domenica 12 agosto 2012

"A gran giornate": la lettura di Giulio Cappa


Riporto il testo del bel servizio televisivo di Giulio Cappa andato in onda sabato 11 agosto 2012 nel TG della Valle d'Aosta delle 14: 


"Si ride molto leggendo il nuovo romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate. Un gruppetto di personaggi bizzarri viene gettato dall’autore in una storia che diventa un viaggio, durante il quale nessuna avventura viene loro risparmiata. C’è Onorato Casamagna, marito geloso di una bambola gonfiabi
le che forse è viva. C’è l’ambiguo Tullio Semenzani che cerca di fare il gigolò persino tra le frequentatrici di un santuario miracoloso. C’ è Nathan il sacrestano che a forza di spiare i visitatori di un campo nudisti, si converte anche lui al naturismo. C’è Franchino Spaventa che si sente tanto insignificante da diventare un antiréclame vivente della body art. C’è Gabriele Angous che in un ospedale sanatorio contende la personal nurse Francine all’ormai anziano barzellettista televisivo Marius Duprez. C’è un’inquietante coppia di affittacamere con un segreto chiuso in una stanza che la notte urla. C’è Ollssen, la sua polaroid e la sua avversione per l’uomo che abita in una casa a forma di salsiccia.

Morandini gioca ogni sorta di tiro ai suoi personaggi, compreso quello che dice io, compresi i lettori del suo libro, volta a volta trascinati in storie che rivelano sempre qualcosa di diverso da quello che sarebbe convenzionalmente prevedibile.
Il titolo del romanzo di Claudio Morandini - A gran giornate - così nascosto in bella vista contiene probabilmente la chiave di lettura. L'espressione significa “a tappe forzate, senza mai fermarsi”. Viene dai primi versi di un sonetto del Petrarca e sembra alludere sia alla meta del viaggio raccontato sia al senso del racconto - se vogliamo davvero trovarne uno oltre il piacere di leggere e la felicità di scrivere: 
La vita fugge, et non s'arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate."

Il servizio televisivo di Giulio Cappa, che ringrazio anche qui, è visibile su Youtube all'indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=E_tWB464Zv4&feature=youtu.be.

mercoledì 8 agosto 2012

Letture: "La Messaline" di Francesco Pona e Jean-François Lattarico


Jean-François Lattarico è uno studioso di Lione che dedica le sue ricerche all’esplorazione scrupolosa degli arcipelaghi letterari del barocco italiano. Conosco per ora due titoli a suo nome, uno corposissimo, Venise Incognita, dedicato alla produzione dell’Accademia veneziana degli Incogniti (Venise incognita. Essai sur l'académie libertine du XVIIe siècle, Champion, 2012), l’altro di dimensioni più ridotte ma non meno denso, l’edizione critica de La Messaline di Francesco Pona, romanzo del 1633 di cui Lattarico fornisce una sofisticata traduzione (Publications de l'Université de Saint-Étienne, 2009). Limitiamoci a quest’ultima opera, che ho letto con grande gusto in questi giorni.
Di Francesco Pona in Italia, al di là del lavorio di ricerca in ambito accademico, si sa poco o nulla; della sua vasta produzione sono reperibili solo le edizioni moderne di tre opere, in ogni caso non della Messalina. Le storie letterarie parlano di lui per cenni, citandolo tra i poligrafi dell’epoca barocca. Lattarico invece ne fa uno dei protagonisti del fermento culturale seicentesco, ne mette in luce l’apporto personale, in termini di stile, suggestioni tematiche e ossessioni, alla nascita e alla fortuna del genere del romanzo. D’accordo, stiamo parlando di un’idea di romanzo assai diversa dalla nostra, e anche da quella del romanzo che si sarebbe sviluppato in Europa tra Settecento e Ottocento. Il romanzo barocco è un genere che germina dalla narrazione storica, annalistica, è sentenzioso e moralistico secondo dosaggi non più sopportabili, e lo è anche quando insiste nel dipingere il vizio e la depravazione; è caratterizzato da sovraesposizione stilistica, sovrabbonda di figure, di ammiccamenti mitologici.
Eppure, come mette bene in luce Lattarico, gli scrittori che lo praticano sono ben coscienti delle novità insite in questo genere: la libertà formale e retorica nella costruzione – una libertà che accoglie digressioni, scarti, sperimentazioni –; l’esercizio della complessità narrativa, dunque, in una dimensione laboratoriale; la superiorità rispetto ai generi paludati della storiografia, della tragedia e dell’epopea, proprio in quanto somma del meglio di questi generi, oltre che di diversi altri; una più libera vicinanza al “vero” attraverso la pittura delle passioni umane. Il romanzo, nelle parole di chi lo ha praticato nel Seicento, ricorda Lattarico, sembra davvero, più di altre forme illustri, la palestra per esercitare il senso dello “stupore”.
Di suo, Pona aggiunge a quanto detto un gusto particolare per l’analisi delle passioni estreme come patologie; medico di formazione, Pona usa volentieri un lessico tecnico, e sembra delineare la biografia romanzata di Messalina come lo sviluppo di un caso clinico. La traduzione di Lattarico, in un francese di eleganza atemporale, ne preserva l’esuberanza lessicale, la sentenziosità di gusto tacitiano e giovenaliano, le tournures sintattiche. 

