«Il Satyricon per come ci è giunto, intendo, profondamente segnato dal tempo, scampato all’oblio ma a pezzi, abitato da personaggi che vanno e vengono, scompaiono e riappaiono, e hai l’impressione che le avventure più eccitanti siano quelle perdute per sempre.»
Invitato da Giacomo Verri nel suo blog (un vero e proprio salotto, ottimamente frequentato) a parlare di un libro per me fondamentale, torno sul Satyricon di Petronio e dico due o tre cose che mi stanno a cuore. La rubrica che ospita il mio pezzo si intitola, non a caso, "Libri tanto amati": date un'occhiata, vi compaiono interventi ammirevoli.
https://giacomoverri.wordpress.com/2016/11/03/libri-tanto-amati-claudio-morandini-e-il-satyricon/
giovedì 3 novembre 2016
lunedì 31 ottobre 2016
Da Diacritica n. 11: Laurence Plazenet
Di certi saggi accattivanti si dice che si leggono come romanzi; di Solo l’amore, romanzo di Laurence Plazenet, professoressa della Sorbona ed esperta di letteratura del XVII secolo, si dovrebbe dire che si legge come un saggio. Lo ha tradotto, preservandone l’assorta eleganza, Simona Carretta per la collana «Elit – European Litterature» diretta da Massimo Rizzante per Mimesis.
Più che raccontare, in effetti, Plazenet contempla: e nel contemplare gli effetti anche minimi della passione amorosa traccia uno studio entomologico che si muove entro i confini (dettagliatamente evocati e insieme stilizzati) del romanzo storico ambientato nella Francia del Seicento. Un castello, la solitudine di una vita (quella della giovane Catherine d’Albrecht) isolata in una rete rada di rapporti umani, colma invece di libri, un padre assente o troppo assorto dietro ai propri fantasmi, una passione amorosa (non corrisposta, non equilibrata) per il proprio precettore, un Ramón che più che vivere l’amore lo sperimenta e ne discetta, distaccandosene grazie all’appoggio a filosofi e sistemi filosofici, lunghe attese di un incontro rivelatore e delusioni successive, ricerca o meglio scoperta di attività che facciano da surrogato all’amore e attutiscano il dolore della perdita. Ecco gli ingredienti di questo romanzo-saggio, in cui la dimensione letteraria, la scrittura, la trasmutazione della vita in parole, sembrano le uniche forme in grado di attribuire significato ai moti dell’animo e agli impulsi profondi dei personaggi. Per converso l’amore acuisce i sensi, rende più profonda la vista, sembra donare maggiore profondità al pensiero, maggiore vastità alla propria visione del mondo: senso illusorio di apertura, che però termina con ulteriori chiusure, esìli, fughe.
Consolazione, droga ottundente, la letteratura conforta gli animi esacerbati e li storna da fissazioni troppo dolorose: è la traduzione dell’amore e la chiave per il suo superamento, funge da sublimazione e, assieme alla filantropia, da terapia; vi è in essa, se praticata a un livello superiore di dedizione, qualcosa dell’estasi mistica. L’amore sembra diventare più trasparente, sembra svelarsi nei suoi meccanismi più reconditi, a patto che sia accomodato nei capitoli di un libro, nelle stanze di un poemetto. La letteratura permette all’innamorata delusa, respinta e logorata dalla sofferenza e dal dubbio, di vedersi soffrire come un personaggio e di compiangersi con la leggerezza con cui si compiange un personaggio.
Non c’è solo la passione amorosa per Ramón, nel romanzo ricco di sottigliezze di Plazenet; c’è l’amore che Catherine nutre per il padre, creatura distante eppure fragile, auto-esiliatasi dopo la scomparsa della moglie; e c’è quello struggente per la figlia avuta da Ramón, struggente e impotente, vista la morte prematura della piccola. Qui, a soccorrere Catherine nella manifestazione del suo amore doloroso, entra la pittura: il suo lutto è rappresentazione di un lutto materno, è una Pietà drammaticamente interpretata, che non è per questo meno vera, ma solo vissuta in modo sopportabile e come vista dal di fuori.
