venerdì 5 novembre 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 15: Heinrich Neuhaus



Il volume “Riflessioni, memorie, diari” che raccoglie scritti di diversa natura del pianista russo Heinrich Neuhaus, e che in Italia è stato pubblicato da Sellerio nel 2002, è un esuberante autoritratto di una personalità di straordinaria ricchezza. Pianista finissimo, ma soprattutto didatta eccellente, divulgatore di piacevolissima verve, Neuhaus lascia in queste pagine – alcune occasionali, altre più corpose; alcune di chiara impronta autobiografica, altre, più specialistiche, incentrate sull’arte dell’interpretazione pianistica – molto di sé, con sincerità disarmante – la stessa sincerità che nel 1941 lo ha cacciato nei guai, lo ha costretto a una penosa autocritica dopo le accuse di comportamento antisovietico e lo ha consegnato a una detenzione e poi a un esilio di qualche anno.
Molte cose mi piacciono di queste pagine raccolte e curate da Valerij Voskoboinikov: il senso morale sempre all’erta, che spesso si esplica in una febbrile attività pedagogica oltre che didattica; la descrizione di una solidarietà profonda – e vitale – tra musicisti e artisti, in un periodo e in un contesto in cui si guardava con sospetto a ogni iniziativa individuale; la curiosità per le novità, i nuovi interpreti, la nuova musica, e una crescente insofferenza per gli accademismi, il conservatorismo; la totale assenza di boria.
L’edizione Sellerio nelle primissime pagine riporta anche la breve testimonianza della figlia di Neuhaus, Miliza, sull’arresto del padre e gli interrogatori a cui è stato sottoposto nel 1941. Gli ampi stralci dai protocolli di quegli interrogatori, in cui Neuhaus, trascritto e rimaneggiato dal giudice istruttore, si autoaccusa con frequenza ossessiva di ogni sorta di comportamento antisovietico, hanno costituito una fonte importantissima per le pagine di “Rapsodia” in cui si citano gli immaginari verbali di Golovamov. Ma tutto il testo è stato prezioso per capire come si potesse vivere, e suonare, creare arte senza perdere del tutto se stessi e mantenere amicizie e affetti negli anni più tetri della storia dell’Unione Sovietica.

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