domenica 14 novembre 2010

Ancora su musica, linguaggio, Dvoinikov, libertà

Si parlava con Lorenzo Mari della concezione della musica espressa da Dvoinikov: “Sono note, solo note” dice il 20 marzo a Prescott il quale, colto dall’ammirazione, ha cominciato a definire il Trio op. 58 in termini altamente emotivi. “Sono note, solo note, amico mio, non dimentichi. Ho scritto note, non meditazioni, che Dio me ne scampi, e che scampi anche lei dal pensarlo” dice più esattamente il vecchio russo. E più avanti, dopo l’esecuzione della prima versione del Trio e la reazione commossa di Ethan: “Sono solo note, ricordi… Altre note rispetto a quelle che ho eseguito prima,
d’accordo: ma sempre e solo note della scala temperata”.
Trovo sempre più interessante questa ostinazione di Dvoinikov nel rifiutare alla musica (non solo alla sua musica, ma alla musica in generale) un significato che non sia nelle note stesse – nel rifiutare in particolare che la musica possa essere ciò che noi pensiamo o sentiamo che sia, quel coacervo di emozioni sensazioni allusioni rimandi alla memoria che in noi (e in Prescott) la musica suscita, ma che la musica non è, non significa. Mentre per Prescott un certo grado di semanticità della musica è ammissibile, è veicolabile, per Dvoinikov sembra davvero che la musica non sia altro che suoni.
Va bene, dietro a questa concezione c’è l’esempio di Stravinsky, che già nelle “Cronache della mia vita” aveva affermato l’incapacità della musica di descrivere qualunque altra cosa, compresi moti dell’animo o che so io (Stravinsky scrive esattamente così: “…”): una concezione che poi lo stesso Stravinsky modulerà in termini meno apodittici negli scritti successivi. E c’è quella linea teorica che nell’Ottocento ha avuto in Hanslick il suo più rigoroso interprete.
Ma in Dvoinikov questa concezione sembra rivestire un altro significato. Nelle musiche “private”, quelle scritte per se stesso, rimaste talvolta nell’ambito della vita privata se non della clandestinità, Dvoinikov rivendica questa assenza di significato come un dato di libertà – dall’imposizione di una musica a programma pesantemente descrittiva, in cui la forma si adegua alle necessità celebrative del momento. Il realismo socialista ha voluto fare di certe forme musicali – la sinfonia, in particolare – affreschi storici, sociali, politici, in cui il ricorso a cliché descrittivi piegava e manipolava la struttura e l’assunto rievocativo o encomiastico gonfiava e stravolgeva dimensioni e relazioni interne. La monumentalità di molte opere sinfoniche anche dei massimi autori sovietici ci suona oggi come sovradimensionata, indigesta, sovraccarica: pazientiamo al cospetto delle lunghe tirate retoriche, in attesa degli sprazzi davvero interessanti, delle idee in cui riconosciamo lo stile dell’autore. Ecco, Dvoinikov, nel rivendicare la inespressività della musica, sembra voler reclamare un diritto all’inespressività, cercare uno spazio – limitato, privato, sfuggente – di libertà per la musica – la sua, ma non solo.

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