Alla fine, isolata dal mondo, disincantata anche riguardo al potere consolatorio dei libri, concentrata nell’attesa della morte e, potremmo dire, tumulata nel castello in quelle che paiono prove generali delle esequie, Catherine è incapace però di svincolarsi dall’immaginazione, è costretta ancora aphantasmer, a ripercorrere con il pensiero le occasioni avute e quelle mai avute con Ramón. L’epilogo, su cui non insisteremo per non rovinare il piacere intellettuale dello svelamento finale, sembra comunque riconciliare, nella sofferenza e nel rimpianto, i due amanti separati da troppo tempo.
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Da Diacritica n. 10: Daniel Krupa, Mariana Enriquez
Mariana Enriquez, nella trilogia di racconti Quando parlavamo con i morti, che Caravan ha pubblicato nel 2014 nella precisa traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi, conosce bene il senso della misura: ha cioè quella capacità di suscitare inquietudine e disagio attraverso il non detto, l’allusione, il depistaggio. Evoca con ammirevole asciuttezza situazioni che, nelle premesse, farebbero pensare a sviluppi truculenti, a chiusure splatter, ma sa che il vero orrore sta proprio in quelle premesse e nella sollecitazione del senso dell’attesa, e che ogni esplicitazione dell’orrore rischia di suonare inadeguata, forzata, retorica. Sa anche che dinanzi all’orrore della storia – e qui non possiamo non collegarci alla provenienza dell’autrice, all’Argentina la cui storia recente ha fornito esempi devastanti –, di fronte al sanguinamento delle ferite ancora recenti, alla tensione di conflitti sociali e politici irrisolti e potenzialmente esplosivi, dinanzi alla perversa inventiva del male al servizio della dittatura, la letteratura, se vuole rimanere tale e non farsi semplice servizio di denuncia, può solo inchinarsi, al massimo lavorare di allegoria, abbassare la voce più che urlare – ne uscirà in ogni caso una voce potente, frastornante, che parlerà per immagini comunque chiare.
I morti evocati dalle ragazzine nel primo racconto, che dà titolo alla raccolta, e i bambini revenantche popolano l’ultimo e più ampio, Bambini che ritornano, sono lì, testimoni laconici di una violenza passata che tutti hanno preferito rimuovere, sono le vittime, oltre che delle epurazioni e delle uccisioni di massa, di una gigantesca damnatio memoriae; non c’è bisogno che agiscano, basta la loro presenza a scatenare reazioni, a suscitare un profondo disagio che non diventa catartico – verrà in mente a qualcuno Les Revenants, il serial francese di Fabrice Gobert, che però al confronto sembra una brillante ma un po’ accademica esercitazione. Il racconto di mezzo, Le cose che abbiamo perso nel fuoco, incentrato sul tema della violenza maschile contro le donne, inventa l’atroce atto di ribellione dell’autocombustione, esibita come scelta estrema e provocatoria da una comunità femminile. Allegoria non peregrina, come le altre, anche trasparente, ma non per questo ovvia.
Più lieve, almeno nello stile sbarazzino, il breve romanzo Serpenti, di Daniel Krupa, sempre edito da Caravan nel 2014 (nella traduzione di Vincenzo Barca). Tre ragazzi, Fanta, Polonio e Seco, indecisi se continuare a sentirsi adolescenti o tentare il balzo verso un’età più adulta, si misurano con una sorta di rito di iniziazione passando qualche giorno di vacanza in una estancia perduta nella foresta tra Argentina, Paraguay e Brasile. Dei tre, Fanta è quello più complesso: alle sue fisime unisce un certo interesse per la letteratura e una capacità di osservazione che agli altri due manca. Naturalmente tutto andrà storto (il che garantisce la tenuta anche umoristica del romanzo): l’ofidiofobia di Fanta, unita a una certa ipocondria, condizionerà i tre, la zuppa di funghi allucinogeni li porterà a confondere realtà e delirio per un bel pezzo, ripicche, litigi, incontri inaspettati, incidenti, malori faranno il resto. L’iniziazione alla vita si fa anche sessuale, in una scena a tre che rischia sempre di precipitare nella farsa atroce e invece rimane tra l’imbarazzante e il misterioso.