martedì 7 agosto 2012

Un altro inedito di Ethan Prescott

Dopo la pubblicazione di "Rapsodia su un solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov" (Manni, 2010), in cui Carl Thalberg ha raccolto molte delle pagine del giovane musicista di Philadelphia Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, si sono scoperti altri appunti e minute di Prescott sul vecchio compositore russo. Prescott era fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. La morte improvvisa non gli ha concesso il tempo di dare una stesura definitiva alle sue carte, rimaste in più mani e solo parzialmente edite grazie alla cura del suo compagno Carl Thalberg.
Ecco un altro frammento inedito del diario di Prescott, uno dei tanti apparsi dopo la pubblicazione di Rapsodia su un solo tema. In esso compare anche la giovane assistente di Dvoinikov, Polina, che tanta parte ha in "Rapsodia", come interprete tra i due compositori ma anche, verrebbe da dire, come deus ex machina.


Mi commuove l’Elegia funebre per quartetto d’archi che Dvoinikov ha scritto nel 1932 per la moglie Katerina. La dedica allude a un lutto che rimane misterioso – forse un animale domestico, o, più scherzosamente, un caro oggetto andato perso o caduto, o rubato. “Per consolarla di una perdita tanto grave, per asciugarle le lacrime dal bel volto” dice il frontespizio (Polina, che mi ha appena mostrato delle fotocopie del manoscritto, traduce impassibile, e sul momento questa impassibilità mi lascia interdetto).
Scorro l’Elegia, due pagine di malinconico rimuginare attorno a un tema discendente di cinque note, la, la bemolle, fa, mi, re bemolle. Armonicamente scabro, oscilla tra re minore (un si bemolle in chiave) e la minore, ma sostanzialmente resta immobile, «come acqua di lago di notte» (questa è di Polina). Un epicedio di scherzosa mestizia, scritto forse con ironia affettuosa. Lo chiedo a lei.
«Che cosa te lo fa pensare?» mi chiede a sua volta.
«È tutto così… Insomma, è uno scherzo o no? E a quale perdita si riferisce la dedica?»
«Ma no, Rafail Nikolaevich è sempre serio, sempre. Anche quando gioca. Dovresti averlo capito, ormai.»
«Io veramente credo che…»
«Ora però guarda questo.»
Prende altre due fotocopie di un manoscritto. Un’altra Elegia, non più funebre. Anche questa per quartetto d’archi.
«Ma è la stessa musica!» dico, dopo aver dato una scorsa. «Con qualche differenza, d’accordo, le indicazioni agogiche sono diverse, ma… Che dice la dedica?»
«Dice: “A Irene, per sopportare la lontananza”.»
Chiedo chi sia Irene. Oh, un’amica, o meglio un’amante, suggerisce Polina, che ora si lascia scappare un mezzo sorriso. Un’amante che non è stato possibile individuare – una delle tante, in quegli anni cupi, la cui oppressione poteva essere attenuata solo da amori frequenti e furtivi.
Torno sul brano. Attraverso minime varianti, ora il pezzo suona non più come un lamento funebre, sia pure scherzoso, ma come l’allusione a uno strusciare di mani su vestiti – o come l’ansimare di due corpi che si desiderano, fate voi. Mi piacerebbe condividere questa suggestione con Polina, ma non vorrei metterle in testa chissà che, e taccio.
Lei approfitta del mio silenzio per allungarmi un altro paio di fotocopie.
