lunedì 15 novembre 2010

Da "Letteratitudine": sul silenzio, 1

Tra il 22 e il 26 luglio, conversando con uno dei frequentatori di “Letteratitudine”, Paolo, che tesseva l’elogio della concentrazione e condannava l’uso banale della musica nei luoghi di incontro, mi sono imbarcato in una riflessione sul silenzio. Ne riporto qui alcuni estratti successivamente adattati.

Verissimo, la musica è ormai usata ovunque e a sproposito, come carta da parati, come complemento d’arredo. Nelle mani e nelle intenzioni di Satie, e più tardi di Cage, la musica che si fa da parte, che arreda, poteva avere un suo spessore anche teorico, un valore nella reazione a certo accademismo. Ma non credo che chi oggi usa la musica come sfondo sonoro negli ascensori, nei supermercati o nei negozi lo faccia in omaggio a Satie o a Cage (e nemmeno, che so, a Brian Eno). E mettiamoci pure anche i ristoranti (musica a volume troppo alto, musica che non ascolteresti mai, e che mette di malumore, e costringe a parlare a voce alta, o a tacere), le sale d’aspetto degli studi medici (dove però la musica “copre” parole e suoni che ci rimanderebbero alle intimità altrui) e i film (invasi da colonne sonore sempre più tronfie, rozze e indistinguibili le une dalle altre).
La “civiltà della distrazione” (l’efficace definizione non è mia) ha questa specie di paura del vuoto, o del silenzio. Horror vacui, appunto. Intasa di stimoli gli spazi visivi, uditivi, sensoriali in genere. Impedisce di soffermarsi sul dettaglio, di scendere a scandagliare in profondità, anche di avere una visione di insieme.
Il silenzio ci impressiona - e ci sgomenta. In montagna, se ci troviamo avvolti dal silenzio, cerchiamo di riempirlo subito concentrandoci su rumori lontani e familiari (passaggi di aerei, l’incessante brusio di auto e camion dalle strade del fondovalle…)
L’ascolto concentrato ce lo dobbiamo costruire attorno, con pazienza. La sala da concerto, certo. Ma quanti spazi nati per ospitare avvenimenti musicali in realtà sembrano fatti per distrarre dalla musica, per opprimere il suono con un’acustica mal studiata, ostacolare la postura, infastidire con rumori estranei… (Lo scrivo perché di recente mi sono trovato in uno spazio così, generatore di interferenze di ogni tipo, e la sofferenza di vedere la musica - un Mozart, uno Schubert - umiliata da ogni tipo di tonfo, boato, scroscio, schianto, mi ha fatto scappare - in punta di piedi - all’intervallo).
Piccola digressione non del tutto peregrina: ricordo di aver visto più di una volta, da ragazzo, il buon Massimo Mila a concerto; arrivava con le partiture dei brani in programma, soprattutto dei brani più recenti e meno familiari, e il suo sguardo guizzava dall’orchestra alle pagine, dai gesti del direttore alle note. Ho sempre ammirato quel suo scrupolo, e ho sempre pensato che quello fosse l’ascolto più profondo e ricco. Quando potevo, e riuscivo a procurarmi qualche partitura, provavo a imitarlo - girando le pagine pian piano, per non disturbare con il fruscio.
Però, è anche vero che accanto a questo tipo di ascolto, un ascolto che esclude ogni altra attività e reclama ogni attenzione, può esserci anche un uso meno esclusivo della musica.
La musica, quella che amiamo di più, che già conosciamo, ci erige attorno un paravento di bellezza dalle brutture (o più semplicemente dalle distrazioni). Se scriviamo, ci accompagna, ci suggerisce (sembra suggerirci, d’accordo), ci impedisce di volare troppo basso… Il nostro ascolto in tal caso non è del tutto cosciente, e chissà quanto ci perdiamo di quella musica che sembra guidarci la mano: ma è una forma di conforto e di soccorso a cui non vorrei rinunciare.
Siamo abituati a pensare la musica in relazione con il tempo (anche qui, soggettivo e oggettivo). Ma è un tema affascinante anche la musica (il suono pensato e organizzato) che interagisce con lo spazio (interiore o esterno), lo percorre, le saggia le dimensioni e le forme, lo dilata o lo restringe, lo organizza, lo abita come un organismo vivente. Le esperienze di Cage e Eno (e chissà quanti altri) meritano di trovare chi le racconti.
(Io raccomando sempre quel prezioso ma ormai datato saggio di R. Murray Shafer su “Il paesaggio sonoro”, denso di intuizioni e spunti - chissà però quanti contributi successivi esistono.)

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