L’approccio di Krupa a questa materia oscilla appunto tra il puro intrattenimento con sbandateslapstick e il desiderio di insistere sull’inquietudine e il mistero (e un senso di minaccia e di scivolamento verso il peggio che condiziona gli ultimi capitoli, in cui i segnali misteriosi e inquietanti si accumulano senza consentire una totale decifrazione).
http://diacritica.it/recensioni/recensioni-a-mariana-enriquez-quando-parlavamo-con-i-morti-e-a-daniel-krupa-serpenti.html
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Da Letteratitudine: Grazia Verasani
Grazia Verasani
“Lettera a Dina”
Giunti, 2016
Nel nuovo romanzo di
Grazia Verasani, “Lettera a Dina”, uscito quest’anno per Giunti come il
precedente “Mare d’inverno”, due personaggi femminili si incontrano, misurano
le proprie incompatibilità eppure si attraggono e si stringono in un’amicizia
appassionata nella politicizzata Bologna degli anni Settanta, tra scuole medie
e liceo; si abbandoneranno, a un certo punto, per seguire strade
inconciliabili, ma finiranno per ritrovarsi uniti nella memoria: uno è l’io
narrante, una ragazza curiosa, buona, inquieta il giusto, “comunista” da sempre
ma incuriosita dal mondo della borghesia benestante, stabile pur nei
cambiamenti dovuti alla crescita e alle dinamiche dell’esistenza; l’altro
personaggio è appunto Dina, “fascista” più per sfizio e gusto della
provocazione che per sentita vocazione ideologica, piuttosto spinta da una
disperata voracità consumistica, affascinante proprio perché diversa e inafferrabile, in continua
metamorfosi tra fasi di rapinosa bellezza e altre di abbrutimento.
La prima possiede la
solidità necessaria per superare le crisi, per opporsi a derive
autodistruttive, e rimane sincera con se stessa e gli altri; la seconda,
invece, tra sbandate bulimiche e comportamenti compulsivi, finirà per perdersi
nell’alcool e nelle droghe pesanti, in un crescendo di bugie e depistaggi
sempre più goffi. La morte di Dina, la sua scomparsa rappresentano l’oggetto di
quella ricerca che dicevamo, che però è un affaire
personale, un fare i conti con un momento opaco del proprio passato più che con
un mistero da risolvere.
Due figure così opposte
eppure complementari – se vogliamo leggerli come fossero elementi musicali –
potrebbero ricordare le dinamiche che si creano tra il tema A e il tema B di
una forma sonata: diversi per natura, eppure destinati a legarsi in uno
sviluppo che li concili.
La musica, in effetti, ha
un ruolo fondamentale nel bel romanzo di Verasani. È dall’ascolto casuale di
una canzone degli Alunni del Sole, “E mi manchi tanto…”, che si scatena il ricordo,
rimosso per tanti anni, dell’amicizia adolescenziale tra la narratrice e Dina.
Anche in altre parti del romanzo la musica è questo: evocazione di sentimenti
contrastanti e di straordinaria intensità, colonna sonora di situazioni alle
quali rimarrà aggrappata per sempre nel ricordo, proiezione (anticipazione,
amplificazione) di situazioni e momenti cruciali; compagna consolatrice,
terapia della sofferenza dell’anima, distillato (in poche parole, in pochi
accordi, quando si tratta delle canzoni che punteggiano il romanzo) di uno
stato d’animo.
La musica in “Lettera a
Dina” svolge anche un altro ruolo: caratterizza un’epoca, segna lo scorrere del
tempo, certifica lo spirito di determinati anni. Per noi che abbiamo vissuto
quegli anni, magari in altre città anche più sonnolente, tutti quei titoli
diventano potenti madeleines
evocatrici (da “Pop Corn” de La Strana Società a “Polli di allevamento” di
Gaber, da “Perché no?” di Battisti a “Parsifal” dei Pooh), assieme ai titoli di
film e libri (“Porci con le ali”, “Ecce Bombo”, “Bilitis”…) e di programmi
televisivi, al “Corriere dei ragazzi” e a “Burda”, alla morte di Giovanni Paolo
I e agli spettacoli di Carmelo Bene: e rimaniamo indecisi tra l’abbandono
complice al gioco della nostalgia o il distacco di chi, raggiunta la maturità,
contempla il proprio passato come la vita di qualcun altro.