«Ma è sempre la stessa Elegia» mormoro. I due o tre ritocchi che noto a un primo sguardo non  nascondono che la materia di cui sono fatte queste pagine è quella che ho già vista due volte. Ora un’indicazione chiede un “Tempo di Marcia”, e diversi puntini posti sulle note richiedono staccato – ma la sostanza non cambia, l’identico tema discendente, la medesima oscillazione armonica.
«Questa volta» sorride Polina «il pezzo era dedicato a un tizio del Partito che aveva messo su un quartetto d’archi con tre amici.»
«Il titolo è diverso» noto, e provo a cincischiare quel cirillico, facendola ridere.
«Inno alla Vittoria» conferma Polina.
«Quale vittoria?»
«E chi lo sa?»
Non nascondo a Polina il mio imbarazzo. Dvoinikov ha ripreso quella pagina, che all’inizio mi era parsa ispirata a una fresca malinconia, e l’ha riciclata senza sforzi, dalla moglie all’amante, all’amico funzionario. «A chi altri?» chiedo.
Polina sospira, sorride, esita. «Ad altri quattro» dice, la mano davanti alla bocca, in un gesto infantile di ritrosia. «Ma è normale, lo facevano in tanti, i pezzi rimanevano privati, come vedi non hanno numero d’opera né data e non sono mai stati stampati, la possibilità che si scoprissero le somiglianze era davvero remota. I dedicatari erano tutte persone che non avevano alcuna relazione tra loro.»
Le domando chi fossero questi quattro.
«Vediamo. Un’altra amante. Un amico di gioventù diventato direttore d’orchestra al Kirov. Un tirapiedi di Galavamov da compiacere per approfittarne nei momenti più difficili. E poi di nuovo sua moglie Katerina Dvoinikova, che a detta di Rafail Nikolaevich ha sempre avuto una cattiva memoria, anche prima della malattia.»
«Ma è tutto così cinico
«Non lo facciamo tutti, con i regali di Natale? O in molte altre circostanze?»
«Be’, che c’entra, è diverso… Potrei studiare meglio le partiture?»
«No.»
«Posso almeno citarle in una nota?»
«No, caro Ethan. Rafail Nikolaevich non vuole che circolino. E non vuole nemmeno che se ne sappia qualcosa. Erano piccoli regali privati, capisci.»
«Perché ne parli al plurale? Era un regalo solo!»
La mia reazione – un’indignazione poco convinta, in un tono quasi in falsetto che detesto e che mi viene quando mi innervosisco – la fa ridere di cuore. Va bene, ammetto, l’uomo è capace di ben peggiori cinismi, di simulazioni ben più gravi. Quante menzogne, ben peggiori di questa Elegia, che oltretutto ha un suo garbo, una sua bellezza un po’ grigia – quante menzogne abbiamo pronunciato nel corso della nostra vita, con lo sguardo fisso a nascondere l’imbarazzo e a depistare gli sguardi altrui? In fondo, ragiono a mezza voce, c’è di peggio che riciclare lo stesso pezzo cambiando appena titolo, e nemmeno sempre. E la particolare situazione storica (e politica, e umana) in cui Dvoinikov viveva può discolparlo.
«Ma se non posso occuparmene» insisto «perché mi hai fatto vedere queste pagine? È irritante doverle ignorare come se non fossero mai state scritte… Sei crudele, Polina.»
«Veramente» dice lei, con uno dei suoi sorrisi, «è stato Rafail Nikolaevich a volere che tu scoprissi questi pezzi. E ha insistito perché io gli raccontassi le tue reazioni.»

