovare, tra le sordidezze di un bouquiniste (a Parigi, ça va sans dire), un'altra antologia, il secondo volume del "Centone Aureo de la Poesia Tragica e Comica" compilato da tali Policarpo Settaglia e Marziano Pautasso Lugli, e pubblicato a Mondovì nel 1879. Vi ho scoperto un'opera del Moro che non conoscevo, la tragedia "Il Laberinto", in endecasillabi sciolti (con qualche settenario qua e là, chissà se per sbaglio o cosa). In essa, il Minotauro è presentato come una sorta di eroe prigioniero della propria natura, rispondente a una propria morale un po' giocherellona e un po' lamentosa; se ho ben capito, tra lui (o esso, fate voi) e Arianna (la sorella) è nata un'attrazione incestuosa che non porterà a nulla di buono. Resta da capire se Clodoveo Moro, nel dipingere la vita quotidiana del mostro nel Labirinto, abbia tentato una via anticonformistica al genere e al mito o semplicemente abbia peccato di insipienza controriformistica. Temo che nei prossimi giorni vi affliggerò con la trascrizione di alcune scene della tragedia moriana, finché non me ne stancherò io pure.

"Il Laberinto" - Atto primo, Scena prima
Minotauro
Attendere m'è male. Non v'è un altro
motivo di distrarmi, e solo un giorno
su trenta d'ogne luna porta gioie
in questo laberinto.
Attendere che un legno quivi rechi
il ben dovuto pegno ch'al mio padre
pur spetta m'è destin: contorta e fosca
la mia dimora attende i novi arrivi.
Androgeo, fratel mio, che fu occiso
da Atene con l'inganno e da Megara,
di vendicar Minòs pose il cimento:
fu dura guerra. Alfin, spenta la pugna,
Creta vittrice come scotto amaro
alle cittadi impose il rilasciare
ogn'anno sette e sette d'ogne sesso
fanciulli, per combattere il mio tedio.
Tanto sensibil sonmi le paterne
cure che oppongon a la solitudo
la società con giovin d'età pari.
Ciò mi compiacque, e già due fiate giunse
l'attesa prora con il giovin carco.
E già due fiate ristorai le membra
quelle stringendo tenere dei trepidi
prigioni miei: in lunghi girotondi
per fosse, anfratti, e per meati oscuri
li rincorreva, folle pel diletto,
ma quei fuggivan inspiegabilmente,
finché, preso un martìre, nol rendeva
alla terra, gravandolo co' calci,
crudo ma necessario atto d'arresto,
oppure sollevato, nol gittava
col cranio alle pareti, o, con le grinfie,
per trattenerlo alfin, non lo sbranava
in filamenti negri.
Pur anco è lungo un anno, e un tal diletto
un giorno dura, massimo due dì:
di tanto frale d'oggi è giovinezza;
né posso conservare in un serraglio
que' doni respiranti, l'occasione
buona attendendo di novelli spassi:
la brama di sbracciar m'è troppo forte,
perch'io, quando li veda, riesca solo
di risparmiarne alcun: perdo la testa,
allora, e non ragiono, e sol del sangue
a la vista m'arresto, non mai prima.
E duolmi già che il buon padre Minosse
con umana imponesse di pagare
carne non in eterno la sconfitta,
ma in soli nove anni: qual destino
mi tocchi dopo ciò, bene non so, ma
sarà credo agonia, e decadimento
di spirto e corpo fino a dura morte.
Già languo per un anno
finché non mi rinfranchino gli arrivi,
però qual presta acuta e orrida fine
si manifesterà, a tempo scaduto,
m'è facile pensarlo. Et io mi cruccio
già adesso. E non mi bastan le giovenche
mandate in Laberinto per oblio,
a tacitare il mio animo amaro,
ché non v'è gusto, non v'è gusto alcuno
nell'inseguir luride vacche e urlanti,
e ancor vive sciuparle fino a farne
brani, fino a ciecarle, o strangolarle
inerti: sempre bestie inespressive
sono, stupide, ottuse, et il lor muso
non sa mostrar di gioie e di dolori
l'aspetto o almen la traccia,
né la lor rude pelle, in stringimento,
fa quell'effetto ai diti ch'è pur grande
se umana pelle ho tra le man: ché il volto
d'un uomo nel dolore appare bello
et in pavore et in trepidazione
come maschera tragica, e commuove.
Pur non è vero quel che ne' crocicchi
di me si soffia: io carni non mangio,
né di que' fanti l'ossi vo' succiare:
ho in uggia il crasso gusto e sanguinoso
de' muscoli, dolciastro e umido gusto;
sol nutriscomi d'erbe, e ceste intiere
di fieni, di carrube e di fiorame
ogni giorno divoro. S'io propendo
allo squartar corpami è non capriccio,
ma termine fatal del mio desio;
ameni conversari sotto il foco
d'una teda amerei, e lunghe conte
di ciò che fuor avvien, ma purtroppo
anco non m'è accaduto d'incontrare
alcun che a' miei affetti survivesse.
E s'è mio istinto, vo di questo fiero,
e grato son del dono che annualmente
Minòs mi fa; certo che come casa,
queste budella in pietra son meschine:
buio per sempre, freddo e umidi venti,
e gocciolar di sotterranei fiumi:
ma gran sollazzo e lungo mi concede
quando rincorro e a rimpiattino giuoco
con un mio capro tra le volte e l'ombre,
centellinando quel supremo istante
in cui, presolo, mi divien l'oggetto
da dismontare e rimontar in mille
guise, secondo l'estro.
Ma sento alcuni passi, e peste tenui,
che già rintronan nella tana immensa:
parmi di riconoscere quel passo:
Arianna, mia sorella, la venusta
beltà di Cnosso, avanza a questo trono:
la spinge un gran motivo a questo rischio.

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