Accanto alle canzonette,
qualche classico (Sibelius, Rachmaninov, Bellini, Liszt…) frutto degli
interessi della protagonista narrante e dei suoi studi musicali. A volte questa
particolare competenza musicale colora di un’immagine imprevista una
situazione:
«Sono confuso» mi aveva detto R. quella sera, col tono di chi farà di
tutto per eliminare un eccesso di ridondanza strumentale da un brano solistico.
Analogamente, la relazione
con l’amico R. viene descritta così poche righe dopo: Eravamo ancora in una specie di backstage, durante il nostro concerto,
come due romantici studenti fuori corso.
Il tempo, in questa
vicenda che intreccia passato e presente, è l’altro vero protagonista. E Grazia
Verasani ci fa sentire l’intricata commistione della personale quête della protagonista narrante
attraverso un escamotage interessante: racconta l’indagine nel presente
ricorrendo al tempo passato, facendolo così sprofondare indietro, e con la
vividezza del tempo presente racconta la persistenza del passato indagato e
ritrovato.
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/10/21/lettera-a-dina-di-grazia-verasani/
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Da Letteratitudine: Kazuo Ishiguro
Kazuo Ishiguro
traduzione di Susanna Basso
Einaudi, 2009
Sceglie la via della
commedia agrodolce, Kazuo Ishiguro, nei racconti di ispirazione musicale che
Einaudi ha pubblicato nel 2009 nella limpida, spigliata traduzione di Susanna
Basso con il titolo “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo”.
L’effetto complessivo,
piuttosto lontano dalle atmosfere sottilmente, inquietantemente mélo di romanzi
come “Quel che resta del giorno” o “Non lasciarmi”, è quello di un mondo di
passioni, illusioni (composte) e conseguenti delusioni (mai davvero dolorose),
che può ricordare, quanto a ritmo e situazioni, certe canzoni dei bei tempi
andati tra il sentimentale e l’ironico, diciamo tra Noël Coward e Cole
Porter: brio up-tempo, svenevolezze
virgolettate, arguzie british e
sottintesi tenuti sotto controllo. Nei dialoghi, nella predilezione per musiche
dell’età dell’oro della canzone e del jazz, sembra a volte di trovarsi dalle
parti del Woody Allen migliore, quello in cui l’umorismo (anche la comicità più
disarmata) non esclude scivolate verso il dramma (che però qui, in Ishiguro, è
sempre solo accennato, o per meglio dire eluso).
Lo humour perfettamente british di Ishiguro predilige toni meno
farseschi (con l’eccezione del racconto intitolato “Come Rain Or Come Shine”, vera
e propria comica slapstick al
rallentatore), conversazioni più composte, in cui il non detto finisce per
essere più importante delle parole, paradossi meno compiaciuti. Non è cinema, in
effetti, è piuttosto teatro, anche nel taglio delle scene, e poco importa che
alcuni racconti siano ambientati in luoghi esterni come i rii e le piazze di
Venezia o le campagne inglesi.
La musica è raccontata
attraverso le vite sempre in bilico di musicisti che vivono di essa: in cerca
di riconoscimenti, di successo, anche solo di stabilità economica, questi
musicisti (che sono esecutori, ma ambirebbero a essere qualcosa di più, ora compositori,
ora grandi interpreti), si confrontano a volte con modelli illustri ma ormai in
declino (in “Crooner”), o si trovano dinanzi ad altri colleghi che si sono
rassegnati a ruoli di contorno (come nel sottilmente amaro “Malvern Hills”, in
cui l’io narrante, chitarrista in cerca di riconoscimento, rivela a poco a poco
il suo opportunismo un po’ egoista, l’idealismo ingenuo e velleitario). In
“Violoncellisti”, l’ultimo racconto, ancora una volta di ambientazione veneziana,
l’io narrante del musicista di turno (violoncellista di una delle tante
orchestrine di piazza San Marco) è messo a confronto con la figura affascinante
di una dotatissima violoncellista che però non ha mai più preso lezioni da
quando era bambina – questo è anche l’unico racconto in cui si sfiora il
repertorio classico e vengono fatti i nomi di Britten e Rachmaninov.