Giunti a questo punto, siamo colti però da una perplessità. Ethan Prescott sapeva bene che la musica, l’arte anzi, è fatta per lo più di rimandi, prestiti, parodie, furti, contraffazioni, estorsioni, e che la storia dell’arte è la storia di materiali tematici che passano dall’uno all’altro, che pomposamente attraversano i secoli o più modestamente vengono rigirati come calzini, a seconda dell’occasione, dell’intenzione, della faccia tosta. Egli stesso saprebbe snocciolare i nomi, a lui cari, e i titoli al centro di questa plurisecolare girandola di travasi. Anche la sua musica – sua di Prescott – è frutto di contaminazioni, cercate o trovate, di rimandi ad altro, a un altro lui stesso, è figlia insomma di un atteggiamento istintivamente post-moderno (un termine che, va dato atto a Prescott, in “Rapsodia su un solo tema” non è mai citato). Per questo ci stupisce lo stupore di Prescott dinanzi al riciclaggio operato da Dvoinikov. Il giovane compositore di Philadelphia non era così ingenuo, e soprattutto non avrebbe reagito con il candore che traspare da queste pagine al “cinismo” con cui Dvoinikov trova più destinazioni per un semplice materiale motivico: in fondo sa bene che sono “note, solo note”, secondo la formula con cui Dvoinikov lo ha riportato più volte al livello della pura artigianalità, che è fatta anche di questo, di parsimonia, di etica del riciclaggio.
Insomma, e per concludere: ci sorge il sospetto, tutt’altro che peregrino, che queste pagine in impeccabile angloamericano siano in realtà apocrife, come forse altro materiale diaristico e critico attribuito a Prescott e pubblicato successivamente alla sua morte. Chi ne sia il vero autore – o la vera autrice – potrebbe essere al centro di una futura indagine filologica. 

domenica 5 agosto 2012

"A gran giornate": l'opinione di Fabio Mazzoni

Fabio Mazzoni (autore de "La voce del muto", http://www.lavocedelmuto.com, romanzo autoprodotto che ho avuto il piacere di presentare l'altro ieri sera a Etroubles, in Valle d'Aosta) scrive a proposito del mio "A gran giornate": 


Raramente mi è capitato di leggere romanzi di una tale forza narrativa e visionaria.
Con una lingua perfetta, fatta di sottrazione, Morandini ha costruito un romanzo popolato di personaggi istrionici e divertenti, condito di invenzioni e sorprese nella migliore tradizione di autori come Buzzati, Calvino e Celati.
Ma A gran giornate è anche una lucida e brillante riflessione sulla condizione dell'uomo contemporaneo e altro altro ancora.

domenica 29 luglio 2012

"A gran giornate": l'opinione di Letizia

Finito già da giorni, a meno di ventiquattr'ore da quando lo avevo iniziato, non riuscivo a fermarmi. Gli ultimi capitoli sono talmente tanto privi di risposte a domande non formulate, che sembrano essere la risposta a tutte le domande. È stupendo.
Così mi scrive un'amica lettrice, Letizia, su facebook, a proposito di A gran giornate". La ringrazio anche qui.

sabato 28 luglio 2012

"A gran giornate": l'opinione di Raffaella Chanu

Copio una divertita email che l'amica Raffaella mi ha scritto dopo aver finito di leggere "A gran giornate":
Grazie per i piacevolissimi momenti che mi ha donato il tuo libro. 
Ti prego, toglimi una curiosità: la frequenza con cui compaiono coniche, reali o figurate - o termini derivati dai loro nomi - ha un significato simbolico? (Azzardo: le sezioni - numerate - del libro stanno al mondo narrato come le sezioni di Apollonio al doppio cono?). Il getto a "iperbole perfetta", anziché la banale parabola, rispecchia una modifica del mondo fisico o della dinamica soggetto interpretazione rappresentazione? Mi ha suggerito un affascinante (e inquietante) percorso da Galileo a Lacan.
Io, naturalmente, ringrazio di cuore Raffaella, anche se non sono in grado di dare alcuna risposta alle sue domande.