Talvolta la musica è in
sottofondo, risuona da dischi (CD, o preferibilmente vecchi vinili), affonda nei
ricordi di gioventù. Sembra allora che non se ne parli, che la musica sia stata
dimenticata, invece è lì, nascosta tra le cose non dette, sedimentata nei
rapporti di amicizia coltivati sin dalla gioventù, nei gusti musicali che
rafforzano o appannano queste amicizie (in “Come Rain Or Come Shine”).
In tutti i racconti,
insomma, le ambizioni dei personaggi vengono messe alla prova, le vite piene di
speranza si avviano verso un declino morbido ma palpabile. I veri talenti stentano
a essere riconosciuti, nel mondo tratteggiato da Ishiguro, ormai contaminato
dall’industria dello spettacolo, mentre a contare sono piuttosto l’apparenza,
l’esteriorità, la bella faccia: si pensi al talentuoso saxofonista di
“Notturno”, spinto dal suo agente a farsi una plastica facciale per apparire
più bello e arrivare quindi al successo, o al chitarrista di “Malvern Hills”
che si vede rifiutare le proprie creazioni da ottusi esponenti del sottobosco
pop e rock inglese.
Eccolo, il “crepuscolo”
evocato nel sottotitolo, eccoli gli accordi in tonalità minori con cui si
chiudono duetti e terzetti anche brillanti.
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/09/29/notturni-di-kazuo-ishiguro/
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domenica 30 ottobre 2016
Altre interviste (Zest, Goodbook)
Su ZEST Letteratura Sostenibile compare una bella intervista a cura di Antonia Santopietro.
Su La scimmia dell'inchiostro, il blog del sito GoodBook, compare la trascrizione di una conversazione telefonica attorno a Neve, cane, piede e Viaggio al centro della terra.
Su La scimmia dell'inchiostro, il blog del sito GoodBook, compare la trascrizione di una conversazione telefonica attorno a Neve, cane, piede e Viaggio al centro della terra.
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Su Il Reportage
«Adelmo Farandola ci piace pensarlo come uno tra noi, che abbia scelto di non farsi troppo notare (o all’opposto di segnalarsi in modo paradossale), in quella riduzione progressiva al nulla che ripete la fatalità dell’esistere. La vita è il luogo in cui tutto può diventare malinconico o spaventoso, come la terra dopo una nevicata.»
Così Gilda Policastro conclude la bella recensione di Neve, cane, piede apparsa sul n. 28 de Il Reportage, attualmente in libreria.
Così Gilda Policastro conclude la bella recensione di Neve, cane, piede apparsa sul n. 28 de Il Reportage, attualmente in libreria.
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Su Critica Impura
La rivista Critica Impura pubblica un breve, acuto saggio di Fabio Ciriachi intitolato Scrivere male. Noterelle sulla lingua di “Neve, cane, piede” (Morandini) e di “Né in cielo né in terra” (Morelli).
Vi si legge tra l'altro:
«Percussiva e regolare, forte della pacatezza irremovibile che le permette di non perdere un solo colpo neanche davanti agli ostacoli più impervi, la prosa di Morandini punta dritta verso la meta in un modo che offre al lettore l’immediata certezza di essere in buone mani. Basta leggere una pagina qualsiasi, infatti, e si è subito consapevoli di potersi affidare a una macchina narrativa che, per intenderci, potrebbe avere il suo correlativo architettonico nella chiesa romanica dell’Ara Coeli, sobria e semplice all’esterno – con quell’ampia gradinata che toglie di mezzo l’idea stessa di fatica alla prospettiva del dislivello da superare – e dentro ricca di una bellezza distribuita con tale sapienza da non intimidire, e risultare anzi solo accogliente per come è in armonia con qualcosa di intimo e radicato in chi guarda (legge).»