"A gran giornate": l'opinione di Giorgio Vigna

Mi ha scritto tra le altre cose l'amico Giorgio Vigna a proposito di "A gran giornate": 
Quello che ho trovato leggendoti - risate, inquietudine, frasi da sottolineare, curiosità per la vicenda, personaggi memorabili, più livelli di lettura e uno di quei finali che ti fa chiudere il libro con un sorriso soddisfatto e meditabondo - è ciò che io chiamo letteratura.

venerdì 27 luglio 2012

"A gran giornate": l'opinione di Giorgio Bàrberi Squarotti

"È davvero un'opera originalissima e mirabile, con un inizio clamoroso e stupefatto; ma continui sono le invenzioni, gli stupori, i giochi, le metamorfosi. C'è nel fondo una sottile inquietudine che si fa più acuta a mano a mano che la vicenda va avanti". Così mi scrive tra le altre cose Giorgio Bàrberi Squarotti, in una lettera che mi è particolarmente cara, a proposito di "A gran giornate". Bàrberi Squarotti parla anche di "scatti notevoli di terrore e di angoscia, fino al viaggio finale che via via si solleva fino alla visionarietà e alla metafisica".
Non resisto alla tentazione di rendere pubbliche queste righe.

martedì 24 luglio 2012

"A gran giornate": le prime presentazioni

Qualche foto dai primi incontri dedicati al mio quinto romanzo. Le prime immagini risalgono al primo giugno: in quella serata, ospitata al Brancaleone di Roma, intitolata "Parentele fantastiche" e dedicata al tema dell'indipendenza, ho letto un paio di pagine da "A gran giornate", non ancora uscito, abbinandole a un frammento dal Satyricon di Petronio. La serata è stata trasmessa in diretta su Radio Popolare.
 Gli altri lettori erano Fabio Donalisio, Paolo Morelli, che aveva organizzato la serata, Massimo Baroni, Fabio Ciriachi, Carlo Bordini.


Il 17 luglio ho presentato "A gran giornate" ad Arvier (Ao), nel primo incontro della rassegna I Martedì letterari, a cura della Biblioteca Comunale. Accanto a me, Nathalie Dorigato.




Il 20 luglio, Stéphanie Hochet e io abbiamo dialogato sui nostri due romanzi, "Les éphémérides" e appunto "A gran giornate", presso il Café Librarie di piazza Roncas ad Aosta.

lunedì 23 luglio 2012

"A gran giornate" sulla stampa locale


Comincio a leggere, sulla stampa locale, qualche articolo su “A gran giornate”, che oggi su “Gazzetta Matin” Stefania Celesia, accennando all’incontro del 4 agosto a Cogne, definisce “un inquietante romanzo picaresco”.  Di “una svolta in senso divertente e divertito, tra il picaresco e l’avventuroso… con situazioni al limite del paradossale” parla anche (e invece) Corrado Ferrarese su “La Vallée Notizie” del 21 luglio (sto andando a ritroso, chissà perché); “una metafora di questi tempi di assoluta incertezza che vede protagonisti, come in una sorta di proiezione delle nostre tribolate esistenze, figure che cercano di delineare un proprio spazio all’interno di ambienti ostili”.
“Racconti di vita contemporanea che, a poco a poco, assumono tratti sempre più surreali”: così è presentato “A gran giornate” su “La Stampa” del 17 luglio in un articolo siglato D. J. sui Martedì letterari ad Arvier. In un pezzo a proposito dello stesso ciclo di eventi, su “La Vallée Notizie” del 14 luglio Nathalie Dorigato scrive: “Una divertente epopea degli umili… ricostruita come un moderno Satyricon, a frammenti di capitoli che giocano a nascondino con le emozioni dei personaggi. Autocitazioni, ammiccamenti alla letteratura punzecchiano il lettore di questo romanzo vivido di dialoghi”.