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Su Il Fatto Quotidiano
«Raccontare un racconto è saper tenere un segreto, ci dice Andrés Neuman. E Adelmo Farandola ne custodisce un immenso, complicato, struggente, che appartiene a tutti noi, che sta nascosto in fondo a una grotta buia e umidiccia, in cui ci tocca scavare, e scavare.»
Rossella Milone scava dentro Neve, cane, piede in una bella recensione per ilfattoquotidiano.it.
Rossella Milone scava dentro Neve, cane, piede in una bella recensione per ilfattoquotidiano.it.
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Premio Procida: l'intervista
Sul sito del premio Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante compare la trascrizione dell’intervista rilasciata a Pasquale Lubrano Lavadera in occasione della premiazione il 24 settembre.
Di seguito l'inizio.
Di seguito l'inizio.
La giuria popolare dei lettori ha decretato vincitore della XXIX edizione del Premio “Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante” 2016, lo scrittore valdostano Claudio Morandini con il romanzo Neve, cane, piede (Exòrma 2015). Lo abbiamo incontrato nel suo passaggio per Procida presso il giardino dell’Albergo Savoia per conoscerlo più da vicino, discorrere sul suo romanzo e non solo. La prima domanda è stata sull’isola di Procida e sull’impatto che ha avuto su di lui questo suo primo incontro:
Per la verità sull’isola c’ero già stato anni fa, grazie alla lettura del romanzo della Morante L’isola di Arturo, ed ero stato colpito dalla fastosa luminosità di tante pagine. Lo sto rileggendo in questa settimana qui sull’isola e devo dire che ho riconosciuto l’incanto degli stessi colori, la stessa atmosfera già assaporata nel libro. Abituato a orizzonti resi angusti dal profilo delle montagne, sono profondamente attratto da paesaggi che mi offrono aperture più vaste: adoro i paesaggi collinari, la pianura, e sono affascinato dal paesaggio di quest’isola, che per me contiene un invito ad allungare lo sguardo ancora più in là fino a perdercisi, leopardianamente.
Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento ricevuto nel nome di Elsa Morante?
Una gioia difficile da descrivere, non solo per l’innegabile prestigio del Premio, o per l’amabilità con cui siamo stati accolti e l’interesse palpabile per la letteratura che qui a Procida si avverte un po’ ovunque; ma anche per le motivazioni con cui la giuria tecnica e quella dei lettori hanno voluto segnalare l’importanza di un’idea di letteratura che non vuole rinunciare alla ricerca, osa percorrere strade poco battute e anche rischiose, si muove in territori lontani dalle consuetudini editoriali più in voga. La scrittura di Elsa Morante, per me, continua a rappresentare in questo senso un sontuoso modello di libertà espressiva.
Parliamo un po’ di questo libro ambientato su una montagna e che parla di un uomo solitario che rompe con il contesto sociale: un mondo che va scomparendo ma che il vecchio Adelmo abita e riporta in vita.
In un certo senso è così; però Adelmo non vuole ritornare a un passato che non riesce più a capire. Nelle prime pagine la descrizione puntigliosa di tutti gli attrezzi che sono ancora contenuti nella stalla rimanda alla sapienza contadina di un tempo, sono le tracce di generazioni passate capaci di abitare territori difficili e di sfruttarli fino in fondo: le pietre spostate sui prati degli alpeggi, gli attrezzi nella stalla… Ma temo che Adelmo non voglia tornare a quel mondo che gli sta sfuggendo a causa della sua demenza senile. La sua è sì una fuga all’indietro, ma non verso la condizione tradizionale della società contadina di uno o due secoli fa: inconsapevolmente sta tornando ancora più indietro, a una sorta di condizione preistorica dell’uomo, a un mondo fondato sul conflitto perenne con la natura con la quale si è costretti a combattere ogni giorno per sopravvivere.
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